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martedì 8 marzo 2016

VITTORIA ACCORAMBONI

Sventuratamente per me e per il lettore, questo non è un romanzo, ma la fedele traduzione di un racconto impressionante scritto a Padova nel Dicembre del 1585.









Mi trovavo a Mantova, qualche anno fa e andavo cercando bozzetti e piccoli quadri quali mi consentivano le mie modeste finanze:
esigevo però che fossero di pittori anteriori al 1600, perché verso quest'epoca si spense del tutto l'originalità italiana messa in pericolo sin dalla caduta di Firenze nel 1530.

(era opinione corrente, allora che l'arte italiana si fosse esaurita dopo la prima metà del '500. Non si conosceva quasi nulla del grande Seicento pittorico italiano, salvo qualche nome come l'Albani, Guido Reni, i Carracci).


Invece i quadri, un vecchio patrizio molto ricco e molto avaro mi fece offrire a caro prezzo certi antichi manoscritti ingialliti dal tempo: chiesi di poterli scorrere, ed egli acconsentì aggiungendo che si fidava della mia proibità purché in caso che non li avessi acquistati dimenticassi gli aneddoti piccanti che m'era stato concesso di leggere.
A questo patto, che m'andò a genio, ho scorso, con gran danno della mia vista, tre o quattrocento volumi dove furono stipati, due o tre secoli orsono, racconti di casi tragici, cartelli di sfida, trattati di pace tra famiglie nobili confinanti, memorie su ogni specie di argomenti etc. etc. Il vecchio proprietario chiedeva per le sue carte un prezzo altissimo; dopo molti negoziati potei acquistare piuttosto caro il permesso di far copiare certe piccole storie che mi piacevano e che svelano quale fosse il costume italiano intorno al 1500.
Ne possiedo ora ventidue volumi in-folio: ed una di queste storie fedelmente tradotta offro qui al mio lettore se egli avrà la pazienza di leggerla.
Conosco la storia italiana del sedicesimo secolo e credo che quanto segue sia perfettamente vero.
Ho cercato di curare la traduzione in modo che lo stile italiano, grave, diretto, sovranamente oscuro, e tutto allusivo alle cose e alle idee che occupavano le menti sotto il pontificato di Sisto V, nel 1585, non risentisse della maniera letteraria moderna e delle nostre idee spregiudicate.
Lo sconosciuto autore del manoscritto è un personaggio molto cauto che non giudica né prepara gli avvenimenti; sua unica cura è la verità del racconto. Se talvolta dà del pittoresco lo fa a sua insaputa e perché verso il 1585 la vanità non circondava di una falsa aureola le azioni degli uomini: si credeva allora di non poter essere stimati dal proprio vicino se non esprimendosi con la maggiore chiarezza possibile: nessuno, salvo i buffoni di corte e i poeti, pensava di truccarsi con le parole per apparire amabile; nessuno ancora diceva: <morrò ai piedi di vostra maestà> mentre faceva preparare i cavalli per fuggirsene via. Forse era questo il solo modo di tradimento che non si usava; si parlava breve, e ciascuno pesava attento le parole che ascoltava.
Così o lettore benevolo, non cercare qui uno stile pungente, rapido, lucido di fresche allusioni alle nostre mode sentimentali, non aspettarti sopratutto il patetico affascinante di un romanzo di George Sand. Questo grande scrittore avrebbe fatto un capolavoro con la vita e le disgrazie di Vittoria Accoramboni. Il racconto veridico che vi presento, invece, può avere soltanto i pregi più modesti della storia. Ma, colui che viaggiando solitario all'inclinarsi del crepuscolo si trovasse per caso a riflettere sulla grande arte di conoscere il cuore umano, potrebbe forse prendere per base dei propri giudizi le circostanze della presente storia. L'autore tutto dice, tutto spiega non lasciando nulla da fare all'immaginazione di chi legge: egli scriveva dodici giorni dopo la morte di Vittoria.

(Il manoscritto italiano è depositato negli uffici della Revue Deux Mondes. Stendhal si valse per la sua narrazione di certi annali della vita di Sisto V scritti da anonimo secentesco e che si trovano, anche in frammenti, in molte biblioteche di Roma).


Vittoria Accoramboni nacque di molto nobile famiglia a Gubbio, piccola città del ducato d'Urbino. Dall'infanzia si fece notare per la sua rara e straordinaria bellezza: ma la bellezza era il suo minore pregio: niente le mancava di ciò che può far ammirare una fanciulla d'alta nascita. Eppure, fra tante qualità eccezionali, nulla fu così notevole per lei, e si può dire che nulla tenesse tanto del prodigioso come una sua grazia avvincente che subito conquistava il cuore e la volontà di ciascuno.
Questa naturalezza che dava tanta persuasione alla minima sua parola non era inquinata da nessun sospetto d'artificio: con lei, e per quanto la sua bellezza fosse singolare, ci si trovava subito a proprio agio. Si sarebbe potuto magari resistere a un incanto così vivo se si fosse trattato soltanto di vederla: ma uno che l'avesse ascoltata parlare e sopratutto che avesse conversato con lei non poteva più sottrarsi a un fascino così squisito.
A Roma, dove abitava col padre nel loro palazzo di piazza Rusticucci presso San Pietro, molti giovani cavalieri, avevano chiesto la sua mano. Fra gelosie e rivalità finalmente i parenti di Vittoria preferirono Felice Peretti nipote del cardinale di Montalto che è poi diventato papa Sisto V, ora faustamente regnante.
Felice, figlio di Camilla Peretti sorella del cardinale, si chiamava in verità Francesco Mignucci e aveva preso il nome di Felice Peretti quando era stato solennemente adottato dallo zio.
Vittoria, entrando in casa Peretti portava con sé quell'inconsapevole fatale potere che era suo ovunque andasse: si può dire che per non adorarla bisognava non averla vista mai. L'amore che suo marito le portava arrivava davvero alla follia: la suocera, Camilla e lo stesso cardinale di Montalto sembrava non avessero altro piacere al mondo se non quello di indovinare i suoi desideri per soddisfarli immediatamente. Roma intera stupiva a vedere come il cardinale, famoso per la modestia dei suoi mezzi e per il disprezzo di ogni lusso, cercava di prevenire i desideri della nipote. Giovane, splendente di bellezza, adorata da tutti, ella aveva talvolta capricci costosi: e i nuovi parenti erano pronti a donarle gioielli di gran prezzo, perle, e tutto ciò che gli orefici romani, a quel tempo assai forniti, avevano di più prezioso.
 
Per amore di questa adorabile nipote, il cardinale di Montalto celebre per la sua severità trattò i fratelli di Vittoria come se fossero stati i suoi propri nipoti. Ottavio Accoramboni, toccati appena i trent'anni, fu per desiderio del cardinale di Montalto designato dal duca d'Urbino e creato da Gregorio XIII vescovo di Fossombrone. Marcello Accoramboni, giovane focosissimo accusato di molti delitti e perseguitato dalla corte di giustizia (milizia armata), scampato a fatica ai processi che potevano condurlo a morte, con la protezione del cardinale potè ritrovare una certa tranquillità. Un terzo fratello di Vittoria, Giulio Accoramboni, fu ammesso da cardinale Sforza ai primi gradi della sua corte non appena il cardinale di Montalto gliene ebbe fatto richiesta. Insomma, se gli uomini sapessero misurare la loro felicità non sul metro dei loro sconfinati desideri ma sul positivo godimento di ciò che possiedono, il matrimonio di Vittoria con il nipote del cardinale di Montalto avrebbe potuto sembrare agli Accoramboni il massimo della felicità umana. Ma è vero che la brama insensata di immensi e incerti vantaggi può dare agli uomini più fortunati tentazioni strane e pericolose.
 
Se qualcuno fra i parenti di Vittoria contribuì, come molti sospettarono, a liberarla dal marito per desiderio di maggiori fortune, dovette però riconoscere presto quanto sarebbe stato più savio contentarsi dei vantaggi moderati di una vita piacevole e che avrebbe potuto presto svolgersi nell'ambito delle più alte dignità che possa desiderare l'ambizione umana. Vittoria viveva da regina nella sua casa, quando una sera, a Felice Peretti mentre stava per andare a dormire con sua moglie fu consegnata una lettera da una cameriera di Vittoria, certa Caterina bolognese. L'aveva portata a palazzo un fratello di Caterina, Domenico d'Acquaviva, soprannominato il Mancino. Costui era stato bandito da Roma per molti delitti, ma su preghiera di Caterina, Felice gli aveva procurato la possente protezione dello zio cardinale, e il Mancino veniva spesso in casa del Peretti che aveva in lui molta confidenza.
 
La lettera era scritta in nome di Marcello Accoramboni, colui che tra i fratelli di Vittoria era il più caro al marito di lei; egli veniva per lo più nascosto fuori Roma, ma quando talvolta osava entrare in città il palazzo del cognato gli era d'asilo.
Con quel foglio consegnato ad un'ora così insolita Marcello chiedeva aiuto al cognato e lo scongiurava di venirlo a soccorrere aggiungendo che per un affare davvero gravissimo l'aspettava presso il palazzo di Montecavallo.
Partecipata alla moglie la strana missiva, Felice si vestì, si armò di una spada e accompagnato da un solo domestico che portava una torcia accesa, si avviava per uscire: se non che, la madre Camilla, tutte le donne di casa, e la stessa Vittoria con esse, gli fecero intorno supplicandolo di non uscire a quell'ora troppo tarda: non volendo egli arrendersi alle loro preghiere caddero in ginocchio e piangendo lo scongiuravano di ascoltarle. Le donne, sopratutto Camilla, erano atterrite dai racconti dei delitti che sotto il pontificato di Gregorio XIII accadevano a Roma tutti i giorni restando impuniti: tempo torbido di incredibili attentati.
Un'altra idea dava loro ragione di temere: Marcello Accoramboni quando si spingeva fino a Roma non aveva mai fatto chiamare Felice, e quella chiamata ad un'ora notturna così alta pareva loro fuori di ogni consuetudine.
 
Col fuoco giovanile della sua età, Felice non si arrese alle preghiere: anzi, appena seppe che la lettera era stata portata dal Mancino al quale aveva molto giovato, e voleva bene, nulla potè trattenerlo e uscì di palazzo.
Era preceduto, come abbiamo detto da un solo domestico con la torcia accesa: ma fatti appena pochi passi su per la salita di Montecavallo, il povero giovane cadde colpito da tre colpi di archibugio; gli assassini vedendolo a terra, si gettarono su di lui e lo crivellarono di pugnalate fino a che non parve loro che fosse ben morto. Subito, la fatale notizia arrivò alla moglie e alla madre di Felice e per mezzo delle due donne allo zio cardinale.
Senza cambiare di colore, senza tradire il minimo turbamento, il cardinale si fece vestire, raccomandò a Dio se stesso e quella povera anima colta all'improvviso dalla morte, poi si recò dalla nipote e ponendo la sua mirabile gravità con un tono profondo di pace, frenò le grida e i pianti femminili che cominciavano a echeggiare in tutta la casa. La sua autorità sulle donne fu tale, che, a partire da quel momento e perfino quando il cadavere fu portato fuori di palazzo non si vide e non si intese nulla che non fosse conforme a ciò che accade nelle famiglie più regolate per le morti da lungo tempo prevedute. Quanto a lui, cardinale, nessuno potè sorprendergli in viso i segni, seppur dominati, del più elementare dolore; nulla fu cambiato nell'ordine e nell'apparenza esteriore della sua vita, e se ne dovette convincere la città intera che osservava, con la solita curiosità dei romani, i minimi moti di un uomo così profondamente offeso.
 
Accadde che l'indomani della morte di Felice fosse giorno di concistoro. Non c'era in tutta la città chi non pensasse che almeno quel giorno il cardinale si sarebbe astenuto dall'apparire in pubblica cerimonia. Là sarebbe stato centro di tutti gli sguardi curiosi: là sarebbe stato scrutato ogni accenno di quella debolezza sia pure naturale ma che deve nascondere chi da una dignità già eminente aspira a qualche cosa di più eminente ancora. Perché certo si dovrà convenire che colui che ha l'ambizione di elevare se stesso sugli altri uomini non deve mostrarsi un uomo come gli altri.
Coloro che pensavano così sbagliarono due volte: prima di tutto, secondo il suo solito costume, il cardinale di Montalto fu tra i primi a comparire nella sala del concistoro, e poi fu impossibile al più sottile osservatore scoprire in lui qualsiasi segno di commozione; anzi con le sue risposte a quei cardinali che cercavano di consolarlo della sua crudele sventura li colpiva e li stupiva tutti: la costanza e l'apparente immobilità del suo animo in così atroce circostanza divennero subito il discorso del giorno.
E vero che nello stesso concistoro i meglio esperti delle arti cortigiane attribuirono questa mostra di impassibilità non a mancanza di sentimento ma ad una profonda arte dissimulatrice: e tale persuasione fu presto di tutta la corte perché si credeva che fosse prudente per lui non mostrare troppo risentimento di un'offesa che senza dubbio veniva da un uomo di grandissima potenza, tale che avrebbe potuto più tardi tagliare la via a chi avesse ambito la dignità papale.
 
Quale che fosse la causa di questa impassibilità certo a Roma è la corte di Gregorio XIII ne furono stupiti. Ma, per tornare al concistoro, quando, riuniti tutti i cardinali, il papa entrò in sala, volse subito lo sguardo verso il cardinale di Montalto e lacrime gli caddero dagli occhi.
Il viso del cardinale restò fermo come sempre. Raddoppiò lo stupore poco dopo, quando, essendo il cardinale di Montalto andato a inginocchiarsi davanti al trono di Sua Santità fu in grado di parlare cercò di confortare il cardinale promettendogli che sarebbe stata fatta pronta e severa giustizia di un attentato così infame; ma il cardinale dopo averlo ringraziato umilissimamente, lo supplicò di non ordinare ricerche su quanto era successo poiché egli, da parte sua, perdonava di cuore all'assassino chiunque si fosse. Immediatamente dopo questa preghiera passò ai particolari degli affari di stato come se nulla fosse accaduto.
Gli occhi di tutti i cardinali presenti erano fissi sul papa e sul Montalto: e sebbene sia difficile ingannare l'occhio acuto dei cortigiani, nessuno osò dire che il cardinale di Montalto tradisse ombra di commozione mentre vedeva così da presso le lacrime del Santo Padre. Questa straordinaria inflessibilità del cardinale di Montalto non venne mai meno durante tutto il tempo della sua relazione, tanto che lo stesso pontefice ne fu colpito, e, a concistoro terminato, non potè tenersi dal dire al cardinale di San Sisto suo nipote preferito:
Veramente costui è un gran frate!
Il modo d'agire del cardinale di Montalto non cambiò per nulla durante i giorni che seguirono. Come di consueto ricevette le visite di condoglianze dei cardinali dei prelati e dei principi romani, senza mai trascorrere nemmeno con gli intimi, in parole di dolore o di risentimento. Con tutti, dopo un breve ragionamento sull'incertezza delle cose umane, confermato e irrobustito da citazioni della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa, cambiava rapido il discorso e parlava delle notizie della città e degli affari particolari del personaggio che era con lui, proprio come se avesse voluto consolare i suoi consolatori.
A Roma si era curiosi sopratutto di vedere ciò che sarebbe
avvenuto durante la visita del principe Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano al quale la voce pubblica attribuiva l'assassinio di Felice Peretti. Si pensava che il cardinale di Montalto non avrebbe potuto sostenere la presenza del principe e le sue parole, senza finalmente lasciare apparire qualche cosa dei suoi sentimenti.
Quando il principe arrivò al palazzo del cardinale, per la strada e presso il portone la folla diventò enorme: in casa, i cortigiani traboccavano da tutte le stanze tanto era grande la curiosità di vedere in viso i due interlocutori. Ma così nell'uno come nell'altro non ci fu da osservare nulla di straordinario. Il cardinale di Montalto si comportava secondo l'etichetta, dava al proprio viso un'espressione cordiale, e parlò al principe con affabile cordialità.
Poco dopo, risalendo in carrozza, il principe Paolo, trovandosi solo con i suoi intimi, esclamava ridendo: - infatti, è vero che costui è un gran frate!- come per confermare la verità delle parole dette dal papa qualche giorno prima.
La gente savia ha pensato che la condotta tenuta in questa circostanza dal cardinale di Montalto gli abbia aperto la via del papato, perché molti si fecero di lui l'opinione che, sia per nativo carattere, sia per virtù acquisita, egli non sapesse e non volesse nuocere a nessuno, qualsiasi ragione avesse di sentirsi offeso.
Non avendo Felice Peretti lasciato disposizioni relative a sua moglie, ella se ne dovette tornare dai suoi. Prima che uscisse di casa Peretti, il cardinale di Montalto le fece consegnare le vesti, i gioielli, e tutti i doni che aveva ricevuto quando era moglie di suo nipote. Ma all'improvviso, tre giorni dopo la morte di Felice, Vittoria, accompagnata dalla madre, andò a stabilirsi nel palazzo del principe Orsini. Qualcuno disse che le donne furono indotte a questo passo per misura di sicurezza personale perché pareva che la corte di giustizia volesse ritenerle conniventi di omicidio o per lo meno le accusasse di averne avuto qualche sentore: altri pensarono “e quello che accadde sembrò confermare quest'ipotesi” che fossero andate là per preparare le nuove nozze di Vittoria, avendo il principe promesso di sposarla non appena fosse stata libera. Tuttavia né allora né più tardi si è potuto far luce sull'assassinio di Felice Peretti sebbene si sia tanto sospettato e di tante persone.
L'opinione generale attribuiva quella morte al principe Orsini: tutti dicevano che il principe era innamoratissimo di Vittoria come aveva dimostrato più che chiaramente: e il matrimonio che seguì ne fu la prova, perché ella era di condizione tanto inferiore che solo la tirannia della passione potè innalzarla all'eguaglianza matrimoniale. Nessuno poi, si fece ingannare da una lettera mandata al governatore di Roma che fu pubblicata qualche giorno dopo il delitto: figurava scritta da certo Cesare Palantieri giovane facinoroso bandito dalla città, il quale dichiarava non essere necessario che Sua Signoria Illustrissima si desse la pena di cercare il responsabile della morte di Felice Peretti perché egli stesso l'aveva fatto uccidere per questioni avute con lui qualche tempo prima.
Molti erano del parere che l'assassinio non poteva essere accaduto senza la complicità di casa Accoramboni: si accusavano i fratelli di Vittoria che sarebbero stati lusingati dall'ambizione d'imparentarsi con il principe di quella potenza e di quella ricchezza. Si accusava sopratutto Marcello, sull'indizio della lettera che aveva tratto di casa lo sventurato Felice. Si parlò male della stessa Vittoria quando la si vide consentire ad abitare palazzo Orsini come futura sposa, subito dopo la morte del marito. Si diceva che non era possibile arrivare in un batter d'occhio a servirsi delle armi corte se non s'erano prima usate almeno per qualche tempo armi di lunga portata.
La relazione del delitto fu stesa da monsignor Portici governatore di Roma, secondo gli ordini di Gregorio XIII. Vi si legge soltanto che quel Domenico soprannominato il Mancino arrestato dalla corte di giustizia, confessa senza essere tormentato nel secondo interrogatorio datato 24 Febbraio 1582: “Che la madre di Vittoria fu la causa di tutto, e che ella era stata aiutata dalla cameriera bolognese la quale subito dopo il delitto si era rifugiata nella cittadella di Bracciano (appartenete al principe Orsini e dove la corte di giustizia non avrebbe osato entrare), e che gli esecutori del delitto erano stati Marchionne da Gubbio e Paolo Barca da Bracciano lance spezzate d'un signore del quale per degne ragioni si tace il nome”.
A queste degne ragioni si aggiunsero, credo, le preghiere del cardinale di Montalto il quale domandò con insistenza che le ricerche non procedessero oltre: e difatti del processo non si parlò più. Il Mancino fu rilasciato con il precetto di tornare difilato al suo paese pena la vita, e di non allontanarsene senza uno speciale permesso. La scarcerazione di quest'uomo ebbe luogo nel 1583, il giorno di S. Luigi; e poiché quel giorno il cardinale di Montalto compiva gli anni, la circostanza ci conferma ancora meglio nell'ipotesi che la faccenda fu messa a tacere per sua intercessione. Sotto un governo debole come quello di Gregorio XIII, un processo di questo genere poteva avere conseguenze penosissime e non portare nessun vantaggio..
Così la procedura della corte di giustizia fu interrotta: ma papa Gregorio XIII non volle pertanto consentire che Paolo Orsini duca di Bracciano sposasse la vedova Accoramboni. Decretata per costei una sorta di prigionia, Sua Santità mandava a lei e al principe l'ordine di non sposarsi senza un permesso suo o dei suoi successori.

Gregorio XIII morì al principio del 1585; e Paolo Orsini, assicurato dai più esperti giureconsulti che il precetto doveva considerarsi annullato dalla morte del sovrano che l'aveva imposto, risolse di sposare Vittoria prima che fosse eletto il nuovo papa. Il matrimonio, però, non potè avvenire con la sollecitudine desiderata dal principe, anzitutto perché egli voleva avere il consenso dei fratelli di lei, e Ottavia Accoramboni vescovo di Fossombrone non volle mai dare il suo, e poi perché non si credeva che il successore di Gregorio XIII fosse per essere nominato così rapidamente. Le nozze avvennero dunque il giorno stesso che il cardinale di Montalto fu creato papa e cioè il 24 aprile 1585, sia che questo fosse un caso, sia che al principe piacesse dimostrare che non temeva la corte di giustizia sotto il nuovo papa come non l'aveva temuta sotto Gregorio XIII.
L'animo di Sisto V (tale fu il nome scelto dal cardinale di Montalto) fu profondamente offeso da queste nozze. Egli aveva già abbandonato il modo di pensare che si addice ad un frate che era asceso con tutta l'anima all'altezza del grado al quale Dio lo aveva chiamato. Pure, non dette segno di collera: ma il principe Orsini quando si presentò quel giorno stesso tra la folla dei signori romani per il bacio del piede, e con l'intenzione segreta di leggere nel viso del Santo Padre ciò che avrebbe dovuto attendersi o temere da quest'uomo che fono allora s'era così poco dato a conoscere, s' accorse subito che non era più tempo di scherzare. Il nuovo papa l'aveva fissato con uno sguardo strano, e non aveva risposto sillaba alle sue congratulazioni; sicchè il principe, da uomo risoluto, decise di scoprire quali fossero le intenzioni di sua Santità verso di lui.
Per mezzo del cardinale Ferdinando dei Medici fratello della sua prima moglie e del suo cattolicissimo ambasciatore spagnolo, domandò e ottenne dal papa un'udienza privata: e, giunto alla presenza di Sisto V, gli rivolse un discorso molto ponderato, dove, senza ricordare le cose passate, si rallegrava con lui per la sua nuova dignità e gli si offriva come fedelissimo vassallo e servitore con tutti i suoi averi e con tutte le sue forze.
Il papa ascoltò con una profonda severità e alla fine rispose: nessuno desiderare quanto lui che la vita e le azioni di Paolo Giordano Orsini fossero nel futuro degne di casa Orsini e di un vero cavaliere cristiano; per ciò che poteva aver fatto finora verso la Santa Sede e verso la persona del papa nessuno poterne parlare al principe meglio della sua propria coscienza. Il quale principe, tuttavia, poteva essere certo di una cosa, e cioè che, come gli era perdonato volentieri tutto quello che aveva potuto intraprendere contro Felice Peretti e contro Felice cardinale di Montalto, mai gli si sarebbe perdonato quello che in avvenire avrebbe fatto contro Sisto V; lo si invitava, dunque, ad espellere immediatamente da casa sua e dalle sue terre tutti i banditi e i malfattori che vi avevano finora trovato asilo.

Di qualsiasi tono si servisse, Sisto V riusciva sempre di un'efficacia singolare; ma quando era irritato o minaccioso, si sarebbe detto che i suoi occhi lanciassero folgori. Certo, il principe Paolo Orsini, abituato ad essere temuto dai papi, fu indotto a pensare ai casi suoi con tanta serietà, da questo discorso, tale che mai ne aveva sentito di simile durante i tredici anni (di Gregorio XIII), che, appena uscito dal palazzo di Sua Santità, si precipitò dal cardinale dei Medici a raccontargli l'accaduto. Poi per consiglio del cardinale, risolse di congedare senza il minimo indugio tutti coloro che avevano conti aperti con la giustizia e che erano ospitati nel suo palazzo e nelle sue terre, e si diede a cercare un pretesto onorevole per uscirsene immediatamente dallo stato sottoposto ad un pontefice tanto risoluto.
Bisogna sapere che il principe Paolo Orsini era diventato mostruosamente obeso: le sue gambe erano grosse come il corpo di un uomo comune, e una di esse era attaccata da una malattia chiamata lupus perché occorre nutrirla con grande abbondanza di carne fresca applicata sulla parte inferma: altrimenti, l'umore vorace del male, non trovando carne da divorare, attaccherebbe i tessuti viventi che circondano la piaga.
Il principe prese dunque pretesto dalla sua malattia per andarsene ad Abano verso Padova, terra dipendente dalla repubblica di Venezia. Partì con la nuova sposa verso la metà di giugno. Abano era sicuro porto per lui, essendo da molti anni casa Orsini e la repubblica di Venezia legati da vicendevoli servizi. Arrivato in questo paese fido, il principe pensò a godersi la piacevolezza di vari soggiorni: e, su questo disegno, affittò tre palazzi splendidi: uno a Venezia, e fu palazzo Dandolo sulla via della zacca (pressi della zecca): uno a Padova, palazzo Foscarini sulla magnifica piazza dell'Arena: il terzo lo scelse a Salò, sulle deliziose rive del lago di Garda, ed era quello già appartenuto alla famiglia Sforza Pallavicini.

La Signoria di Venezia, governo della Repubblica, apprese con piacere l'arrivo di un tale principe nel territorio veneto, e gli offrì subito una nobilissima condotta, cioè un considerevole stipendio annuo che avrebbe dovuto essere usato dal principe per mantenere un corpo di due o tremila uomini dei quali avrebbe avuto il comando. Ma il principe immediatamente declinò l'offerta, facendo rispondere ai senatori che, anche se, per una inclinazione naturale ed ereditaria della sua famiglia si sentiva portato con tutto il cuore al servizio della Serenissima, pure, trovandosi presentemente legato alla cattolica Maestà non gli pareva conveniente accettare un altro impegno. La risoluta risposta intiepidiva l'entusiasmo dei senatori: i quali, se dapprima avevano avuto in animo di fargli, quanto fosse arrivato a Venezia un ricevimento d'onore, poi, a risposta avvenuta, decisero di lasciarlo arrivare come un privato qualunque.
Informato di tutto, il principe Orsini risolse di non andare per niente a Venezia: era già nelle vicinanze di Padova; e, fatto un giro per quegli ammirevoli luoghi, con tutto il suo seguito si portò nel palazzo preparato per lui a Salò sulle rive del Garda, dove passò tutta l'estate in mezzo ai magnifici e variati divertimenti.
L'epoca di cambiare soggiorno essendo arrivata, il principe fece alcuni brevi viaggi dopo i quali gli sembrò di non poter sopportare la stanchezza come un tempo ed ebbe dei timori sulla propria salute: finalmente pensò di andare a trascorrere qualche tempo a Venezia, ma sua moglie Vittoria lo convinse a prolungare il soggiorno di Salò.
Si è pensato che Vittoria Accoramboni, conscia del pericolo che minacciava suo marito, lo convincesse a restarsene a Salò disegnando di condurlo più tardi fuori d'Italia, per esempio in qualche città della Svizzera: con questo mezzo ella avrebbe salvato, se il principe fosse morto, la propria persona e la propria fortuna. Sia o no fondata questa congettura, il fatto che non se ne fece nulla, poiché il 10 novembre il principe fu attaccato a Salò da una nuova crisi, ed ebbe immediatamente il presentimento di ciò che sarebbe accaduto.
Ebbe pietà della sua sventurata moglie; la vedeva nel più bel fiore della giovinezza, restare povera tanto di reputazione quanto di beni, odiata dai principi regnanti italiani, poco amata in casa Orsini, e senza speranza di rimaritarsi dopo la morte di lui. Da quel signore magnanimo e leale che era, fece, di proprio impulso, un testamento nel quale volle assicurare alla sfortunata un po' di fortuna. 


E lasciò il denaro e i gioielli la somma considerevole di centomila piastre oltre tutti i cavalli le carrozze e i beni mobili che aveva portato con sé in quel viaggio. Tutto il resto della sua fortuna rimaneva a Virginio Orsini, suo figlio unico, natogli dalla prima moglie, sorella di Francesco I granduca di Toscana, la stessa che egli col consenso dei fratelli, aveva ucciso perché colpevole di infedeltà.
Ma quanto sono incerte le previsioni degli uomini! Proprio le disposizioni con le quali Paolo Orsini pensava di assicurare la vita all'infelice giovane donna si mutarono per lei in causa di precipitosa rovina.
Firmato il testamento, il principe stette meglio; era il 12 novembre: il mattino del 13 fu salassato, e i medici, non avendo speranza che nella severità della dieta, dettero ordini precisi perché il malato non mangiasse nulla. Invece, erano appena usciti dalla stanza, che il principe ordinava il suo pranzo: e, nessuno osando contraddirlo, mangiò e bevve come il suo solito. Finito il pasto, perse i sensi e due ore prima del tramonto moriva.
Dopo questa morte improvvisa, Vittoria Accoramboni accompagnata dal fratello Marcello e da tutta la corte del principe defunto, andò ad abitare a Padova in quel palazzo Foscarini in piazza dell'Arena già affittato dal marito. Poco tempo dopo fu raggiunta dall'altro fratello Flaminio, favorito del cardinale Farnese. Ella s'occupò allora di tutte le pratiche necessarie per ottenere il pagamento dei legati fattile dal marito: sessantamila piastre effettive, che dovevano essere consegnate nel termine di due anni, indipendentemente dalla dote, dalla controdote, e da tutti i mobili e i gioielli che erano nelle sue mani.

Il principe Orsini aveva anche disposto nel suo testamento che le si fosse acquistato in Roma o in altra città a sua scelta un palazzo del valore di diecimila piastre e una vigna o casa di campagna di seimila piastre; in più aveva ordinato che fosse provveduto alla sua tavola e a tutto il suo servizio come conveniva a una dama del suo grado; il servizio doveva contare quaranta domestici con un numero di cavalli equivalente.
La signora Vittoria faceva assegnamento sul favore dei principi di Ferrara di Firenze e d'Urbino e su quello dei cardinali Farnese e Medici nominati dal defunto esecutori testamentari. Bisogna notare che il testamento era stato fatto a Padova e sottoposto ai lumi degli eccellentissimi Parrizzoli e Menocchio primi professori di quell'università ed oggi celeberrimi giureconsulti.
Intanto, il principe Luigi Orsini era arrivato a Padova per regolare i suoi interessi con la vedova del duca e partirsene poi per Corfù dove la Serenissima lo mandava governatore. Il primo contrasto tra la signora Vittoria e lui fu per i cavalli del duca che il principe, interpretando il testamento secondo il modo ordinario di intendersi, pretendeva non facessero parte dei beni mobili: ma, avendo la duchessa provato che dovevano essere considerati come tali, fu deciso che ella ne avrebbe goduto l'uso fino ad ulteriore accordo; per garante ella nominò il signor Soardi di Bergamo condottiero al servizio dei veneziani, gentiluomo ricchissimo e fra i primi del suo paese. Altro contrasto sopravvenne per certa argenteria che il duca aveva rimesso al principe Luigi in garanzia di una somma prestatagli. Ogni cosa fu decisa per via di giustizia perché il serenissimo duca di Ferrara curava l'esecuzione delle ultime volontà del defunto principe Orsini. Questo secondo affare fu discusso il 23 dicembre, ed era domenica.
La notte seguente, quaranta entrarono di sorpresa nel palazzo dell'Accoramboni, vestiti di abiti di tela tagliati in fogge stravaganti, truccati in modo da non poter essere riconosciuti se non dalla voce: per chiamarsi fra loro usavano nomi in gergo.
Cercarono prima la duchessa: trovatala, uno di essi dichiarò: “Ora ti bisogna morire”.
E, senza darle un minuto di tempo, sebbene ella domandasse di potersi raccomandare a Dio, la trafisse con un sottile pugnale sotto la mammella sinistra: agitando il pugnale in tutti i sensi più volte lo scellerato le chiese se le arrivava al cuore; finché la poveretta rese l'ultimo respiro. In questo frattempo gli altri stavano cercando i fratelli della duchessa uno dei quali, Marcello, si salvò perché non fu trovato in casa; l'altro fu crivellato da cento colpi. Gli assassini lasciarono per terra i morti, tutta la casa in pianti e grida: e, arraffata la cassetta dei gioielli e del denaro si dileguarono.
La notizia giunse rapidamente ai magistrati di Padova: essi fecero identificare i cadaveri e domandarono ordini a Venezia. Durante tutta la giornata del lunedì il concorso fu immenso al palazzo e alla chiesa degli Eremitani per vedere gli assassinati: i curiosi erano commossi a pietà specie quando vedevano la duchessa così bella: piangevano la sua sventura e serravano i denti contro gli assassini: ma di costoro non si sapevano ancora i loro nomi.
La corte di giustizia avendo sospettato su indizi molto compromettenti che la cosa era stata fatta per ordine o almeno col consenso del principe Luigi Orsini, lo fece chiamare; si presentò egli; e, volendo entrare con un seguito di quaranta armati in tribunale dov'era l'illustrissimo capitano, gli fu sbarrata la porta e gli disse di passare con soli tre o quattro dei suoi seguaci: nel momento che questi passavano, gli altri fecero impeto dietro di loro, scansarono le guardie, e così entrarono tutti.
Arrivato alla presenza dell'illustrissimo capitano, il principe Luigi si dolse dell'affronto patito aggiungendo di non aver mai ricevuto un simile trattamento da nessun principe regnante. L'illustrissimo capitano avendogli domandato se sapeva qualche cosa intorno alla morte della signora Vittoria e sui fatti della notte precedente, rispose di sì, e che aveva ordinato di renderne conto alla giustizia. Si voleva mettere a verbale la sua risposta: ma egli replicò che gli uomini del suo grado non sono obbligati a certe formalità e che anzi non dovrebbero nemmeno subire interrogatori.
Domandò poi il permesso di mandare un corriere a Firenze con una lettera per il principe Virginio Orsini al quale avrebbe fatto relazione del processo e del delitto sopravvenuto poi: mostrando una lettera che non era la vera, ottenne quanto aveva domandato.
Il messo fu però arrestato appena fuori di città e minuziosamente perquisito; gli si trovò, oltre alla lettera che il principe Luigi aveva mostrato, una seconda lettera nascosta negli stivali:era così concepita:
Al signor Virginio Orsini
Illustrissimo Signore,
Abbiamo eseguito ciò che era stato convenuto fra noi, e abbiamo reggirato in tal modo l'illustrissimo signor Tondini(era certo questo il nome del capo della corte di giustizia che aveva interrogato il principe) che mi considera qui il miglior galant'uomo del mondo. Ho fatto la cosa di persona; non mancate dunque di mandare immediatamente le persone che sapete.

Questa lettera fece sui magistrati una forte impressione: immediatamente la mandarono a Venezia, e ordinarono che le porte della città fossero chiuse, e le mura vigilate notte e giorno da guardie armate. Si pubblicò un bando che minacciava pene severe per chi, conoscendo gli assassini, non avesse comunicato ciò che sapeva alla giustizia. Coloro fra i rei che testimoniassero contro uno dei loro complici non sarebbero stati molestati, anzi avrebbero ricevuta una certa somma di denaro.
Ma a sette ore di notte, la vigilia di Natale (cioè verso la mezzanotte del 24 dicembre) Alvise Bragadin arrivò da Venezia munito di amplissimi poteri dal senato e con l'ordine di arrestare vivi o morti, a qualsiasi costo il principe Luigi e tutti i suoi.
Il signor Alvise Bragadin, avogador, il signor capitano e il signor podestà si riunirono nella fortezza.
Fu ordinato sotto la pena della forca a tutta la milizia a piedi e a cavallo di portarsi ben provvista d'armi intorno alla casa del detto principe Luigi vicino alla fortezza e contigua alla chiesa di Sant'Agostino all'Arena. Venne il giorno , era Natale, fu pubblicato per la città un editto che esortava i figli di San Marco a correre in armi alla casa del signor Luigi: chi non aveva armi andasse alla fortezza dove gliene sarebbero date a volontà; l'editto prometteva un premio di duemila ducati a chi consegnasse alla corte di giustizia vivo o morto il signor Luigi, e cinquecento ducati per ciascuno dei suoi complici. Inoltre, si ordinava a chi fosse senz'armi di non avvicinarsi alla casa del principe per non ostacolare i combattenti semmai egli volesse fare qualche sortita.
Intanto si piazzavano fucili sui bastioni, mortai e grosse artiglierie sulle vecchie mura dirimpetto alla casa del principe: altrettante se ne misero sulle mura nuove, dalle quali si vedeva il lato posteriore del palazzo: da questa parte era stata schierata la cavalleria in modo da poterla manovrare liberamente quando fosse venuto il momento. Sulla riva del Brenta ci si affannava a disporre banchi, armadi, carretti o quant'altro potesse servire di riparo. Con questi ostacoli si pensava a contenere i moti degli assediati se costoro fossero usciti contro il popolo in ordine serrato; e si sarebbero difesi così dalle archibugiate gli artiglieri e i fanti. In ultimo, si collocarono sul fiume, dirimpetto e ai lati del palazzo del principe, alcune barche piene d'uomini armati con moschetti e altre armi atte a intimorire il nemico se avesse tentato una sortita; e per tutte le strade si alzavano le barricate. Mentre si facevano i preparativi, arrivò una lettera scritta con molta urbanità nella quale il principe si lamentava d'essere ritenuto colpevole e d'essere trattato da nemico e da ribelle prima che le cose fossero esaminate da vicino. La lettera era stata compilata da Liverotto.
Il 27 dicembre tre gentiluomini fra i principali della città furono mandati dai magistrati al signor Luigi che aveva con se nel palazzo quaranta uomini, tutti vecchi militari temprati al pericolo: li trovarono occupati a preparare la difesa del palazzo con tavole e materassi bagnati e a mettere in ordine gli archibugi.
I tre gentiluomini dichiararono al principe che i magistrati erano risoluti a impadronirsi di lui, e lo esortarono ad arrendersi aggiungendo che con questo gesto, e prima che fossero accaduti fatti irreparabili poteva sperare misericordia. Al che il signor Luigi rispose che se fossero state tolte le guardie intorno alla sua casa egli si sarebbe recato dai magistrati accompagnato da due o tre dei suoi fidi per venire a trattative, sotto la condizione però che in qualsiasi caso sarebbe stato libero di tornarsene a casa sua.
Avute queste proposte per iscritto e di mano del principe, gli ambasciatori le recarono ai magistrati che rifiutarono le condizioni specie per l'insistente consiglio dell'illustrissimo Enea Pio e d'altri nobili presenti. Gli ambasciatori se ne vennero ancora dal principe per annunciargli che, se non si fosse arreso a discrezione la sua casa sarebbe stata rasa al suolo: egli rispose che ad un simile gesto di sottomissione preferiva la morte.
Subito i magistrati dettero il segnale della battaglia: e benché si potesse distruggere quasi tutto il palazzo con una sola scarica d'artiglieria si preferì di agire con una certa cautela per vedere di condurre gli assediati alla resa. Tale decisione è stata fruttuosa perché ha risparmiato a San Marco il molto denaro che sarebbe costata la riedificazione del palazzo distrutto; ma non è stata approvata da tutti: se gli uomini del signor Luigi, risolutamente, senza tentennare, si fossero lanciati fuori della casa, il successo sarebbe stato molto incerto. Erano vecchi soldati, non mancavano né di munizioni né di coraggio, e sopratutto avevano necessità di vincere: non era meglio per loro, anche nel peggiore dei casi, morire d'un colpo d'archibugio invece che per mano del boia? E poi, chi avevano davanti a loro? Dei disgraziati assedianti poco esperti nell'uso delle armi. I signori magistrati, in questo caso , avrebbero potuto pentirsi della loro clemenza e della loro bontà.
Si cominciò dunque a picchiare sul colonnato prospiciente al palazzo: poi, tirando a mano a mano più in alto si distrusse il muro della facciata dietro il colonnato. E intanto quelli che stavano dentro il palazzo tiravano d'archibugio ma col solo risultato di ferire alla spalla un popolano.

Gridava impetuoso il signor Luigi: “ Battaglia, battaglia! Guerra! Guerra!”. E s'affannava a far preparare palle di fucile fondendo lo stagno dei piatti e il piombo delle vetrate. Minacciava una sortita: ma gli assedianti lo prevennero e fecero avanzare l'artiglieria pesante. Al primo colpo, crollò un'ala della casa, e certo Pandolfo Leupratti di Camerino cadde tra le rovine. Era uomo di gran coraggio e bandito di gran peso: esiliato dagli Stati della Chiesa, sulla sua testa era stata posta una taglia di quattrocento piastre dall'illustrissimo signor Vitelli per la morte di Vincenzo Vitelli, assalito nella sua carrozza e ucciso a colpi d'archibugio e di pugnale per ordine del principe Luigi Orsini, e per mano del suddetto Pandolfo e dei suoi compagni. Stordito dalla caduta, Pandolfo non poteva muoversi ; un servitore di casa Caidilista s'avanzò verso di lui armato d'una pistola e animosamente gli tagliò la testa che si affrettò a portare alla fortezza per consegnarla ai magistrati. Poco dopo, un nuovo colpo d'artiglieria fece cadere un altro pezzo della casa trascinando nelle macerie il conte di Montemelino di Perugia che morì fra le rovine tutto sfracellato dalla cannonata. Si vide allora uscire dal palazzo un personaggio chiamato il colonnello Lorenzo, dei nobili di Camerino, uomo ricchissimo che in molte occasioni aveva dato prove di valore ed era tenuto in gran conto dal principe. Aveva deciso di non cadere invendicato, e spianò il suo fucile: ma sebbene la rotella avesse scattato, accadde, forse per volontà di Dio, che la polvere non prendesse fuoco: e in quell'istante una palla lo passò parte da parte. Il colpo era stato tirato da un povero diavolo, ripetitore del collegio di San Michele; ma, mentre costui per guadagnare il premio promesso s'apprestava a tagliare la testa al caduto, fu prevenuta da altri più svelti e sopratutto più forti, i quali, rapita la borsa del cinturone il fucile il denaro e gli anelli del colonnello, gli tagliarono la testa.
Il principe Luigi, quando vide morti in quelli in cui aveva tanto fidato si turbò profondamente e parve rimanere senza moto.
Il signor Filelfi, suo maestro di casa e segretario civile, da un balcone, con un fazzoletto bianco, fece segno di volersi arrendere. Uscì, e fu guidato alla cittadella condotto sottobraccio, come dicono che s'usi in guerra, da Anselmo Suardo luogotenente della magistratura. Immediatamente interrogato, disse di non avere nessuna colpa di ciò che era accaduto, essendo arrivato soltanto la vigilia di Natale e da Venezia dove s'era fermato più giorni per affari del principe. Gli si domandò quanta gente era in casa col principe: rispose: “venti o trenta persone”. Gli si chiese il loro nome, rispose che di otto o dieci persone di qualità che mangiavano come lui sulla tavola del principe sapeva il nome, ma che degli altri, gente di vita vagabonda e arrivati da poco presso il principe, non aveva nessuna precisa conoscenza. Nominò quindi tredici persone compreso il fratello di Liverotto. Poco dopo l'artiglieria piazzata sulle mura della città cominciò a tuonare, e i soldati occuparono le case contigue a quella del principe per impedire la fuga degli assediati. Allora, il principe, che aveva corso gli stessi rischi di coloro dei quali s'è raccontata la morte, disse ai suoi seguaci di resistere fino a che non vedessero uno scritto di sua mano accompagnato da un certo segno: dopo di che si arrese a quell'Anselmo Suardo che abbiamo pocanzi nominato. E poiché non si potè condurlo in carrozza come era stato prescritto per la gran folla di popolo e per le barricate alzate nelle vie, si decise che sarebbe andato a piedi. Camminava tra i soldati di Marcello Accoramboni; aveva ai lati i signori condottieri, il luogotenente Suardo, altri capitani e gentiluomini della città, tutti benissimo armati: veniva poi una buona compagnia d'uomini e di soldati della città. Il principe Luigi avanzava, vestito di bruno, lo stiletto al fianco, ed il mantello drappeggiato sul braccio con un portamento elegantissimo; disse con un sorriso sdegnoso: “Se avessi combattuto!” volendo quasi fare intendere che in quel caso avrebbe vinto. Condotto davanti ai magistrati, subito li salutò e disse:
Signori, sono prigioniero di questo gentiluomo – e mostrò il signor Anselmo -, e sono molto dispiacente di ciò che è successo e che non è dipeso da me”.
Il capitano avendo ordinato che gli si togliesse lo stiletto che aveva a fianco, egli si appoggiò al balcone e cominciò a tagliarsi le unghie con un paio di piccole forbici che aveva trovato colà.
Gli si domandò di quali persone era composto il suo seguito: nominò fra gli altri il colonnello Liverotto e il conte Montemelino dei quali si è già parlato, aggiungendo che avrebbe dato diecimila piastre per resuscitarne l'uno, e che per l'altro avrebbe dato il suo proprio sangue. Domandò di essere messo in luogo onorevole, conveniente a persona del suo grado. E come aveva convenuto, scrisse di propria mano ai suoi, ordinando loro di arrendersi e dando il suo anello come segno. Al signor Anselmo disse che gli donava la sua spada e il suo fucile pregandolo, quando le armi fossero state trovate ne suo palazzo, di servirsene per amor suo essendo armi di un gentiluomo e non di un soldato qualsiasi.
I soldati entrarono in palazzo, lo visitarono con cura, e subito fu fatto l'appello dei seguaci del principe che si trovarono in numero di trentaquattro: dopo di che furono condotti due per due nelle prigioni del palazzo pubblico. Lasciati i morti ai cani, ci si affrettò a mandare il resoconto a Venezia. Ci si accorse però che molti fra i soldati del principe Luigi complici del delitto non erano tra gli arrestati: fu proibito di dar loro asilo, sotto pena, per i contravventori, della demolizione della casa e della confisca dei beni: coloro invece che avessero denunciato avrebbero avuto cinquanta piastre: e con questo mezzo se ne ripescarono parecchi. Da Venezia si spedì una fregata a Candia con l'ordine per il signor Latino Orsini di ritornarsene immediatamente per un affare di grande premura: si crede che perderà la sua carica.
Il giorno di Santo Stefano tutti si aspettavano di veder morire il principe Luigi o di sentir raccontare che era stato strangolato in prigione: e la sorpresa fu generale a saperlo ancora vivo, dato che egli non era uccello da restare molto tempo in gabbia. Ma la notte seguente il processo ebbe luogo, e il giorno di San Giovanni, poco prima dell'alba, si seppe che il suddetto signore era stato strangolato e che era morto molto cristianamente. Trasportato subito il corpo nella cattedrale accompagnato dal clero e dai padri gesuiti, fu lasciato per tutta la giornata su un cataletto in mezzo alla chiesa per servire di spettacolo al popolo e di ammonimento agli inesperti.
L'indomani fu trasportato a Venezia secondo le volontà testamentarie del defunto, e colà seppellito. Sabato si impiccarono due dei suoi: il primo per turno e per rango fu Furio Savorgnano, e l'altro una persona di bassa condizione. Il lunedì, che fu il penultimo giorno dell'anno, se ne impiccarono tredici fra i quali alcuni erano di nascita nobile; altri due, il capitano Splendiano e il conte Paganello furono condotti in giro per la piazza e leggermente tenagliati: arrivati al luogo del supplizio furono mazzolati, ebbero la testa infranta e furono tagliati a pezzi ancora palpitanti. Costoro erano nobili e prima di volgersi al male erano stati molto ricchi. Si dice che il conte di Paganello aveva ucciso di sua mano la signora Accoramboni nel crudele modo che abbiamo descritto. E' vero che il principe Luigi nella lettera citata attesta d'aver fatto la cosa egli stesso: ma forse lo disse per la medesima vanagloria che aveva mostrato a Roma dopo aver fatto assassinare il Vitelli, o anche per farsi un merito di più col principe Virginio Orsini.

Prima di ricevere il colpo mortale, il conte Paganello fu trafitto più volte con un pugnale sotto la mammella sinistra perché il ferro gli toccasse il cuore come egli aveva fatto a quella povera signora. Fiumi di sangue gli sgorgavano dal petto e tuttavia visse così più di mezz'ora con grande meraviglia di ciascuno.
Era un uomo sui quarantacinque anni, di complessione assai robusta. Le forche sono ancora in piedi per liquidare i diciannove che restano, e ciò sarà fatto il primo giorno fra i prossimi, non festivo.
Ma poiché il boia è estenuato, e il popolo è come in agonia per aver visto tanti morti, si differirà l'esecuzione di un paio di giorni. Non sembra probabile che qualcuno possa scampare. Forse, si farà eccezione per il maestro di casa del principe Luigi, il signor Filelfi, il quale si da molto da fare – e davvero la cosa per lui è di molta importanza – per dimostrare di non aver preso parte in nessun modo al delitto.
Nessuno, nemmeno tra i più anziani di questa città di Padova, ricorda che mai, per una sentenza più giusta si sia proceduto contro la vita di tante persone tutto in una volta. E la Signoria di Venezia si è acquistata buona risomanza e reputazione presso gli stati più civili.
(Aggiunto di altra mano)

Francesco Filelfi segretario e maestro di casa fu condannato a quindici anni di prigione. Il coppiere Onorio Adami da Fermo e due altri con lui a un anno di prigione: sette furono condannati ai remi coi ferri ai piedi: e sette, infine, furono rilasciati.


Fine