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BIRRE DI BAVIERA - Chifenti, Borgo a Mozzano - via Europa Unita, 5 (clicca sulla foto)

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lunedì 15 febbraio 2016

IL MONTANINO TOSCANO



Ancora oggi se vi recate in qualche borgo della montagna sentirete che il volgare, resiste ancora........... anno 2016.
" O, in dove siete stati”

-“ S'eramo iti in Prunetta a vedè 'na motosega”- 
Frasi sussurrate con disinvoltura, un linguaggio scorrevole, che ancora non vede il tramonto, e ti fa apprezzare la ricerca che il Manzoni ha condotto sulla lingua e che ha adottato fermamente.
Breve cenno:
Dal volgare fiorentino adottato dal Manzoni.

A partire dal XVI secolo il volgare fiorentino viene considerato la lingua “corretta”, ma non
è l’unica lingua. Come per il latino, solo le persone educate a scuola parlano il volgare fiorentino, mentre il popolo continua a parlare e modificare i propri volgari italiani. I volgari italiani possono ora essere chiamati dialetti perché c’è una “lingua ufficiale” e loro non sono lingue ufficiali.
Quindi, in questi secoli c’è una lingua della letteratura (il volgare fiorentino) e ci sono tutti i dialetti. Nel XIX secolo, il Risorgimento esplode in Italia. Nel 1840, Alessandro Manzoni, pubblicala sua opera più importante:
I promessi sposi”. Questo libro è scritto in una lingua nuova: è il volgare fiorentino reso attuale e arricchito da espressioni contemporanee degli altri volgari.
L’Italia viene unificata nel 1861. Gli intellettuali discutono di quale dovrà essere la lingua del paese unificato (“Seconda questione della lingua”) e scelgono la lingua di Manzoni come modello. Questa lingua è la base dell’italiano moderno.

In questo racconto dell'Abate Tigri, un erudito municipale, un maestro di scuola che ha, i suoi trascorsi come sotto ispettore delle scuole secondarie in Sardegna, poi passato al provveditorato di Caltanisetta, poi ispettore del circondario pistoiese e di San Miniato. Innestato nella sua educazione classicistica, sobrie suggestioni romantiche, si evidenzia l'influenza del Manzoni.
Innamoratissimo della contessa EUGENIA CASELLI FABRONI di Pistoia, da dedicarle il libro.


(Quando nella sua deliziosa villa di Celle, dettavo le prime pagine di questo racconto, Ella non solo degnavasi di udirne la lettura, ma sì confortavami a compirlo, e porlo in luce.

Dì che la mia fiducia si accrebbe, quando mi fu dato di fregiarlo del nome di Lei. Certo che questo mio libro non poteva meglio esser raccomandato: perché fra le varie egregie doti di che ella s'adorna, primeggiano il suo sentire, e parlare italiano).


Il racconto si articola nella montagna pistoiese e Lui ne cita tutti i borghi o quasi e tutte le frazioni montane. Ovvero: Castello di Cireglio, Stazzana, Campiglio, passo dell'Oppio, Pian degli Ontani, Boscolungo, l'appennino pistoiese al completo, essendo Lui nato a Pistoia il 22 Settembre 1806 e visse fino al 9 Marzo 1882.




Una bella mattina di maggio del 1859, da un paesetto della montagna pistoiese, distante, a maestro, circa sei miglia dalla città, e dalla sua sorprendente postura prende il nome di Belriguardo, si era udito al piano, fino all'alba, un insolito rullar di tamburi. Era giorno di Domenica. Le massaie di quel poggiolo e de' circostanti villaggi, che sogliono essere le più mattiniere, riavviatesi a quell'ora alla meglio e , postesi in capo le loro bianche pezzuole, se n'andavano alla prima messa. Via via che s'incontravano pe' viottoli o sulla strada maestra, avviandosi alla parrocchia, si salutavano col Buon Giorno!
Com'è di costume, o esclamando fra loro :-Che aria, madonna! Davvero! Proprio un tempo primaveresco.
Quindi la prima cosa con gran premura era chiedersi l'una l'altra:
  • Che è questo Margherita?
  • Che volete che vi dica, Teresa?
    Il mì uomo, che tornò da Pistoia iersera, mi raccontò che la città era piena zeppa di soldati, e che andavano per le strade da su e da giù; e la gente un tramestio, un andirivieni..... e, dietro a loro, a gridare a gola aperta:
    Viva la guerra! Viva la guerra!
    -Gesù Maria! Viva la guerra, eh?-
    soggiungeva una più vecchia, che uscendo allora d'una casa di sulla strada maestra, ripiegata e male in gambe, si reggeva sopra un lungo bastoncello,e s'univa alle altre; e, allungando un braccio, e come con la mano fendesse l'aria:
    dite dite : viva la guerra, sciagurati! Forse Dio.....! non se n'è avuto assai dalle guerre noi altri poveri montanini! Napoleone (che il Signore lo perdoni), me ne rammento sempre, sebbene abbia addosso degli annarelli....
    E voltasi a una di loro
    ma lo credete, Margherita, che ogni volta ch'ì ne parlo mi sento rabbrividire?
    E nel soffermarsi, agitando la testa, e richiamando sopra di se l'attenzione delle compagne:
    Che pensate che ci facesse per la sua ambizione e bramosia della guerra?
    Ci mandava a strappare a forza i figliuoli dal lavora de' nostri campi, dalle nostre case, e fin dalle braccia di noi povere mamme, che s'aveva un bel piangere e un bel pregare! Que' poveri ragazzi dovevano essere soldati ad ogni costo, e andare a farsi ammazzare chi sa dove, proprio per lui! E vedere adesso quel buon uomo di Stefano da Stazzana che se lo tiene in petto in una medaglia …........................

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