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Fatti non fummo per viver come bruti, ma per professar virtute e conoscenza..... Per etica ed onesta', per la gente tra la gente con la gente. In memoria di Albano Fini. capitan.futuro3000@gmail.com
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mercoledì 11 luglio 2018
AMBIENTE INFORMA: 12/7/18 - Il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, al Consiglio nazionale Snpa - Rapporto Ecomafia 2018 - Il clima nel 2017 in Italia
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mercoledì 9 agosto 2017
LUCCA: PRESIDIO ON LINE CONTRO LE MAFIE
#idv #luccaprovincia #presidio controlemafie
Capezzoli Idv: Omicidio Scopelliti, Ucciso da Cosa Nostra in accordo con l'Ndrangheta. Il magistrato rifiutò diversi tentativi di Corruzione, chi sono i mandanti?
Capezzoli Idv: Omicidio Scopelliti, Ucciso da Cosa Nostra in accordo con l'Ndrangheta. Il magistrato rifiutò diversi tentativi di Corruzione, chi sono i mandanti?
9 AGOSTO 1991 - 9 AGOSTO 2017
Antonino Scopelliti era un magistrato italiano, entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano.
Procuratore generale presso la Corte d'appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo.
Ha rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel caso Moro, durante il primo processo, al sequestro dell'Achille Lauro, alla Strage di Piazza Fontana ed alla Strage del Rapido 904. Per quest'ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del 1991, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò e a Guido Cercola, nonché l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio.
Il magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro).
Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L'agguato avvenne all'altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell'abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L'automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno.
Procuratore generale presso la Corte d'appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo.
Ha rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel caso Moro, durante il primo processo, al sequestro dell'Achille Lauro, alla Strage di Piazza Fontana ed alla Strage del Rapido 904. Per quest'ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del 1991, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò e a Guido Cercola, nonché l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio.
Il magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro).
Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L'agguato avvenne all'altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell'abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L'automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno.
Come ricostruito nel libro inchiesta Primo Sangue di Aldo Pecora, in un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L'esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero emergere la verità sulla morte del magistrato.
Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò diversi tentativi di corruzione (il pentito Marino Pulito rivelò che a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire italiane per "raddrizzare" la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana). Anche secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra.
Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di 'Ndrangheta che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell'abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, furono trovati gli incartamenti processuali del maxiprocesso. Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Salvatore Riina e sette boss della "Commissione" di Cosa Nostra, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri sei boss, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d'Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si aggiunsero in un secondo momento quelle del boss Giovanni Brusca) vennero giudicate discordanti
Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò diversi tentativi di corruzione (il pentito Marino Pulito rivelò che a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire italiane per "raddrizzare" la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana). Anche secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra.
Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di 'Ndrangheta che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell'abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, furono trovati gli incartamenti processuali del maxiprocesso. Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Salvatore Riina e sette boss della "Commissione" di Cosa Nostra, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri sei boss, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d'Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si aggiunsero in un secondo momento quelle del boss Giovanni Brusca) vennero giudicate discordanti
La riapertura delle indagini
Dopo anni di stasi giudiziaria nei quali non si è riusciti ad assicurare alla giustizia i responsabili del delitto, l'11 luglio 2012 nel corso di un'udienza del processo "Meta" contro la 'ndrangheta a Reggio Calabria, il pentito della cosca De Stefano, Antonino Fiume, ha dichiarato che ad uccidere il giudice sarebbero stati due reggini su richiesta di Cosa nostra. Il collaboratore di giustizia, però, su invito del pubblico ministero non ha fatto i nomi dei presunti killer. Ciò confermerebbe quanto ricostruito dagli inquirenti.
Dopo anni di stasi giudiziaria nei quali non si è riusciti ad assicurare alla giustizia i responsabili del delitto, l'11 luglio 2012 nel corso di un'udienza del processo "Meta" contro la 'ndrangheta a Reggio Calabria, il pentito della cosca De Stefano, Antonino Fiume, ha dichiarato che ad uccidere il giudice sarebbero stati due reggini su richiesta di Cosa nostra. Il collaboratore di giustizia, però, su invito del pubblico ministero non ha fatto i nomi dei presunti killer. Ciò confermerebbe quanto ricostruito dagli inquirenti.
Domenico Capezzoli ITALIA DEI VALORI
giovedì 21 maggio 2015
PIANETA PRATO: Robe dell’ALTRO MONDO.. tra bordelli di periferia e scarichi abusivi in pieno centro…” di Francesco Fedi
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"PIANETA PRATO: Robe dell'ALTRO MONDO.. tra bordelli di periferia e scarichi abusivi in pieno centro…" di Francesco Fedi
Fantascientifico, metafisico o grottesco?... Sotto quale cappella potremmo correttamente inserire i fatti di cui oggi ci parlano le cronache?
Iniziamo da stamani, nel primo mattino, in zona Paperino (..fa anche rima..). Un nucleo della Squadra Mobile, è intervenuto nei confronti di un'articolata organizzazione criminale, dedita allo sfruttamento di giovani prostituzione di nazionalità albanese. Risultato: una decina gli arresti e numerose perquisizioni in Toscana, tra cui a Prato, all'interno di un residenze in loc. Paperino, posto sotto sequestro con l'occasione.
L'operazione ha avuto inizio a partire dalle indagini che hanno avuto seguito da una burrascosa baruffa, che a causa di litigi per l'accaparramento della clientela, la sera del 12 aprile 2014 è sfociata in confronti con coltelli, bastoni e mazze da baseball. Alla fine tre persone, sono state ferite in modo grave e una rimasta in fin di vita. Per quanto riguarda le ragazze, pressoché ventenni, oltre che sulle strade di Novoli, avevano una base anche nel residence di Paperino, via per le Calvane.
Dunque nel complesso ci saranno accuse che vanno dallo sfruttamento della prostituzione al tentato omicidio, ma la vera particolarità sta nel fatto che già in passato, più volte e sempre per lo stesso reato, l'immobile era stato oggetto di provvedimenti da parte dell'autorità giudiziaria, con tanto che anche il precedente gestore era stato anche arrestato.
Ora la tentazione sarebbe quella di lanciarmi nel solito lungo pistolotto sulla presenze mafiose e i loro intrecci nel nostro territorio, ma resisterò rimandando tutti gli approfondimenti per chi ne volesse sapere di più, a quello che indubbiamente è il miglior documento di approfondimento sulla mafia albanese in Italia., redatto dal Maresciallo Capo dei Carabinieri, Fabio Iadeluca, in servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze.
Di questo mi limito a riportare che in Toscana il fenomeno criminale organizzato tratta principalmente di reati legati al traffico di stupefacenti e in particolare, attraverso importanti reti di contatti internazionali, nel settore delle droghe pesanti, poi reati contro il patrimonio e lo sfruttamento della prostituzione. Per quanto riguarda la prima, in Olanda, è stata accertata l'esistenza di un'organizzazione ben radicata di criminali albanesi che attraverso corrieri, fornivano di cocaina in quantità considerevoli a gruppi di loro connazionali sparsi in varie regioni d'Italia. A questo proposito, nel suo documento il Maresciallo Iadeluca punta il di dito proprio sulla Toscana e su Prato, dove si è riscontato un collaudato sodalizio italo-albanese sul traffico di eroina dall'Albania.
Tra i documenti citati, la relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia della XIV, approvata il 18 gennaio 2006, relatore sen. Centaro, evidenzia che la Direzione Centrale della Polizia Criminale osserva che le originarie piccole bande, non rappresentano più strutture delinquenziali "di servizio", affiancate funzionalmente altri aggregati criminali, ma sono cresciute acquisendo via via le connotazioni tipiche di sodalizi di tipo "mafioso". Un altro aspetto importante è la "trans nazionalità".
Le consorterie criminali albanesi, hanno mostrato un'alta specializzazione criminale, divenendo un importantissimo punto di riferimento per i traffici illeciti internazionali. Questo potendosi avvalere della posizione geografica strategica del proprio Paese di origine e detto anche che i gruppi di criminali insediati in Italia e negli altri Paesi dell'Europa mantengono un particolare legame con la madrepatria, fungendo da abili gestori locali di traffici organizzati su scala. Le ben note vicende politiche degli anni '90, responsabili dei più massicci afflussi di immigrati albanesi in Italia, hanno creato o fortificato contatti con gruppi organizzati stranieri come la Nuova Sacra Corona Unita o la Mafia turca, la Mafia russa, la criminalità montenegrina e, non ultima, le Triadi cinesi.
Le consorterie criminali albanesi, hanno mostrato un'alta specializzazione criminale, divenendo un importantissimo punto di riferimento per i traffici illeciti internazionali. Questo potendosi avvalere della posizione geografica strategica del proprio Paese di origine e detto anche che i gruppi di criminali insediati in Italia e negli altri Paesi dell'Europa mantengono un particolare legame con la madrepatria, fungendo da abili gestori locali di traffici organizzati su scala. Le ben note vicende politiche degli anni '90, responsabili dei più massicci afflussi di immigrati albanesi in Italia, hanno creato o fortificato contatti con gruppi organizzati stranieri come la Nuova Sacra Corona Unita o la Mafia turca, la Mafia russa, la criminalità montenegrina e, non ultima, le Triadi cinesi.
Questo mentre le organizzazioni criminali albanesi si sono attestate, con diversa intensità, in quasi tutte le regioni del Paese: è da tempo accertata la presenza di queste in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Toscana, Lazio, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Campania, Sicilia, Calabria e Puglia.
Tornando al caso di Prato, la città più multiculturale d'Italia, bisogna dire che il carattere di trans nazionalità e i legami con la Triade cinesi o della mafia nigeriana, fanno sì che l'area pratese sia anche per questa mafia estera, un punto nevralgico di influenza e di affari (vedi immagine tratta da relazione citata)
Ora, di fronte ad atti parlamentari e relazioni già da tempo rese di dominio pubblico, come quella del M.llo Iadeluca, scoprire che a Paperino accade che un residence-berdello diviene reiteratamente ad essere teatro delle medesime attività illecite, fa davverro pensare di essere su un altro pianeta!!!
Ma non è così: siamo a Prato, il PIANETA PRATO!...
La storia del residence di Paperino non è però l'unica di luogo noto per essere oggetto di reiterazione di certi reati.
Facciamo infatti qualche chilometro e spostiamoci più a nord, nel nostro amato Macroloto Zero, esattaente in Via Giovanni da Verrazzano. Qui un ventisettenne di nazionalità cinese è stato sorpreso mentre gettava scatole conteneti circa 160 kg. di scarti tessili….
Sorpreso da una pattuglia di vigili, p stato multato e si è visto sequestrare l'autovettura con cui stava trasportando i rifiuti…. ..a la domanda è: cosa c'è davvero di notevole in questa storia?...
LA cosa clamorosa è che un'identico episodio era già accaduto nel novembre scorso, dunque giusto sei mesi fa nello stesso quadrato di strade: in via Puccini un furgone con a bordo 47 sacchi di scarti tessili fu bloccato dal Nucleo Ambientale della Polizia Municipale per un controllo straordinario. Risultato sprovvisto di documenti si scoprì che gli scarti erano diretti in un qualsiasi cassonetto della raccolta indifferenziata dei dintorni. Anche lì subito scattarono i provvedimento del caso: veicolo e rifiuti sequestrati e una denuncia penale con rischio di arresto da 6 mesi a 2 anni o una multa da 2.600 a 26.000 euro. La cosa fantastica è che lo stesso giorno, nella strada a fianco, in Via Vespucci, un uomo ed una donna cinesi, furono ripresi da delle telecamere, mentre mpegnati ad abbandonare sul marciapiede alcuni scatoloni di cartone all'interno dei quali, sempre gli stessi agenti, rinvennero anche lì scarti di lavorazione, per i quali fu accertata la provenienza da un maglificio, attivo nella zona del Soccorso. Ovviamente quel maglificio risultò completamente sconosciuto agli agenti di riscossione della tassa smaltimento rifiuti.
Ovviamente, oggi come allora, ci occupammo di quei casi per estrapolare alcune riflessioni. Anche allora ci dicemo: "..Passerà qualche giorno, e tutti potranno tornare a scaricare allegramente, magari in Via Bonicoli o in Via Bruno Giordano, anziché in via Vespucci. Garantito, non c'è nessun problema. Funziona così e funziona così perchè c'è una politica che da oltre venti anni si disinteressa di dotarsi di forze, strumenti ed una dotazione organica adeguata per dare un taglio netto a questo stato delle cose…" .
Oggi però, nonostante ci abbiamo azzeccato, fino al punto che la cosa accade di nuovo tale e quale nello stesso posto ed in pieno giorno (il fatto in discussione è avvenuto alle 20.00 di ieri), la riflessione è un'altra: anche in questo caso, come in quello di Paperino, parlare di forze e di dotazione organica, appare quasi ridicolo, visto che il particolare legame tra due episodi così diversi, induce a dire che qui sarebbe bastato dire a agli stessi agenti di ripassare negli stessi posti o rifare una capatina nello stesso stabile di Paperino, la settimana successiva, se non qualche giorno dopo.
Forse la nostra visione è semplicistica e non ci dovremmo sbilanciare in considerazioni che non ci competono.
Ci sia però consentito che, in qualità di comuni cittadini, questi fatti ci appaiono come "Robe dall'altro mondo"… ..robe da "PIANETA PRATO"…
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