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lunedì 1 aprile 2019

COLONNELLO SALVINO PATERNO': La nuova legge sulla legittima difesa NON SARA' IL FAR WEST . Intervista di Speroni.


La nuova legge sulla Legittima difesa spiegata FINALMENTE bene in ogni suo aspetto, al di là degli slogan e degli allarmismi

COLONNELLO PATERNÒ:  NON SARÀ IL FAR WEST

Si è parlato molto dell'art. 52, invece la sostanza più importante della riforma è nell'art. 55 cioè l'Eccesso colposo nella legittima difesa.

Intervista di Francesco Speroni 


Colonnello dei Carabinieri Salvino Paternò, nato a Roma il 1° aprile 1961.
Ha comandato il Plotone d'Intervento al 10° Battaglione Campania a Napoli; il Nucleo Operativo della Compagnia di Torre Annunziata; la Compagnia Carabinieri di Vallo della Lucania (SA); la Compagnia Carabinieri di Policoro (MT); il Reparto Operativo di Potenza; il Reparto Operativo di Rieti.
Dal 29 ottobre 2013 è stato posto in congedo su sua richiesta.
Attualmente ricopre questi incarichi: docente di criminalistica nei corsi di Scienze Criminologiche Forensi – Master di I e II livello – presso l'Università "La Sapienza" di Roma; docente di criminalistica nei corsi presso l'Università Telematica di Roma e l'UNINT (Università degli studi Internazionali di Roma); è Direttore Generale della Formazione presso la GM Accademy (convenzionata con UNITELMA Sapienza) relativamente ai corsi di Investigatori Privati, Guardia Giurata, vigilanza armata e non, agente di polizia locale, ausiliario del traffico e dei corsi di perfezionamento per comandanti ed ufficiali della Polizia Locale, nonché svolge il ruolo di docente nell'ambito dei suddetti corsi;
Precedentemente ha svolto l'incarico di docente di Criminalistica e Tecniche Investigative presso la Scuola Marescialli di Velletri, per conto delle Università di Firenze, Bologna e Forlì; ha la qualifica di Istruttore di Tecniche di Intervento Operativo conseguito presso la Scuola Ufficiali dei Carabinieri ed ha anche la qualifica operatore di Analisi Criminale, conseguito presso la Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia. 


Colonnello Paternò, il Parlamento ha infine approvato la nuova norma sulla Legittima Difesa. Cosa cambia rispetto al passato?
Sulle orme della tradizione italica, anche tale norma è formulata in maniera non facilmente comprensibile. Inizierei a sgombrare il campo dagli slogan, starnazzati a più riprese, sia a sostegno che contro, che hanno accompagnato l'iter procedurale di approvazione.
I fautori della norma hanno esultato asserendo che "da ora in poi la difesa è sempre legittima". In realtà non è così. Bisognerà sempre valutare se chi ha reagito all'aggressione si stava veramente difendendo, e in che modo ha articolato la sua difesa.

Chi avversa la norma, invece, sostiene che tale legge dia licenza di uccidere creando un autentico Far West. Cosa c'è di vero in tale affermazione?
Nulla! Permangono ovviamente i reati di omicidio e lesioni dolose e anche il reato di eccesso colposo.

Si è anche detto che si agevolerà la vendita di armi. Le risulta?
Anche questa è una fesseria, pur se una strizzatina d'occhio alle case produttrici di armi c'è, ma c'era anche prima della riforma.
Mi spiego, nel 2° comma dell'art. 52 (che riguarda proprio la legittima difesa), è scritto che per difendersi da una violenza subita nel proprio domicilio, si può usare un'arma "legittimamente detenuta", come a far intendere che potrà usare l'arma solo chi la detiene legalmente (e quindi l'ha regolarmente acquistata e denunciata). Ma non è così. La vittima di un'aggressione armata può anche usare una pistola o un fucile detenuti illegalmente. Se sussistono i parametri della legittima difesa costui non verrà condannato per i danni fisici arrecati all'aggressore, ma solo per detenzione illegale di un'arma.

E allora, cosa è cambiato nell'art. 52 del codice penale?
Inizierei a rimarcare cosa NON è cambiato.
Per potersi difendere attivamente da un attacco, sono necessari 3 requisiti che possiamo così riassumere: INEVITABILITÀ, ATTUALITÀ del pericolo e PROPORZIONALITÀ tra difesa e offesa.
L'inevitabilità consiste nella mancanza di alternative. La vittima colpisce l'aggressore perché non può farne a meno, è "costretto" a difendersi. Facciamo un esempio. Nel cuore della notte veniamo svegliati da rumori sospetti, per cui impugniamo un'arma e ispezioniamo le stanze. Nel salone ci imbattiamo in un ladro che, alla nostra vista, invece di fuggire assume un atteggiamento spavaldo e di sfida. Gli spariamo a bruciapelo? No! Se lo facessimo, come si ravviserebbe l'"inevitabilità"? Come potremmo sostenere di esser stati "costretti" a farlo? In tal caso dovremmo limitarci a puntargli l'arma intimandogli di desistere dall'azione delittuosa. Se malgrado ciò, lui, non solo non desiste, ma palesa un chiaro intento di aggredirci, allora potremmo difenderci (ma con "proporzionalità").

Quindi prima di far uso di un'arma dobbiamo sempre invitare l'aggressore alla desistenza?
Sì, ovviamente se c'è materialmente il tempo per farlo. Se il delinquente nel vederci estraesse a sua volta un'arma, non avremmo certo il tempo di intimargli la resa e in tal caso potremmo aprire il fuoco prima di lui.

Poi c'è l'attualità del pericolo. In cosa consiste?
Il pericolo a cui la vittima deve essere sottoposta affinché si giustifichi la sua legittima difesa, come dice la parola stessa deve essere "attuale", cioè presente, in atto, incombente. Se il pericolo si è già esaurito o deve ancora verificarsi non ci si potrebbe difendere.

Facciamo un esempio?
Immaginiamo che un gioielliere, che lavora insieme al proprio figlio, subisca l'irruzione di un rapinatore armato. Il criminale li costringe ad alzare le mani e svaligia il negozio. Non contento, spara a sangue freddo al figlio del gioielliere e si dà alla fuga. Non essendo più sotto la minaccia delle armi, il negoziante afferra una pistola dal cassetto, esce dal negozio e spara alle spalle del rapinatore in fuga. Ha fatto bene, secondo lei?

Sarei tentato di risponderle di sì, ma temo non sia la risposta esatta… 
I suoi timori, purtroppo, sono fondati. Nell'esempio che abbiamo fatto, il gioielliere spara quando il pericolo si è esaurito. Se freddava il rapinatore quando, arma in pugno, li minacciava, avrebbe potuto invocare la legittima difesa perché in quel momento il pericolo era presente. Ma ha sparato su un uomo che, per quanto abietto sia, era in fuga, e l'ha fatto non per difendersi da un pericolo che oramai non c'era più, ma per risentimento, vendetta, ritorsione. È un'esecuzione…

Quindi quel commerciante sarà processato per omicidio volontario?
Probabilmente sì. Si spera che almeno il magistrato attenui la pena riconoscendogli quella cosiddetta "tempesta emotiva" che ultimamente va di moda nelle aule dei tribunali in favore dei veri assassini.

Rimane da analizzare la proporzionalità. In che consiste?
In teoria è facile rispondere alla domanda: è necessario arrecare all'aggressore lo stesso danno fisico che lui avrebbe arrecato alla vittima se questa non si fosse difesa.
Per cui, posso uccidere chi tenta di uccidermi; posso ferire chi tenta di ferirmi. Se uccido chi voleva o poteva solo ferirmi, o ferisco in modo grave chi voleva o poteva solo ferirmi lievemente, ho attuato una difesa "sproporzionata" e, quindi, illecita.

Questo in teoria. Ma in pratica?
In pratica, riuscire a fare una valutazione del genere nei pochi secondi in cui si svolge l'azione, con l'adrenalina a mille e la pressione sanguigna alle stelle, è materialmente impossibile.
È difficilissimo fare tale valutazione per un uomo delle forze dell'ordine ultra-addestrato, si figuri quanto complicato sia per un cittadino svegliato nel cuore della notte, che si trova di fronte un criminale. Inevitabilmente in tali casi la reazione della vittima sarà scomposta, disorganizzata, istintiva e, conseguentemente, spesso eccessiva.

Ma, se non sbaglio, è proprio qui, nella difesa domiciliare, che interviene la modifica all'art. 52, giusto?
In parte è così. La prima modifica avvenne già nel 2006, allorché si tentò di prevedere un rapporto di proporzionalità attenuata nel caso di "difesa domiciliare" o attuata all'interno di un proprio esercizio commerciale.  Si dispose, pertanto, che se il cittadino subiva un intrusione all'interno del proprio domicilio o del proprio negozio, poteva difendersi nel momento in cui si manifestava un "pericolo di aggressione", che è cosa ben diversa e sicuramente minore del "pericolo attuale", che rimane requisito necessario quando si subisce un attacco in strada o in un qualsiasi altro luogo pubblico o aperto al pubblico. Volendo ironizzare, si potrebbe consigliare ai criminali che intendono rapinare un benzinaio, di aspettare che esca dalla stazione di servizio con i soldi, perché se costui spara per strada rischia più lui che loro.

Quindi per reagire nei confronti di un ladro che ci entra in casa è necessario che ci sia il "pericolo di aggressione". Ma in cosa consiste? 
Bella domanda. Purtroppo la norma del 2006 non lo chiariva e, conseguentemente, la discrezionalità dei magistrati cavalcava a briglia sciolta. D'altronde, la specificità di ogni persona fa sì che ognuno percepisca il pericolo in maniera differente. Ovviamente anche le diverse situazioni ambientali in cui l'evento si realizza determinano un'obiettiva differente percezione sensoriale.
E qui interviene la modifica all'art. 52, introdotta con la nuova norma appena approvata. Si stabilisce, infatti, che il proprietario di casa o il negoziante è "sempre in stato di legittima difesa quando compie un atto per respingere un intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica".
Come può notare, quindi, in caso di intrusione illegittima all'interno della propria casa o del proprio negozio, due sono le circostanze che fanno palesare il pericolo di aggressione: la violenza posta in essere e\o la minaccia di aggressione.
Parrebbe palese (e speriamolo lo sia anche per i magistrati inquirenti) che la violenza suddetta non sia solo fisica ma anche solo sulle cose. Immaginiamo, per esempio, un criminale che sfonda la porta di casa, o divelle le ante di un armadio, o spacca le vetrine di un negozio. Tale atteggiamento violento, seppur non indirizzato sulla vittima, genera turbamento e sensazione di pericolo.
Per quanto attiene la minaccia, invece, questa è più facile da comprendere, seppur meno probabile. Dovremmo, infatti, immaginare un criminale apparentemente disarmato che, sorpreso in casa dal proprietario, lo affronti dicendogli: "guarda che sono armato e intendo spararti, o accoltellarti, o spaccarti la testa con un bastone".

Però è scritto che in tali casi il cittadino è "sempre" in stato di legittima difesa
Sì, ma non è che l'uso di un avverbio buttato lì possa cambiare la sostanza delle cose, dato che rimangono sostanzialmente inalterati i parametri di inevitabilità, attualità del pericolo e proporzionalità.
Proviamo a riassumere il tutto con una simulazione. Il proprietario di casa nel cuore della notte sente dei rumori sospetti, si sveglia, impugna un'arma (sia da sparo, che da punta e taglio o anche solo un oggetto contundente) e cerca di capire cosa sta accadendo. Nell'androne di ingresso si imbatte in un ladro disarmato che ha appena sfondato la porta. Come abbiamo prima detto, la prima cosa da fare, se c'è il tempo materiale, è intimargli la desistenza.
Se il ladro gli volta le spalle e scappa, il proprietario di casa non può assolutamente colpirlo in alcun modo (volendo, dato che anche il privato cittadino ha la possibilità di eseguire un arresto in flagranza di reato, potrebbe inseguirlo, raggiungerlo e immobilizzarlo fino all'arrivo delle forze dell'ordine che vanno immediatamente avvisate… ma come si suol dire "questa è un'altra storia").
Se il ladro disarmato, invece di fuggire, non desiste e mette in atto un atteggiamento minaccioso o violento, il cittadino, in presenza di un "pericolo attuale" o anche solo di un "pericolo di aggressione", può colpirlo procurandogli lesioni il più possibile proporzionate all'aggressione attuata dal malfattore.
Se invece il ladro è palesemente armato, il proprietario di casa, dinanzi ad un evidente "pericolo di aggressione", anzi di un vero "pericolo in atto", può reagire sparando o colpendolo con qualunque mezzo di offesa.

La teoria è già complicata, ma nella pratica è ancora più difficile, dato che spesso non c'è modo e tempo di ragionare con freddezza, o no?
È verissimo! Ma proprio qui sta l'effettiva novità della riforma legislativa. Il vero cambiamento, infatti, non risiede nelle modifiche introdotte nell'art. 52 che tratta della Legittima Difesa e che continua a rimanere complesso e di difficile comprensione, bensì nell'art. 55 che tratta del reato di Eccesso Colposo nella Legittima Difesa.
Si parte dal sacrosanto presupposto della palese sproporzionalità tra una brusca, inattesa e vile aggressione del delinquente e la reazione del proprietario di casa (o del negozio), che altro non potrà essere che scomposta e istintiva. È chiaro a tutti (o almeno dovrebbe esserlo) che chi subisce un attacco in casa propria è sempre in posizione svantaggiata rispetto al criminale, conseguentemente lo stato di ansia e di paura lo porterà ad agire confusamente, formulando errate valutazioni nell'incertezza della dinamica dell'azione delittuosa.
Potrebbe, cioè, ferire o uccidere il criminale che si è introdotto in casa propria percependo erroneamente un pericolo che in realtà non esisteva. In tal caso non era assolutamente sua intenzione commettere un omicidio o lesioni dolose, non ha colpito il malfattore per risentimento o ritorsione, ma nella convinzione, purtroppo rivelatasi erronea, di dover reagire al solo scopo difensivo. Non voleva perpetrare alcun reato, ma lo stato di turbamento al quale era sottoposto, gli ha fatto compiere degli errori nella valutazione dei famosi requisiti di inevitabilità della reazione, percezione del pericolo e proporzionalità tra offesa e difesa.

Ebbene, in tali casi, prima dell'attuale riforma, cosa accadeva? 
Il proprietario di casa veniva processato per Eccesso Colposo e, dopo anni e anni di processo, se condannato doveva pagare non solo le spese processuali ma anche risarcimenti esorbitanti ai criminali o ai loro parenti.

Invece ora cosa è cambiato?
Ora, come nel testo della famosa canzone di Lucio Battisti, "da quando ci sei tu, tutto questo non c'è più". È infatti previsto che chi ha ecceduto nella legittima difesa, ma lo ha fatto in stato di "minorata difesa" (dovuta all'età, o alle condizioni di tempo e luogo) o di "grave turbamento", non potrà essere processato. Il grave turbamento quindi diviene causa di non punibilità.
Ciò non gli eviterà il risarcimento dei danni, però l'indennità spettante al criminale danneggiato, dovrà essere calcolata dal giudice tenuto conto "della gravità, delle modalità realizzative e del contributo causale della condotta" posta in essere dal malfattore. Sostanzialmente, chi si introduce in casa altrui per rubare o rapinare e viene ferito dal proprietario di casa che ha ecceduto colposamente nella reazione, essendo lui stesso causa del danno subito, ne deve accettare le conseguenze, per cui… addio agli esosi risarcimenti.
A proposito di risarcimenti, prima della riforma anche chi causava delle lesioni ai ladri, pur se veniva scagionato penalmente con il riconoscimento della legittima difesa, doveva comunque sostenere un processo civile per risarcimento danni. Anche tale nefasto evento viene scongiurato dalla riforma che elimina, per chi viene assolto in sede penale, qualsiasi responsabilità sul piano civile.
E non scordiamo il calvario che affrontava il proprietario di casa indagato: anni infiniti di processi e spese legali insostenibili. Ebbene, da ora in poi, tali procedimenti avranno priorità finendo su una corsia preferenziale nella formazione dei ruoli di udienza. Inoltre ci sarà l'estensione delle norme sul gratuito patrocinio in favore della persona nei cui confronti sia disposta l'archiviazione, il proscioglimento o il non luogo a procedere per fatti commessi in condizioni di legittima difesa o di eccesso colposo.
Al contrario, chi dovrà sborsare denaro non saranno le vittime dell'aggressione domiciliare ma gli autori del reato. È infatti previsto che, nel caso di condanna per furto in abitazione e scippo, i condannati potranno ottenere la sospensione condizionale della pena solo dopo aver ottemperato al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa.
E anche questa mi pare essere senza ombra di dubbio cosa buona e giusta.

Chi critica la riforma, sostiene che con tale norma lo Stato si arrende e delega ai cittadini il mantenimento della pubblica sicurezza. C'è del vero secondo lei?
Assolutamente no. La norma tutela solo le vittime che si difendono dalle aggressioni criminali, riconoscendo loro lo stato di stress emotivo in cui si trovano ad agire al fine di tutelare la propria e l'altrui incolumità, evitandogli così di subire un'ulteriore e ingiusta violenza da parte di quello Stato che non è riuscito a proteggerli.
Il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, nonché il controllo del territorio è ben altra cosa e, a mio avviso, non si ottiene aumentando gli organici delle forze dell'ordine, ma diminuendo quelli dei delinquenti. Tale risultato lo si può ottenere solo con la certezza della pena. Gli autori dei reati predatori sono quasi sempre delinquenti seriali arrestati e denunciati dalla polizia giudiziaria infinite volte e altrettanto infinite volte rimessi rapidamente in libertà, spesso con provvedimenti giudiziari insensati.
Proprio allo scopo di tentare di limitare le cosiddette scarcerazioni facili, nella norma che modifica le disposizioni inerenti la legittima difesa sono previste pene più severe per i reati di violazione di domicilio, furto e rapina.

Un ultima domanda. L'associazione nazionale dei magistrati si è scagliata contro la nuova legge sulla legittima difesa asserendo che è sostanzialmente inutile e restringe gli spazi di valutazione dei magistrati. Lei cosa ne pensa?
Non comprendo che danni possa fare una disposizione ritenuta "inutile". Se, come loro sostengono, tale legge "non tutelerà i cittadini più di quanto erano già tutelati fino ad oggi", anche chi avversa la legge non dovrebbero preoccuparsi. Insomma, se nulla cambia cosa c'è da temere? Al limite si è trattato solo di una perdita di tempo del potere esecutivo e legislativo che verrà valutata negativamente dagli elettori e non certo dalla magistratura.
Premesso, poi, che dinanzi ad alcune sentenze creative sconvolgenti, una sana riduzione degli "spazi di valutazione" dei magistrati non sarebbe negativa, non mi pare sia stata intaccata la loro discrezionalità nell'accertamento dei fatti. Saranno sempre i giudici ad appurare, caso per caso, sia la presenza dei requisiti che qualificano la legittima difesa, sia il "grave turbamento" che comporta la non punibilità.
Ritengo tali polemiche pretestuose e temo che possano essere dettate da una non celata avversione ideologica e politica. Un siffatto atteggiamento esplicato da chi non solo dovrebbe essere super partes ma tale dovrebbe anche apparire, sia deleterio e criminogeno. Come asseriva Calamandrei: "quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra".
( Colonnello Salvino Paternò ).

domenica 22 aprile 2018

Il colonnello dei Carabinieri, Salvino Paternò, interviene sulla cosiddetta "trattativa Stato-Mafia", chi fu davvero a trattare ??




ROMA - Sono sempre stato uno sbirro di campagna, uno di quelli che ragiona in maniera semplice, che valuta fatti e circostanze sulla base di logiche elementari. A dirla tutta, confesso che non ho mai amato i reparti speciali; per me l'unico vero super poliziotto è solo il comandante di stazione o il dirigente del commissariato che, senza maschere, indennità e super poteri combatte ogni giorno la criminalità a volto scoperto, vivendo nel territorio ove opera.

Detto questo e premesso di non conoscere gli atti del processo sulla cosiddetta "trattativa Stato – Mafia" (se non quello che riportano i giornalisti o pseudo-tali), c'è una cosa che non riesco assolutamente a comprendere e che mi arrovella il cervello. Da una parte c'erano i mafiosi che all'epoca formulavano le minacce, e sappiamo chi erano, dall'altro c'erano i carabinieri del ROS latori di tali messaggi mafiosi, e sappiamo chi erano, infine ci stavano i rappresentanti politici delle istituzioni destinatari di tali estorsioni… e qui mi cala la nebbia… chi erano costoro?

Si sostiene che i boss di Cosa Nostra per far cessare le stragi, pretendevano un'attenuazione del rigore carcerario per i loro compari sottoposti al 41 bis, e si sostiene che il governo intimidito non rinnovò il carcere duro a circa 300 condannati per reati gravi.
Ma, scusate, il Governo chi? Quale governante prese tale decisione? E se tale provvedimento fu preso sotto minaccia, per quale motivo tra gli imputati non compare alcun ministro della giustizia, o dell'interno, né alcun presidente della Repubblica. Insomma… con chi trattavano 'sti mafiosi? I carabinieri del Ros a chi inoltravano le minacce? 

Coloro che esercitano una pubblica funzione, legislativa, giurisdizionale o amministrativa (ministri e parlamentari) sono pubblici ufficiali e, come tali, se subiscono una intimidazione, indipendentemente dalla sua efficacia, hanno l'obbligo di denunciarla, altrimenti commettono omissione di atti d'ufficio. Ebbene, dal '93 al' 94, quale rappresentante istituzionale contattato dal Ros ha mai presentato denuncia?

Lo so, sono sempre stato un semplice sbirro di campagna che ragiona in maniera semplice e oggi, sulla base di logiche elementari, ritengo che mancando i destinatari finali, ci troviamo di fronte a minacce fantasma presentate a dei fantasmi… in uno Stato fantasma.


Salvino Paternò 
Colonnello CC
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Francesco Speroni

sabato 30 settembre 2017

Il colonnello Salvino Paternò interviene su sicurezza, criminalità e immigrazione

 
«Vi pare che i reati predatori siano in aumento? Vi sentite meno sicuri? Pensate, addirittura, che gli autori di furti e rapine siano in gran parte stranieri? CAZZATE! Ve lo state solo immaginando.
Se non ci credete ascoltate quanto ci dicono i nostri governanti, con il pieno avvallo del capo della polizia, per capire che il nostro paese non è insicuro, è solo una questione di "percezione". In realtà i reati sono in calo e non c'è alcuna differenza statistica tra italiani e stranieri che delinquono.
Poiché anche io soffrivo di allucinazioni (e mi chiedevo: ma chi ho arrestato negli ultimi anni? dei fantasmi?), prima di andare dallo psichiatra per farmi curare la latente schizofrenia, sono andato a vedermi le statistiche del Ministero dell'Interno. Ho così scoperto che in realtà gli unici reati in calo sono quelli relativi agli omicidi, ma solo quelli di stampo mafioso (quelli nati da liti e risse invece sono aumentati). Dato che il calo vertiginoso di morti ammazzati con la lupara è iniziato dagli anni 90, è lecito presupporre che il motivo sia legato al cambio di strategia della criminalità organizzata che, abbandonando la tattica stragista, ha adottato tecniche più subdole ma meno sanguinarie (Riina docet). Certamente il merito del "contenimento" del fenomeno è in gran parte attribuibile al "carcere duro" introdotto dal "famigerato" 41 bis (che tentano in tutti i modi di cancellare).

  Per quanto riguarda invece i reati predatori (furti e rapine), il dato è pressoché costante, anche se in verità si registra un leggero calo dei furti in appartamento. Però c'è da chiedersi: ci sono meno ladri, o meno vittime che denunciano? Considerando che neanche il 10% dei ladri viene scoperto, qualche perplessità sorge, anche in considerazione che quel 10% di delinquenti sfigati in breve tempo torna in libertà.

  Sugli stranieri che delinquono, infine, inaspettatamente mi accorgo che oltre a me, anche il professore Ricolfi, noto sociologo (di sinistra), è schizofrenico. Secondo i suoi studi, infatti, "in Italia il tasso di criminalità degli stranieri è circa sei volte quello degli italiani". Ma d'altronde quando si permette l'ingresso indiscriminato di masse di immigrati senza avere la possibilità di integrarli, come dovrebbero campare queste persone?

  Eh già…la percezione. Mi pare ovvio che viaggiando comodamente all'interno di auto blu, immersi nella lettura del giornale, beneficiando della scorta che a sirene spiegate si apre la strada nel traffico cittadino, non si percepisca alcuna insicurezza.
Per cui, se riteniamo che le dichiarazioni rassicuranti dei nostri governanti siano il frutto di un rapporto disturbato con la realtà sociale, non ce lo stiamo immaginando, non lo stiamo solo percependo… è vero, ci stanno proprio raccontando cazzate!»

Colonnello dei Carabinieri Salvino Paternò

lunedì 4 settembre 2017

110.000 letture AD OGGI, PER INTERVISTA DI FRANCESCO SPERONI AL COLONNELLO DEI CARABINIERI Salvino Paternò. UN SUCCESSO !!!



 
Caro Roberto,
ti ringrazio per avermi comunicato i dati di lettura e di condivisione della mia intervista al colonnello dei carabinieri Salvino Paternò pubblicata in esclusiva sul tuo blog "Capitan Futuro" il 31 agosto scorso.
Sono numeri che mi lasciano a bocca aperta: 110.000 letture nel solo blog e addirittura circa 600.000 visualizzazioni su Facebook. 

LEGGI QUI:

Non posso che ritenermi assolutamente soddisfatto di queste cifre che, in tutta onestà, non immaginavo di poter raggiungere specie in un lasso di tempo così breve.
Confesso che mi piacerebbe appendermi una medaglia sul petto per questo sbalorditivo risultato, ma non sarebbe giusto.
Sì, forse ho avuto la prontezza e l'intuizione di intervistare il colonnello Paternò, ma i miei meriti si esauriscono lì: questo numero così eccezionalmente elevato di visualizzazioni è stato raggiunto grazie all'intervistato e non certo all'intervistatore.
Al di là alla sua notorietà personale, credo sia soprattutto la qualità delle analisi del colonnello Paternò ad aver conquistato così tanti lettori.
Le sue sono parole profondamente sagge, assennate e lucide come da troppo tempo non ne sentivamo in giro.
Evidentemente la gente è stanca di chiacchiere o menzogne e vuol sentir parlare così, in modo chiaro, serio e ben argomentato.

Quindi il grazie che tu, caro Roberto, ed io rivolgiamo di cuore alle tantissime persone che hanno letto la mia intervista sul tuo blog è subordinato ad un GRAZIE enorme che entrambi dobbiamo al colonnello Salvino Paternò.
Una persona di una preparazione e di una competenza strepitose, ma anche una persona umile: pensa Roberto che durante l'intervista mi ha confessato il suo imbarazzo perché temeva - vista l'imponenza degli argomenti affrontati - di apparire come un "tuttologo"‎.

Caro colonnello Paternò, l'Italia è effettivamente piena di "tuttologi", privi di competenza e requisiti.
Ma lei può star tranquillo: non è tra questi.
I requisiti li ha tutti e di competenza ne ha da vendere, come le sue parola dimostrano ampiamente. 


Francesco Speroni


giovedì 31 agosto 2017

Francesco Speroni INTERVISTA in esclusiva per CAPITAN FUTURO BLOG Salvino Paternò colonello dei Carabinieri.



Intervista esclusiva al colonnello dei Carabinieri Salvino Paternò 
di Francesco Speroni
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Il Colonnello dei Carabinieri Salvino Paternò, nato a Roma il 1° aprile 1961, vanta una carriera di tutto rispetto che vale davvero la pena ricordare.
Ha comandato il Plotone d'Intervento al 10° Battaglione Campania a Napoli; il Nucleo Operativo della Compagnia di Torre Annunziata; la Compagnia Carabinieri di Vallo della Lucania (SA); la Compagnia Carabinieri di Policoro (MT); il Reparto Operativo di Potenza; il Reparto Operativo di Rieti.
Dal 29 ottobre 2013 è stato posto in congedo su sua richiesta.
Attualmente ricopre questi incarichi: docente di criminalistica nei corsi di Scienze Criminologiche Forensi – Master di I e II livello – presso l'Università "La Sapienza" di Roma; docente di criminalistica nei corsi presso l'Università Telematica di Roma e l'UNINT (Università degli studi Internazionali di Roma); è Direttore Generale della Formazione presso la GM Accademy (convenzionata con UNITELMA Sapienza) relativamente ai corsi di Investigatori Privati, Guardia Giurata, vigilanza armata e non, agente di polizia locale, ausiliario del traffico e dei corsi di perfezionamento per comandanti ed ufficiali della Polizia Locale, nonché svolge il ruolo di docente nell'ambito dei suddetti corsi;
Precedentemente ha svolto l'incarico di docente di Criminalistica e Tecniche Investigative presso la Scuola Marescialli di Velletri, per conto delle Università di Firenze, Bologna e Forlì; ha la qualifica di Istruttore di Tecniche di Intervento Operativo conseguito presso la Scuola Ufficiali dei Carabinieri ed ha anche la qualifica operatore di Analisi Criminale, conseguito presso la Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia;
La mattina dello scorso 25 agosto, il colonnello Salvino Paternò ha deciso di scrivere un post sulla sua pagina Facebook in merito ai fatti di piazza Indipendenza a Roma, con specifico riferimento alla nota frase del funzionario di polizia "se tirano qualcosa spaccategli un braccio". Il post ha preso subito a circolare in rete, sui blog, ed è anche finito sulle pagine di alcuni quotidiani nazionali.
In questa sua analisi Paternò ha offerto – in punta di diritto, riferendosi agli articoli 52 e 53 del Codice Penale – la spiegazione del perché quell'ordine fosse legittimo. Naturalmente ha scritto a titolo personale, non in veste di rappresentante dell'Arma dei Carabinieri.
Passiamo dunque all'intervista.
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Colonnello Paternò, perché ha deciso di scrivere quel post?
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Quando è cominciata l'ennesima "caccia allo sbirro" orchestrata dai soliti intellettualoidi i quali, ignorando norme giuridiche e tecniche di intervento operativo e avendo vissuto quale unica esperienza rischiosa il gioco a nascondino che facevano da piccoli, hanno avviato l'opera di denigrazione. A quel punto, codice alla mano, ho tentato di spiegare per quale motivo quell'ordine, seppur "colorito" era di fatto legittimo.
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Franco Gabrielli, il capo della Polizia, sembra in disaccordo con lei. Ha detto infatti che un ordine del genere un funzionario di Pubblica Sicurezza non solo non deve darlo, ma nemmeno pensarlo.
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Penso che il divario tra le forze dell'ordine "vere" e le forze dell'ordine "che contano", si stia facendo sempre più profondo. Nella prima categoria inquadro tutti quegli uomini e donne in divisa che ogni giorno battono le strade per prevenire e reprimere reati, passano intere giornate a pedinare sospettati o con le cuffie in testa per intercettare mafiosi e trafficanti, la domenica invece di trascorrere la festività con i propri figli si ritrovano con un casco in testa a prendersi sputi e insulti da ultras tanto feroci quanto stupidi. Mi riferisco a quei fantastici guerrieri che rischiano la vita e sacrificano gli affetti, quegli eroi silenziosi che il cittadino onesto conosce e ama e il disonesto teme e odia. Nella seconda categoria, invece, inserisco i vertici, chiusi nei loro prestigiosi uffici, vicino ai palazzi del potere, la cui nomina è di natura politica e non sempre espressione di meritocrazia, termine quest'ultimo che ha ormai perso qualsiasi significato.
Con questo voglio dire che la frase di quel funzionario, di cui ne ribadisco la legittimità, è l'espressione di un poliziotto "vero", uno di quelli che vivono le emozioni nel campo di battaglia (tra cui l'umanissima paura), quelle stesse emozioni che forse chi ricopre ruoli direttivi di alto livello ha scordato… o mai provato.
Non so quanto tale deficit mnemonico sia fisiologico o quanto invece funzionale a tacitare giornalisti e politici che, ignari di leggi e procedure operative, si stracciano le vesti urlando allo scandalo. Penso però che i poliziotti, quelli "veri", debbano essere maggiormente difesi e tutelati dinanzi ad un'opinione pubblica sempre più confusa dalla disinformazione.
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Secondo lei, qual è lo stato d'animo delle forze di Pubblica Sicurezza alle quali oggi viene ordinato di effettuare operazioni come quello sgombero di Roma?
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Dato che Robocop rimane ancora un film di fantascienza (non so quanto auspicabile), le forze di Polizia sono composte da persone che, per quanto addestrate, provano emozioni umane, compassione, paura, rabbia. Sono soldati a cui vengono impartiti ordini che non possono (e non devono) sindacare, tranne che non siano palesemente illegittimi. Se, per esempio, gli viene ordinato che nessuno può oltrepassare un determinato limite, non possono far altro che bloccare chiunque tenti di farlo, siano essi ultras, o manifestanti di destra, o di sinistra, o addirittura frati francescani. Non spetta a loro il compito di mediare, trovare soluzioni alternative, sentire e accogliere le ragioni dei contestatori. Loro arrivano sul luogo dell'intervento quando le Autorità competenti hanno già espletato le loro funzioni di mediazione (o avrebbero dovuto farlo). L'addestramento e l'esperienza consentono ai reparti in servizio di Ordine Pubblico non tanto di effettuare interventi operativi risolutivi, ma soprattutto di riuscire a non accettare le continue provocazioni a cui vengono sottoposti per ore e ore. È ovvio, però, che nel momento in cui scoppia una violenta guerriglia urbana, quando ci si proietta nel caos avvolti dalla nebbia dei fumogeni correndo contro un nemico che si mischia e si nasconde tra passanti e giornalisti, lo spazio per il "bon ton" si riduce drasticamente, l'adrenalina e la paura giocano inevitabilmente il loro ruolo e può capitare di sbagliare. Errare humanum est e finché questo delicato compito sarà svolto da uomini e non da androidi, sarà impossibile evitare errori. Se poi qualche solone salottiero sempre pronto criticare quello spezzone di immagine dove vola una manganellata di troppo, ignorando beatamente cosa è avvenuto prima e dopo, pensa di fare meglio, è ufficialmente invitato ad inquadrarsi con casco, scudo e manganello in un qualunque reparto antisommossa che deve fronteggiare un disordine… allora sì che ci faremmo tutti delle grasse risate.
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Figure istituzionali dello Stato ed esponenti del Governo sostengono che grazie allo "ius soli" si otterrà più integrazione e quindi meno pericoli sociali. Cosa ne pensa?
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Non si può rispondere a questa domanda senza analizzare il pericolo del terrorismo islamico. Io ritengo che, per colpa dei soliti opinionisti da strapazzo, questi tagliagole stanno perdendo la guerra sul campo di battaglia, ma stanno vincendo quella mediatica. E così, questo manipolo di improvvisati ed improbabili jihadisti dell'Isis che, incapaci di manipolare esplosivi si fanno saltare in aria da soli, e che, non riuscendo neanche a procurarsi un'arma da fuoco ricorrono ai coltelli da cucina, vengono fatti passare come diabolici agenti dello Spectre. Seppur continueremo ancora per molto a piangere i nostri morti, la situazione va analizzata nel suo insieme, scevri da ideologie, perché solo così si potrà prendere atto che, malgrado le stragi, la loro strategia è perdente. Gli islamici occidentalizzati, su cui puntano i capi dell'Isis cercando di coinvolgerli nella guerra contro gli infedeli, sostanzialmente gli rispondono picche. La propaganda allucinogena degli imam del terrore fa presa solo sulle menti deboli di disadattati che non si sono integrati nei paesi europei che li ospitano. Ritengo quindi che l'integrazione sia l'arma vincente, purtroppo, però, allo stato attuale è solo un'utopia. È vero che l'immigrazione clandestina non è direttamente la causa del terrorismo (il jihadista non viaggia sul barcone), è però vero che permettere l'ingresso indiscriminato di maree di immigrati, fa sì che costoro siano costretti a vivere una vita di stenti ai margini di una società che inevitabilmente odieranno e che i loro figli odieranno ancora di più, rendendoli così facili prede del richiamo integralista.
Io credo che l'unica legge che ci consente di attuare un'efficace lotta al terrorismo è l'espulsione per motivi di prevenzione del terrorismo (legge 31/7/2005, n. 155), anche perché taglia fuori la magistratura, spesso eccessivamente interpretativa e garantista. In base a tale normativa, quando le forze dell'ordine individuano fondati motivi per ritenere che la permanenza nel territorio dello Stato possa, "in qualsiasi modo", agevolare organizzazioni o attività terroristiche internazionali, il Prefetto (e non certo il magistrato) emette un immediato decreto di espulsione. Tale decreto, a differenza dei decreti inutilmente emessi nei confronti dei clandestini, è subito esecutivo. Basta quindi che uno straniero si pavoneggi su Facebook inneggiando alla lotta armata, o che un iman faccia proselitismo, per piombargli in casa, dargli il tempo di fare le valige e spedirlo nel suo paese di origine. E dato che, come è noto, queste persone non sono delle cime di arguzia, scoprirli, anche grazie alla collaborazione dei tanti islamici integrati, non è per nulla difficile. Piaccia o meno, questa è la norma che ci invidia l'Europa e che finora ha sventato assalti nel nostro paese.
E chiaro, però, che tale legge vale solo per gli stranieri e non per i cittadini italiani, per cui lo "ius soli", che concederebbe automaticamente la cittadinanza a tutti i figli di immigrati, renderebbe vana l'unica arma che abbiamo.
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Lei parla di integrazione, di "islamici occidentalizzati" e anche della "collaborazione dei tanti islamici integrati". Come ha recentemente ricordato il generale Mario Mori – ex direttore del Sisde – i terroristi che hanno insanguinato l'Europa in questi ultimi anni non sono beduini piombati da noi sui loro cammelli. Si tratta in larga parte di cittadini europei – in qualche caso da più generazioni – che avevano la cittadinanza ed il passaporto britannico, francese o spagnolo. Frequentavano le nostre scuole, vestivano come noi, vivevano e lavoravano in mezzo a noi nelle nostre città, non erano disperati né reietti. Eppure questo non ha impedito di far scattare in loro la molla anti-infedeli, prescritta dal Corano, trasformandoli come da un giorno all'altro in terroristi sanguinari. Se davvero esiste una distinzione tra mussulmani pacifici e mussulmani fanatici, chi ha il compito di far le pulizie in casa Islam? Mi permetto di ricordare che il presidente americano Donald Trump, nel suo ultimo viaggio in Arabia Saudita, ha detto a chiare lettere che non può essere l'occidente a rimettere ordine in casa d'altri, sferzando i sauditi – e tutti gli arabi mussulmani – ad impegnarsi affinché siano proprio loro a farsi carico di questo.

Beh, eviterei di inoltrarci nelle complesse, intrigate e dissennate vicende internazionali che ci hanno portato a questa tragica situazione. È innegabile che le responsabilità dell'Occidente siano evidenti, prima fra tutte l'incestuosa amicizia tra Usa e Arabia Saudita, per poi passare alla destituzione improvvida di dittatori ed al miraggio delle utopiche primavere arabe che hanno aperto un vaso di Pandora ingestibile. Fatto sta che oramai siamo di fatto in guerra contro questo autoproclamato "stato islamico" e bisogna prenderne atto evitando ulteriori errori.
È ovvio che "le pulizie in casa Islam" debbano farle gli stessi islamici, ma è nostro compito, se vogliamo vincere la guerra, favorirne l'integrazione e, conseguentemente, la "rieducazione", perché solo in tal modo avremo un fronte compatto che dice "no" al radicalismo religioso di stampo medievale. È altrettanto ovvio che non può essere solo l'Italia a sobbarcarsi questo arduo compito nel totale disinteresse europeo. Ma l'integrazione non è solo una parola al vento o un facile slogan, bensì l'insieme di complessi processi sociali e culturali che rendono l'individuo membro di una società di cui ne rispetta leggi, principi e valori. Ebbene, per prima cosa è materialmente impossibile integrare masse infinite di immigrati islamici senza avere la disponibilità di offrirgli un'autonoma esistenza nella collettività, per cui se non si pone un freno all'accoglienza indiscriminata e senza limiti non si potrà avviare alcuna integrazione. Inoltre, se continuiamo a far svolgere questo delicatissimo compito ad associazioni prive di requisiti e capacità, e nominiamo "mediatori culturali" squallidi personaggi che fanno l'elegiaco dello stupro, è finita prima di iniziare. L'integrazione deve essere un processo a cui devono partecipare convintamente tutti i cittadini italiani, ma come si fa ad essere tolleranti e collaborativi se la Presidente della Camera dei deputati afferma che "i migranti sono l'avanguardia del nostro futuro stile di vita"? È palese che simili atteggiamenti squilibrati creino intolleranza, tensioni e in ultimo anche forme di razzismo.
Infine, secondo me, non è tanto su presepi e crocifissi in aula che questa "battaglia culturale" va condotta, ma su valori quali la democrazia, l'uguaglianza, la libertà e soprattutto la LAICITÀ. È proprio la "laicità" l'arma vincente in chi professa la guerra agli infedeli, è su quello che bisogna maggiormente lavorare nei processi integrativi. È vero che spesso i terroristi islamici erano persone che "frequentavano le nostre scuole, vestivano come noi, vivevano e lavoravano in mezzo a noi nelle nostre città", ma erano figli di immigrati che rimproveravano ai loro genitori di aver tradito la religione, la motivazione religiosa ha acceso la miccia nei loro cervelli. Se riuscissimo a far rifiutare qualunque forma di teocrazia ed a far apprezzare l'indipendenza dell'individuo dall'autorità religiosa depositaria del diritto divino, la guerra sarebbe vinta.
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Davvero ritiene che quelli che sbarcano in Italia siano costretti a vivere una vita di stenti?
A tutt'oggi sembra che il business dell'accoglienza, almeno sotto questo aspetto, risparmi temporaneamente un destino simile a chi sbarca da noi. Certo, i migranti non si arricchiscono, ma almeno hanno un tetto sulla testa e tre pasti al giorno garantiti – un privilegio che purtroppo non tutte le famiglie italiane hanno. Altri invece si arricchiscono: Ong, Onlus, Cooperative etc sembrano fare affari d'oro, tra l'altro con denaro pubblico.

  Sull'arricchimento delle Cooperative non c'è il minimo dubbio, non si tratta di buoni samaritani ma di affaristi che spesso operano in maniera bieca e senza scrupolo. Dei 35 euro giornalieri pagati dal ministero dell'interno per ogni richiedente asilo, solo 2,5 euro finiscono nelle tasche del migrante. I rimanenti li intasca la cooperativa con l'impegno, spesso disatteso e incontrollato, di provvedere a vitto, alloggio, pulizia, nonché fantomatici progetti di inserimento lavorativo. Ma pur presupponendo che tali impegni di spesa siano regolarmente assolti, il guadagno quotidiano è di almeno 10 euro al giorno per ogni migrante. Basta sommare tale cifra per tutti i migranti ospitati e i conti sono presto fatti.
Per quanto riguarda invece la "vita di stenti", è necessario fare delle precisioni. Iniziamo con il dire che alla stragrande maggioranza degli immigrati che sbarcano sulle nostre coste, NON viene riconosciuto lo status di rifugiati o asilanti e conseguentemente classificati come "clandestini". Non avendo quindi diritto di soggiornare nel nostro territorio, a tutta questa massa di persone viene notificato un decreto di espulsione, subito stracciato e buttato nel cestino dell'immondizia. Tali decreti infatti non sono esecutivi, nessuno prende i clandestini e li imbarca per i propri paesi di origine. Per cui questi esseri umani diventano "fantasmi" che girovagano in Italia vivendo nell'illegalità. Spacciano droga, si prostituiscono e, se gli va bene, vengono assunti al nero e sfruttati come schiavi.
Per quanto riguarda invece i rifugiati e i richiedenti Asilo, dopo la fase della prima accoglienza gestita dalle prefetture locali (tramite le suddette cooperative), i soggetti vengono presi in carico dallo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Qui dovrebbero seguire un percorso individualizzato di circa 6 mesi che li porti a conquistare la propria autonomia lavorativa e abitativa. Ma non è così! Non può mai essere così! A causa dell'intensificazione dei flussi migratori e della crisi che attanaglia il nostro paese, diviene pressoché impossibile conseguire quegli obiettivi. E così l'intero sistema si ingolfa e collassa su sé stesso. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti e la vicenda dello sgombero di Roma ne è la prova. Quasi nessuno diviene "autonomo" e molti finiscono in sacche di marginalità, costretti ad occupare palazzi fatiscenti o in disuso.
Alla luce di ciò qualcuno mi spieghi che senso ha continuare a proclamare l'accoglienza indiscriminata, sapendo poi che fine faranno. Mi si spieghi perché sono considerati "buoni" gli operatori delle ONG che se li vanno a prendere direttamente dalle mani dei mafiosi libici per poi consegnarli in quelle dei mafiosi nostrani. Chi declama "accogliamogli tutti!" è uguale a chi auspica l'uso del lanciafiamme, è altrettanto stupido e parimenti criminale.
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Per concludere, vorrei farle una domanda che esula dall'argomento affrontato finora, ma sulla quale desidero avere la sua opinione: in Italia, mentre vengono giustamente ricordate stragi come quella di piazza Fontana o della stazione di Bologna, abbiamo invece cancellato dalla memoria collettiva almeno tre attacchi terroristici - fatti dai palestinesi - costati la vita a circa cinquanta persone. Parlo degli attentati all'aeroporto di Fiumicino del 1973 e del 1985, oltre all'attacco alla Sinagoga di Roma del 1982. Quando nel 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha indetto la giornata della memoria per le vittime del terrorismo, nell'elenco non figurava nessuno dei morti in quegli attentati. Anche il finanziere Antonio Zara, ucciso nel 1973 dai terroristi a Fiumicino perché cercò di opporre resistenza, è caduto nell'oblio. Né a Fiumicino né in altre sedi più o meno istituzionali vi è anche solo una targa che ricordi quegli attentati compiuti dai terroristi palestinesi. Come è possibile dimenticare dei fatti del genere?
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Infatti non è possibile. Avendo vissuto per questioni, ahimè, anagrafiche gli anni di piombo, ritengo che l'interesse sullo stragismo terrorista dell'epoca sia ancora alto poiché, malgrado le numerose indagini e gli infiniti processi, le nebbie che hanno avvolto il nostro paese in quegli anni non si sono per nulla diradate.
Per quanto attiene, invece, alle amnesie sulle stragi palestinesi, senza avventurarmi in dietrologie che non mi sono consone, dico solo che spesso questioni ideologiche non ci permettono ancora di avere una memoria storica condivisa.
Voglio invece rispondere chiaramente sull'oblio nel quale è caduta la memoria del finanziere citato. Purtroppo non è l'unico caso; componenti delle forze dell'ordine che perdono la vita in servizio se ne annoverano un'infinità e costoro vengono regolarmente dimenticati. Raramente piazze, vie, edifici pubblici (che non siano caserme) portano il loro glorioso nome. Ma questo non scoraggia affatto la nostra polizia poiché è il sostegno della gente la maggior gratificazione e non le pompose celebrazioni. Malgrado lo sforzo profuso da politici e intellettuali radical chic nell'affossare l'impegno quotidiano dei tanti cittadini in divisa, nei sondaggi sulla fiducia data alle istituzioni, le forze dell'ordine rimangono indissolubilmente in pole position… con buona pace dei detrattori in servizio permanente.
E poi sa cosa le dico? Se fossi quel finanziere preferirei essere dimenticato piuttosto che il mio nome fosse usato per intitolare una stanza della camera dei deputati. Lascino pure che in parlamento su quelle targhe campeggino altri nomi… ognuno ha gli eroi che si merita.
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Francesco Speroni