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BORGO A MOZZANO - Piano di Gioviano, SP2 Lodovica.

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sabato 26 dicembre 2015

LA STORIA DI CARDOSO DI GALLICANO, by Andreotti Roberto.

 
Foto tratte dai locali gruppi facebook ''paese di Cardoso'' e ''sei di Cardoso se...''
 
Panoramica di Andreotti Roberto dal paese di Motrone.
Chiave di volta di un antico portale, di Marovelli Giancarlo.

LA STORIA:
Cardoso, ( una volta chiamato " Castello di Cardoso" per la presenza di un castello nel luogo dove ora sorge il paese) si trova alla base meridionale del monte Penna ad un altezza di 371 mt, ed è facilmente raggiungibile dalla strada di fondovalle ( sp2  Lodovica), da Lucca, si seguono le indicazioni per Gallicano, ma prima di arrivarci, a Colle Acinaia, si svolta a destra proseguendo per Cardoso, dove si arriva dopo aver percorso 4 km di strada.
Cardoso, viene citato per la prima volta in un documento nel 996 all'interno del quale il vescovo Lucchese Gherardo allivellò dei beni a Sisemundo del fu Sisemundo dei Rolandinghi di Loppia.
Nel XIII secolo il castello dopo aver lottato a lungo finì come altri borghi della valle sotto il dominio dei lucchesi , venendo inserito nella "Vicaria di Barga", ma nei primi decenni del XIV secolo quando Barga riusci a sottrarsi ai lucchesi dandosi ai fiorentini, esso rimase a Lucca, Cardoso in primis faceva comune a se, ma nel 1499 fu esposto al commissario di Gallicano, il quale elesse quattro persone per trattare, fino ad arrivare all'unione con il paese di Cardoso nel 1502, e con altri comuni limitrofi rimasti ai lucchesi andò a formare la Vicaria di Gallicano venendo ristrutturato completamente.
Nel 1376 in una bolla d'oro Cardoso è indicato come "castrum Cardosi". Il toponimo rivela la sua origine latina di tipo agricolo:" Vicus Cardusius " ( dal vegetale "cardus") evolutosi nell'alto medioevo a " Cardusium ". 

IL CASTELLO:
Il castello, ricordato fin dal Ix secolo, sorgeva ai piedi del monte Penna ne restano attualmente visibili scarse vestigia, fu' danneggiato durante le lunghe e rovinose guerre fra il comune di Lucca ed i feudatari della Garfagnana, il castello fu restaurato ne XIV secolo e nel 1430 si dette volontariamente agli estensi, che dovettero in seguito restituirlo ai Lucchesi. Fu poi teatro di aspri combattimenti tra Lucca e Ferrara, all'inizio del XVII secolo, e nel 1617 venne barbaramente raso al suolo dai soldati Estensi. 

LA CHIESA:
La chiesa del paese è sotto il titolo di S.Genesio (XIII sec.), filiale della Pieve di Gallicano che riuscì ad ottenere il fonte battesimale il 4 settembre 1387 grazie a una concessione fattali da Papa Urbano VI venuto a soggiornare a Lucca dal natale del 1386 al settembre del 1388.

mercoledì 23 dicembre 2015

LA STORIA DI CASCIO DI MOLAZZANA, #TERREDELSERCHIO , #TERREDIMOLAZZANA

 

LA STORIA:
Cascio è uno dei più antichi borghi del comune di Molazzana, alcuni storici analizzando il suo toponomio lo farebbero risalire all'epoca romana, "Fundum Cassii" terre del colono Cassio, le prime notizie documentate del borgo le troviamo in una pergamena del 968, nella quale la Contessa Wilma madre di un certo Ugo, dona una chiesa dedicata ai Santi Stefano e Lorenzo e delle terre locate in "Cassio" alle monache di S.Ponziano (Lucca), successivamente "Saxi" (Cascio) viene citato anche in un placito redatto dalla contessa Matilde, il 10 luglio 1105 durante la sua visita a "Villa Foxana" Pieve Fosciana. Il Borgo ospitò fin dai primi anni del Mille, un importante castello intorno al quale per molti secoli si combatterà, ai primi anni del XII secolo quando i lucchesi iniziarono a espandere i loro confini, i Porcaresi signori di Cascio cercarono di sottrarsi al loro dominio alleandosi con i pisani, i lucchesi per vendicare l'affronto nel febbraio del 1170 inviarono in Garfagnana i soldati del quartiere di S.Pietro e Gervasio, l'esercito lucchese comandato da Beradigo da Bozzano assaltarono il castello di Cascio e bruciarono l'intero borgo, dopo la morte di Federico II Lucca si impadronì dell'intera Garfagnana e Cascio venne inserito sotto la giurisdizione della Vicaria di Barga (1272), i Porcaresi nonostante fossero stati costretti a cedere i loro castelli a Lucca riuscirono a conservare per alcuni anni dei beni a Cascio, in un documento del 1296 vengono citati per l'ultima volta (il casato dei Porcaresi nel 1209 in seguito all'uccisione del Podestà di Lucca, era anche stato bandito all'Imperatore Ottone IV). Con la morte di Castruccio Castracani Lucca e il suo contado divennero terre di conquista per fiorentini e pisani, nella pace stipulata fra le due città (9 ottobre 1342), Firenze e Pisa si spartirono le terre della Vicaria di Barga, le terre situate sulla riva destra del Serchio fra le quali Cascio furono assegnate a Pisa, che le pose sotto la giurisdizione della nuova Vicaria di Gallicano e con la discesa in Italia di Carlo IV di Boemia la Vicaria di Gallicano verrà riconsegnata a Lucca. Nel 1430 Cascio e molti altri Castelli della Garfagnana, stanchi delle continue lotte fra Lucca, Pisa e Firenze chiesero protezione a Niccolò d'Este Marchese di Ferrara, gli estensi accolsero la richiesta e si insediarono con il suo esercito in Garfagnana, ma purtroppo per Cascio invece della pace negli anni successivi portarono la guerra. Il castello di Cascio nel nuovo assetto politico della Garfagnana, venne a trovarsi a ridosso del confine fra i due stati, situazione che lo portò ad esser assaltato più di una volta dai lucchesi, il primo attacco lo subì il 17 luglio del 1583, le truppe lucchesi devastarono la sua campagna bruciando tutto quello che trovarono, nel luglio del 1602 l'esercito reggiano agli ordini del Marchese Ippolito Bentivoglio assediò il castello lucchese di Castiglione, i lucchesi per salvare Castiglione inviarono delle truppe ad assediare Molazzana e a saccheggiare le sue terre, il loro capitano Iacopo Lucchesini prima di dirigersi su Molazzana, fece occupare e incendiare il castello di Cascio, costringendo il Bentivoglio a dirottare una parte del suo esercito impegnato nell'assedio a salvare Molazzana e le sue terre. Dieci anni dopo l'esercito lucchese si ripresentò sotto le mura di Cascio e questa volta gli uomini del castello ritenendosi pochi e male armati si arresero senza combattere, provocando l'ira dei suoi protettori, due anni dopo quando il Bentivoglio rioccupò il castello, imprigionò una trentina di uomini per impiccarli, la popolazione del borgo chiese intercessione al Duca Cesare, il sovrano concesse la grazia ordinando ai frati lucchesi della chiesa di S.Lorenzo (gli intermediari della resa) di abbandonare il castello e obbligò la popolazione di Cascio a ricostruire l'intera fortificazione del paese a proprie spese. Questa fu l'ultima azione di guerra in cui rimase coinvolto il borgo, nel XX secolo durante l'ultimo conflitto Cascio si ritroverà lungo la Linea Gotica e il suo destino di terra di confine si riproporrà tragicamente dopo molti secoli di pace. La chiesa intitolata ai Santi Stefano e Lorenzo, edificata prima del Mille fu ceduta nel 968 alle Monache di S.Ponziano (Lucca), successivamente nel 1378 venne affidata ai padri Benedettini Olivetani, che nel XVII secolo tramite il Vescovo di Lucca ottennero il trasferimento nella chiesa di S.Pietro di Nocchi (Camaiore), il loro stemma è sempre presente sulla porta della canonica. All'interno della chiesa è da segnalare una terracotta invetriata di notevole pregio, realizzata da Benedetto Buglioni raffigurante la Madonna col Bambino, nel 1804 venne innalzato il campanile e la chiesa fu ampliata e ristrutturata.
IL CASTELLO:
Il primo incastellamento di Cascio avvenne probabilmente con lo scoppio delle guerre comunali, i vari feudatari della Garfagnana per difendersi dall'arrivo dei lucchesi, provvidero a rafforzare le vecchie fortificazioni di origine romane e a incastellare i borghi sprovvisti di fortificazioni. Nel 1613 il castello si arrese senza combattere ai lucchesi, gli estensi lo considerarono un tradimento e quando ne rientrarono in possesso obbligarono i suoi abitanti a ricostruirlo a loro spese, le mura e il torrione che oggi possiamo ammirare appartengono a quest'ultima ricostruzione, il progetto fu affidato al Pasi (l'ingegnere che progettò la fortezza di Montalfonso), la spesa iniziale prevista intorno agli ottomila scudi, al momento dell'approvazione il governatore Ricci memore del tentativo degli uomini di Cascio, di coinvolgerlo nel loro tradimento del 1613 per vendetta l'aumentò portandola a diciottomila scudi, spesa che costringerà gli abitanti di Cascio ricchi e poveri a enormi sacrifici, al termine dei lavori gli estensi vi stabilirono un presidio permanente di dodici soldati. Due porte d'ingresso del castello, rimaste intatte nel tempo e alcuni baluardi inseriti in un lungo tratto delle sue mura di cinta, mostrano ancora oggi lo splendore dell'antico castello, inoltre recenti scavi archeologici hanno riportato alla luce le rovine del suo palazzo.
GEOGRAFIA:
Cascio fa parte del comune di Molazzana, in provincia di Lucca, nella regione Toscana.
La frazione o località di Cascio dista 1,42 chilometri dal medesimo comune di Molazzana di cui essa fa parte.
Del comune di Molazzana fanno parte anche le frazioni o località di Alpe di Sant'Antonio (7,32 km), Broglio (1,93 km), Brucciano (1,92 km), Ca' Matteo (1,96 km), Ca' Serafino (1,84 km), Cantombacci (2,24 km), Casella I (0,37 km), Casella II (0,59 km), Cornola (5,26 km), Eglio (2,83 km), Montaltissimo (1,28 km), Promiana (0,46 km), Rio (0,81 km), Sassi (3,02 km).
Il numero in parentesi che segue ciascuna frazione o località indica la distanza in chilometri tra la stessa e il comune di Molazzana.
La frazione o località di Cascio sorge a 444 metri sul livello del mare.

domenica 6 aprile 2014

STORIE DELLA GARFAGNANA ESTENSE (2): IL GOVERNO DELL'ARIOSTO

UNA IMPORTANTE TESTIMONIANZA DELLA VITA IN GARFAGNANA NEGLI ANNI
CHE VANNO TRA IL 1521 ED IL  1524.

Il governo dell’Ariosto

Le lettere scritte dall’Ariosto nel triennio durante il quale fu commissario estense della Garfagnana, con le vicende, anche minute, che vi vengono descritte, con i personaggi, positivi e negativi che vi compaiono, ci offre la possibilità di formarci un’immagine anche di quella che era la quotidianità del vivere in queste zone nel secondo decennio del 1500. Ciò giustifica, a nostro parere, lo spazio che gli dedichiamo e che può apparire sproporzionato alla durata – solo tre anni – del periodo di riferimento.

L’Ariosto, dunque, approdò in Garfagnana piuttosto di malavoglia il 20 febbraio 1522, in una Garfagnana appena recuperata dai duchi di Ferrara. Egli lasciava con dispiacere la sua Ferrara ed era preoccupato per le condizioni della terra che, in nome del duca, andava a governare. Si trattava, infatti, di una terra che veniva descritta come terra di banditi e di violenza, dove il potere centrale era percepito come cosa lontana e, tutto sommato, incapace di imporre una vera legalità, dove vivevano personaggi abbastanza influenti nella zona, che erano sostanzialmente fedeli al Duca ma, contemporaneamente, tenevano commercio con furfanti di ogni risma. Insomma una terra non facile.

E, infatti, dalle molte lettere che l'Ariosto scrisse (se ne conoscono 156 scritte in quel periodo ) al duca, agli Anziani di Lucca, agli Otto di Pratica di Firenze, emerge una situazione della zona quasi disperata, che creava grandissime angustie al nuovo commissario.

Bisogna anzitutto dire che la Garfagnana estense non comprendeva tutta l'Alta valle del Serchio, conosciuta allora e ancor oggi come "Garfagnana". La zona del barghigiano (Barga e le sue frazioni), infatti, apparteneva a Firenze, Minucciano e le sue frazioni appartenevano a Lucca, così come Castiglione e le sue frazioni. Tale situazione veniva a determinare dei confini molto frastagliati, che rendevano più frequenti le liti fra confinanti, gli sconfinamenti dei delinquenti, che si sottraevano, così, facilmente, alla giustizia dello stato dove avevano commesso il crimine e altre e varie problematiche. A questo aggiungasi che a nord, in Lunigiana, veniva a trovarsi di nuovo a confine con i fiorentini e così pure a ovest, sul crinale delle apuane, ove confinava col territorio di Pietrasanta, pure fiorentino. Le controversie più frequenti e più noiose erano quelle che si verificavano a sud, fra gli estensi di Vallico e i lucchesi di Motrone. Gello, Coreglia…, a est fra i lucchesi di Castiglione e gli estensi di Pieve Fosciana, Massa Sassorosso, ecc., a est fra gli estensi di Vagli e i fiorentini di Cappella in quel di Pietrasanta.

Più di una volta l'Ariosto, scrivendo al duca, arriva a dire che in Garfagnana non comanda né il duca, né i lucchesi né i fiorentini, bensì i ribaldi che la infestano impunemente.

Quale la causa di tale situazione ? Bisognerà anzitutto dire che anche in Garfagnana prosperavano, all'epoca, due fazioni : la parte francese, cui apparteneva anche lo stesso duca Alfonso I, che era ostile al papato e favorevole ai francesi, e la parte italiana, favorevole alla politica papale-medicea. In realtà, però, non interessavano poi così tanto le questioni politiche in senso proprio e i garfagnini nascondevano interessi personali e locali dietro la loro appartenenza ad una delle due fazioni. Ed erano questi interessi che favorivano o, addirittura, provocavano la diffusa illegalità che sconfinava spesso nella delinquenza comune. Emergono, dalle lettere, i nomi dei personaggi inquietanti che commettevano continue prepotenze e "assassinamenti" (l'Ariosto chiama così i danneggiamenti che venivano inflitti ai poveri cittadini con ruberie, ferimenti, imposizione di taglie, ecc.) Essi sono: - I figli del Peregrin (Pellegrino) del Sillico, in primo luogo il Moro, poi Giugliano (che abita a Ceserana in casa della moglie, che è sorella della moglie del Moro), Baldone - Quelli del Costa, provenienti dalla zona di Ponteccio, Battistino Magnano, Bernardello, Bertagnetto, Ginese o Zenese, Filippo Pachione, Pelegrinetto, il Frate, Pierlenzo, Ulivo e Nicolao Madalena - Quelli di Sommocolonia nel barghigiano, che erano spesso in combutta coi delinquenti nostrani: Togno di Nanni del Calzolaro, Donatello, Bogietto detto Cornacchia - Il Margutte di Camporeggiano. Ci sono poi le figure ambigue di alcuni capi-fazione protettori dei delinquenti e, spesso, delinquenti essi stessi, come Bastiano Coiaio, di Trassilico , Pierino Magnano, di Castelnuovo ma che viveva a Trassilico ed era cognato del figlio di Bastiano (avevano sposato due sorelle. La terza sorella era sposata a un tale Tomaso Micotto di Camporeggiano che, sorretto dai cognati, era stato eletto podestà di Trassilico, mal digerito, come vedremo, dall'Ariosto e anche dal duca.) Sono tutti di parte italiana e, quindi, in teoria, contrari al duca. In realtà saranno sempre fedeli agli Este e, al bisogno, non esiteranno a difenderli con decisione. Sono passati pochi giorni dal suo insediamento che l’Ariosto già deve occuparsi di un fatto increscioso: “uno Battistino forastiero, ma che abitava qui”, quindi un suddito estense, ha ferito un barghigiano. E allora l’Ariosto scrive al Podestà di Barga ( è la sua prima lettera dalla Garfagnana, del 2 marzo 1522) assicurandolo che se potrà avere fra le mani il colpevole lo punirà in modo che l’offeso ne rimanga soddisfatto. E auspica che si possa fare in modo che fra i sudditi estensi e i sudditi fiorentini di Barga regni la pace e la tranquillità. La seconda lettera, del 22 marzo, è indirizzata agli Anziani della Repubblica di Lucca. Un tale Belgrado da Valico aveva partecipato a una rissa in quel del Borgo e aveva sottratto uno “spedo e zannettone” (lo spiedo il giannettone erano armi) al Vicario del luogo. E l’Ariosto, sempre preoccupato di mantenere pace e buoni rapporti con gli stati confinanti, costringe il Belgrado a recarsi a Borgo per restituire le cose sottratte e rimettersi alla giustizia lucchese. E’ lui stesso il latore della lettera. E poco dopo (8 aprile) poiché uomini del Sillico estense ferirono uomini di Castiglione lucchese scriverà ancora agli Anziani di Lucca assicurando che “ne farò ugni rigorosa demonstrazione di iustizia”. Ed eccoci alla prima grossa “grana” interna. In una lunga lettera al Duca di Ferrara del 19 aprile si tratta il problema di quel Tomaso Micotto di cui sopra. Tomaso Micotto era di Camporgiano, figlio di ser Giovanni un notaio, della fazione italiana, appartenente, evidentemente, alla famiglia Micotti, ancora esistente a Camporgiano e che già all’epoca doveva essere una famiglia notevole. Egli era stato eletto in modo forse non del tutto regolare, sospinto dalla parte italiana fortemente rappresentata dai suoi cognati e, soprattutto da Bastiano Coiaio, grosso capofazione e padre di uno dei suoi cognati. Gli abitanti della vicaria di Trassilico, come in altro paragrafo s’è detto, potevano eleggere il loro Podestà. Tale elezione, però, doveva essere approvata dal Duca. In questo caso pare che il Duca volesse non approvarla e cacciare il Micotto. L’Ariosto, cui il Duca aveva chiesto consiglio, è in imbarazzo. Dice che se ne chiede alla parte italiana non gliene diranno che bene mentre se ne chiede alla parte francese gliene diranno tutto il male possibile. A lui, per quel che può vedere, gli sembra “assai tenuto omo da bene”. E comunque, ormai che è stato eletto e ha esercitato la sua funzione, il rimuoverlo sarebbe motivo di grave scorno e potrebbe suscitare gravi reazioni se al suo posto fosse messo un altro del luogo. Così consiglia il Duca di convincere gli uomini di Trassilico, che stanno andando da lui, ad accettare che la funzione giurisdizionale sia svolta, anche per Trassilico, dal Capitano di Ragione di Castelnuovo. E siccome i Capitani di Ragione li nominava il Duca, egli avrebbe potuto scegliere “un dottore di qualche sufficenzia”. E aggiunge che i Podestà eletti sanno “a pena leggere”, sono inevitabilmente parziali e la loro elezione è determinata da “dui o tre villani che governano quel commune” e che spesso vendono la loro “podestaria” per un paio di calze o per un paio di fiorini. Questi i consigli dell’Ariosto probabilmente seguiti dal Duca. Ma della cosa si parlerà ancora. In una nuova lettera del 25 novembre, infatti, ecco che l’Ariosto aggiorna il Duca sulla situazione. Come richiesto dal Duca stesso, egli ha fatto venire gli uomini di Trassilico per comunicar loro che il Duca Alfonso non vuole che il Micotto continui a reggere la carica di Podestà. Ma gli uomini pregano che non sia fatta tale ingiuria anche perché il Micotto è “di buon parentado in questi paesi”. E l’Ariosto cerca di rendere la cosa accettabile proponendo loro di eleggere un Podestà che regga l’ufficio finchè il Micotto, che andrà a Ferrara, non ritorni “o rifermato o in tutto escluso”. E gli uomini di Trassilico accettano ed eleggono messer Achille Granduccio, il solo dottore che si trova in Garfagnana, che fu “Iudice de’ Maleficii a Ferrara”. E quando ci sarà la nuova elezione, magari a marzo quando scade l’anno del mandato del Micotto, sarebbe una fortuna se eleggessero di nuovo il Granduccio. Comunque anche se eleggeranno qualcun altro l’Ariosto doverosamente riferirà. E’ probabile che il Micotto, che doveva essere un furbacchione, abbia convinto il Duca a conservargli la carica. Certo è che nel gennaio del 1524 (lettera del 23.1.1524) il Micotto non ha finito di angustiare il povero Lodovico. Evidentemente costui continua ad essere eletto e il Duca non trova il verso di levarlo di torno. Ora l’Ariosto si rende ben conto di che razza di birbante sia questo Podestà: egli “tiranicamente e contra la volontà de li tre quarti di quella Vicaria occupa quello officio”. Colui che era andato dal Duca a perorare la causa del Micotto, sedicente interprete della volontà di tutta la Vicaria, in realtà “era stato mandato da alcuni pochi che sono con il lor podestade in liga a rubare e a scorticare il resto della Vicaria”. Sembra di capire che il Duca, prestando fede a quel tale, ha confermato il Micotto nel suo ufficio e l’Ariosto si augura di non essere più in Garfagnana quando sarà tempo di nuova elezione del Podestà perché le cose non cambieranno finchè si tollererà che l’elezione venga fatta dai sindaci che, a loro volta, sono stati eletti su pressione della “cricca” che, di fatto, ha in mano la Vicaria. E auspica una elezione diversa, perché “se un omo per casa avesse a dare il suo parere a ballotte, nessuno potrà essere ingannato”. Sarebbe, cioè, una elezione certamente più democratica e, allora, difficilmente il Micotto riuscirebbe a farsi eleggere. Queste cose l’Ariosto le aveva scritte al Duca ma il Duca non le aveva mai ricevute perché la lettera era stata affidata a uno di Cicerana che non l’aveva mai fatta giungere. Ed è facile da capire. Cicerana, cioè Ceserana, era tiranneggiata dai furfanti del Sillico, il Moro e i fratelli, protetti dal Coiaio per cui è molto verosimile che la lettera, come dice l’Ariosto, “fu aperta e non lasciata andar più avanti”. Sembra, però, che anche il duca ora si renda conto che le cose stanno come dice il suo

commissario, perché in una lettera dell’8 febbraio 1524 egli esprime la sua soddisfazione

per quel che il Duca ha deciso che farà “quando sarà tempo di confirmare o di eleggere il

nuovo podestà di Trassilico” . Evidentemente il Duca ha comunicato che non confermerà

più il Micotto. Anche se, poi, dall’elenco dei Podestà di Trassilico si può vedere che, dopo

il Micotto (che è detto, fra l’altro, di San Romano anziché di Camporgiano e non si capisce

perché) solo il 29 giugno del 1927 viene nominato un nuovo podestà nella persona di

Giusti Giovanni Leonardo di Vologno. Il che, però, non significa necessariamente che il

Micotto sia rimasto in carica fino a quella data. Può darsi ci sia stato un interregno

durante il quale la funzione giurisdizionale sia stata affidata al Capitano di Ragione di

Castelnuovo come altra volta accaduto. Quel che è certo è che l’Ariosto nelle sue lettere

non ne parla più.

Anche perché molti altri erano i problemi cui badare. Magari piccoli come può essere

quello di intercedere a favore di qualche suddito estense, anche modesto, che fosse

rimasto inguaiato o presso i lucchesi o presso i fiorentini. Era questa per l’Ariosto una

attività quasi quotidiana, che lo impegnava molto, perché riteneva suo primario dovere

proteggere i sudditi del suo Duca.

In una lettera del 21 maggio 1522 indirizzata agli Otto di pratica della Repubblica

Fiorentina, ad esempio, cerca di giustificare sette garfagnini che erano stati assoldati dai

fiorentini tramite un tale Bartolomeo da Barga il quale li accusa di essersene fuggiti con

la paga da Buonconvento. Ma essi dicono di aver ricevuto solo un acconto, col patto che

avrebbero avuto la paga intera a Buonconvento. Ma, dopo essere stati fino a Siena e aver

fatto il loro dovere di soldati, tornati a Buonconvento nessuno li aveva pagati e allora,

dopo 14 giorni, avevano ritenuto che “il patto era rotto” e se ne erano tornati a casa.

Ma anche a questioni più minute come far restituire l’asino a un poveretto che era

andato a comperare castagne a Castiglione senza sapere che era vietato portare generi

alimentari fuori dal comune, per cui gli avevano sequestrato e le castagne e l’asino,

l’Ariosto non mancava di dedicare la sua attenzione.

La cosa che lo turbava di più, però, era il proliferare della delinquenza. La presenza nella provincia di questi “assassini” è, come ho detto, fonte di continue preoccupazioni per l’Ariosto e, soprattutto, fonte di un senso di impotenza debilitante. Camporgiano, spesso chiamato dall’Ariosto Camporeggiano era capoluogo di una vicaria che comprendeva tutta l’alta Garfagnana e, quindi, anche Ponteccio che era una delle “terre nove”, cioè di quelle terre che si erano date agli estensi più recentemente, era molto frequentato da questi delinquenti che qui si sentivano sicuri e protetti. Uno di questi era il Frate, amico e complice del Margutte, altro delinquente di Camporeggiano. In una lettera al Duca del 17 luglio 1523 l’Ariosto dice che i balestrieri avevano trovato questo Frate che stava giocando tranquillamente a carte in una taverna di Camporgiano con gente del luogo e avevano tentato di catturarlo. Ma appena la gente che stava intorno ai giocatori vide arrivare i balestrieri “lo ascosero e lo fero fuggire in un campo di canape” . Naturalmente tutti sapevano dov’era ma nessuno lo denunciò. Fra gli altri c’era anche un certo Costantino di Castelnuovo che era notaio a Camporeggiano e anche lui tacque “ il qual poi si escusa che non vole essere amazzato”. Insomma anche le autorità hanno paura dei delinquenti. A ciò si aggiunga la eccessiva clemenza del Duca, sempre disposto a concedere grazie. In una lettera del 22 giugno 1522 l’Ariosto se ne lamenta con lui e dice che “le troppe grazie che vostra eccellenzia fa a questi omini de la Vicaria di Camporeggiano li inasinisce”, cioè li rende svogliati e disobbedienti come asini. E non è tutto. Accadeva talvolta, e neppure tanto raramente, che il duca assoldasse questi ribaldi usandoli come soldati nelle sue imprese fuori dalla Garfagnana. E l’Ariosto ne era lieto e avrebbe voluto che ce li tenesse a lungo. Addirittura in una lettera del 20 novembre 1523 di cui sono latori proprio gli “assassini” del Silico cioè il Moro e i suoi fratelli, l’Ariosto, dopo averli scusati per essersi presentati in ritardo perché sono poveri e non avevavo i soldi per il viaggio e solo dopo aver raccolto le castagne sono stati in grado di farlo, assicura il duca “che avrà buon servizio, perché credo che sieno valenti, e fidelissimi a chi servono”. Molto probabilmente costoro saranno stati utilizzati da Alfonso nella campagna che gli consentì, dopo la morte del papa Adriano VI (19.9.1523) di riappropriarsi della città di Reggio. Il fatto è che al duca tornava, poi, poco bene perseguitare questi che erano, sì, delinquenti, ma anche valenti soldati e “fidelissimi”. E pensare che questo Moro fu uno dei banditi che più hanno impegnato l’Ariosto. Egli era del Sillico ed era figlio, come già detto, coi fratelli Giugliano e Baldone, di un certo Pellegrino ,”il Peregrin del Silico”. Il Moro e Giugliano avevano sposato due sorelle di Cigerana (Ceserana) ed essi soggiornavano spesso in quel luogo. Pare che Giugliano ci vivesse abitualmente. Ma essi erano banditi ed era fatto divieto, alle comunità, di ospitare un bandito. Così l’Ariosto, quando accadde che Moro e fratelli, in combutta con altri, “assassinarono un prete pisano” proprio in quei luoghi, dovette infliggere al Comune di Cigerana una penale di 300 ducati. Ma se ne angustiava, perché era consapevole che quel comune era vittima di quei ribaldi e non era certo in grado di arrestarli o di scacciarli perché costoro “con li banditi loro seguaci…..si son fatti tiranni e signori di quel luogo”. D’altra parte bisognava risarcire il prete “assassinato” per “l’onore di vostra eccellenzia” per cui, non potendo catturare i colpevoli, si era penalizzato il povero comune di Ceserana di ben 300 ducati per aver tollerato la presenza dei banditi più altri 100 di risarcimento al prete pisano. Tuttavia a un certo momento riesce a mettere le mani su questo bandito e ne da notizia al duca con lettera del 28 maggio 1523. Ma già corre voce che gli amici del Moro abbiano chiesto la grazia al duca giustificandone in qualche modo le azioni delittuose. Se la grazia ci sarà l’Ariosto lo accetterà, ma almeno gli si facciano pagare il 100 ducati per restituirli “a questo povero commune di Cicerana”. In realtà la grazia non ci sarà, ma il Moro, con l’aiuto del figlio di Bastiano Coiaio che, andandolo a trovare, gli lasciò un coltello col quale riuscì a scassinare la porta della cella, fuggì. L’Ariosto ne da notizia al duca con lettera del 29 agosto 1523. E lo informa anche del contegno di Bastiano Coiaio il quale “con la sua solita insolentia ha detto parole assai altiere” dicendo che lui è perfettamente informato di ciò che l’Ariosto scrive al duca, cercando di intimorirlo affinchè la smetta di scrivere cose negative sul Moro e sui suoi fratelli. Il Bastiano Coiaio, come sappiamo, era amico e protettore di delinquenti, specie quelli del Sillico. E a poco portavano le continue sollecitazioni che l’Ariosto faceva sia ai lucchesi che ai fiorentini affinchè tutti insieme collaborassero e vicendevolmente si aiutassero a catturare i delinquenti che, ricercati in uno stato, facilmente si eclissavano passando nello stato vicino dove non erano conosciuti e ricercati. Un fatto di sangue molto grave accadde a San Donnino (oggi nel comune di Piazza al Serchio) che era un piccolo feudo assegnato ai conti di San Donnino. All’epoca era capo della famiglia il conte Giovanni che aveva una moglie e un unico figlio Carlo. Essi avevano una grossa famiglia nemica acerrima, che puntava, evidentemente, al dominio della zona. Era la famiglia Maddalena (l’Ariosto scrive Madalena) di cui si conosce il nome del capofamiglia Pier Madalena, quasi centenario e dei figli Giovanni (Gian), Piero, Ulivo e Nicolao. Ora accadde – presumibilmente agli inizi del 1522, ma la data esatta non si ricava dalle lettere, la prima delle quali in cui si parla del fatto è del 5 ottobre 1522 – che Giovanni Maddalena uccise Carlo, il conte giovane, e la madre e un tale Ginese (o Zenese), scagnozzo dei Maddalena, uccise Giovanni, il conte vecchio, estinguendo, così la famiglia dei Sandonnini. (1) In una lettera del 29 agosto 1523 l’Ariosto dice di avere in mano un documento col quale il Pier Madalena prendeva impegno, per sé e per i figli, a non offendere i conti di San Donnino e a pagare, ove questo fosse avvenuto, 200 ducati. E altri 150 sarebbero stati pagati se fosse stato Zenese a recare offesa. Forte di questo documento l’Ariosto aveva fatto arrestare il vecchio Pier Madalena affinchè pagasse. Ma, lamenta nella stessa lettera che “..si è agitato il processo lungamente..” e anche “con le scritture date in mano” al capitano di ragione le cose non vanno avanti. Né si ha notizia di condanne inflitte ai figli del Maddalena, che si erano rifugiati fuori dello stato, a Gorfigliano, terra lucchese, ove avevano portato anche tutto ciò che avevano rapinato in casa dei conti. In un posti scriptum della stessa lettera si sa, invece, che a San Donnino “in favore di questo Madalena s’ingrossa gente”. Nella lettera del 24 novembre 1523, poi, l’Ariosto avvisa il duca che il Gian Maddalena e i suoi fratelli con altri loro sostenitori (sono in 14) sono rientrati a San Donnino e chiede cosa deve fare perché ““Li balestrieri non sariano atti, non che a pigliarli, ma né ad affrontare, massime in quel loco, et in quel commune dove sono più favoriti che non v’erano quelli poveri conti.”” In conclusione è la triste constatazione che non si riesce a perseguire i crimini e a garantire un minimo di legalità. Altra categoria di personaggi che turbavano e disturbavano l’Ariosto con i loro discutibili comportamenti erano i preti. Essi hanno, talvolta, comportamenti assolutamente delinquenziali fino all’omicidio e allo stupro. Comunque sono spesso amici dei banditi che ospitano nelle chiese e nei campanili e proteggono in ogni modo.(2) Il fatto è che essi non possono essere condannati dalle autorità civili ma solo da quelle ecclesiastiche, ossia dai vescovi. Ora accadeva che la Garfagnana si trovava in parte (la parte nord, cioè la Vicaria di Camporgiano) sotto la giurisdizione del vescovo di Luni e in parte (la parte sud) sotto la giurisdizione del vescovo di Lucca. Già questa era una complicazione. Ma il fatto grave era che i vescovi punivano i preti in maniera molto molto blanda o non li punivano affatto. Nella lettera al Duca di Ferrara del 17 aprile 1523 l’Ariosto lo informa su un episodio emblematico: Due figlioli di ser Evangelista da Sillico (personaggio di rilievo, certamente colluso con i figli del Peregrin, cioè il Moro e i fratelli) erano scesi a Castelnuovo e avevano cercato di violentare una donna che, fra l’altro, era l’amante di un personaggio importante (tale Acconcio). Non erano riusciti perché la donna aveva ricevuto aiuto e si era rivolta al Capitano di Ragione per denunciare l’accaduto. Per questo un altro figliolo dell’Evangelista, tale prete Iob, “il quale è chierico in sacris” , trovò la madre della ragazza “e gli ruppe la testa e la lasciò per morta”. Il Capitano di Ragione tentò di condannarlo al pagamento di 200 lire ma il padre “produsse le bolle de li ordini del figliolo e fece venire una inibitoria dal Vescovo di Lucca” per cui il Capitano cessò di procedere e il prete Iob rimase impunito. L’Ariosto vorrebbe che anche i chierici cadessero sotto il rigore della legge come qualunque altro cittadino. E aveva scritto ai due Vescovi affinchè gli “dessino autorità sopra li preti”. Ma non aveva ricevuto risposta dal vescovo di Lucca e una risposta insoddisfacente da quello di Luni. Così dice sconsolatamente al Duca che non c’è da sperare nell’aiuto dei vescovi. E tanto per essere più chiaro racconta la sua esperienza “che questa passata estate mandai in mano al vescovo di Lucca quel prete Matheo che aveva ferito il mio cancelliero et era omicida e assassino publico e con poca acqua lo mandò assolto; e prima che venissi qui un prete Antonio da Soraggio, ch’aveva morto un suo cio (zio), fu in mano del vescovo di Luna, e con un misereatur fu liberato.” Ancora più duramente si esprime nella lettera al Duca del 2 maggio (presunto) quando dice che “li peggiori e li più parziali di questo paese sono li preti” E nella lettera al Duca del 20 luglio 1524, dando notizia della morte per malattia del prete “da Soraggio de li Bosi” , che era stato arrestato “per commissione del Papa Clemente VII” , dice “è morto e sta ben morto, perché era una mala bestia, e teneva in grandissima paura tutto Soraggio, e stuprava donne, e dava ferite e bastonate, et ogni dì n’avevo richiami.” Altro motivo di preoccupazione per il commissario era il pericolo del diffondersi della peste, che stava serpeggiando in Italia. La sua cura per la difesa della salute pubblica fu pronta ed efficace. Sospese o annullò fiere e mercati, chiese a Lucca di consentire agli uomini che andavano a Pisa a rifornirsi di sale, di poter sostare per la notte in luoghi appositamente predisposti per loro, in modo che non dovessero alloggiare negli alberghi ove il rischio di contagio sarebbe stato elevato. Purtroppo c’erano uomini che, al tempo della mietitura, andavano a mietere nelle Maremme e anche nel Lazio e, purtroppo, qualche caso di peste e qualche morto ci furono (per esempio a Roggio e anche altrove). Ma le misure prese, con accurato isolamento degli infetti, evitò il diffondersi del morbo. Intanto il 14 settembre 1523 moriva il Papa Adriano VI e Alfonso I approfittando della circostanza, si riprende Reggio con le armi, non avendolo potuto fare con le trattative. Ma il 19 novembre 1523 viene eletto Papa Clemente VII che è un Medici e in Garfagnana si diffonde il terrore perché si teme una nuova invasione. Già il 23 novembre l’Ariosto informa il duca dicendo che, appena giunta la notizia della nuova elezione “parve che a tutti fosse tagliata la testa, e ne sono entrati in tanta paura che furo alcuni che mi volean persuadere che quella sera medesima io facessi far le guardie alla terra; e chi pensa di vendere, e chi di fuggir le sue robe.” E l’Ariosto si sforza di tranquillizzare dicendo che il Duca ha buona amicizia con i Medici. E, infatti, non succede nulla. Dunque nell’autunno del 1523 il Duca Alfonso si riprende Reggio, che gli era stato tolto nel 1512 da Giulio II. Il quale Giulio II aveva concesso la rocca di Carpineti e – di fatto – il governo della montagna reggiana ad un tale Domenico Amorotto, figura singolare, mezzo capitano di ventura e mezzo bandito. Egli, che a Carpineti era nato, morì a Toano il 5.7.1523 e imperversò nella montagna reggiana e non solo (3) fino alla sua morte. Ed anche l’Ariosto ebbe a che fare con questo personaggio. Nella lettera del 25 novembre 1522 dice al Duca che un tale messer Zan Iacomo vuole convincerlo che Domenico Amorotto è una brava persona e un sincero amico del Duca Alfonso. L’Ariosto non ne è molto convinto “perché gli effetti che per li tempi passati ho veduto mi paron contrarii”. Lo ritiene anche un grosso ambizioso perché ha saputo che egli sta cercando di “essere fatto commissario similmente del piano di Reggio, come è della montagna” Tuttavia, dice ancora l’Ariosto, “io mi son sforzato fin adesso di tenermilo per amico” e, per la verità, fino ad ora non ha molestato questa provincia. Sarà quindi bene che anche il Duca “anco con estrinseche dimostrazioni si sforzi di tenere Domenico, se non amico, almen non nimico”. Nella lunga lettera al Duca del 2 maggio 1523, poi, riferisce dell’offerta che l’Amorotto gli ha fatto giungere. Egli interverrebbe con trecento suoi armati per catturare i furfanti di Ponteccio e di Dalli (vicinissimi alla montagna reggiana). L’Ariosto, previo consenso del Duca, sarebbe favorevole ad accettare l’offerta, imitando “Cristo che disse de inimicis meis cum inimicis meis vendicabo me.” In effetti essendo l’Amorotto ancora al servizio della chiesa era da considerarsi più un nemico che un amico. Egli, però, si proclama amico del Duca “chè mi scrive che per vostra eccellenzia è per porre la roba e la vita propria”. Tutto questo sembra provare che nel reggiano e nel modenese erano tanti gli uomini rimasti fedeli al Duca estense e, forse, desiderosi di tornare sotto il suo dominio (4) L’unica cosa che, fortunatamente, mancò durante il governo dell’Ariosto fu la necessità di fronteggiare con le armi nemici esterni. Ci fu, tuttavia, un fatto d’arme di un qualche rilievo che gli creò qualche preoccupazione . Nel giugno del 1524 il famoso capitano di ventura Giovanni delle Bande Nere stava conducendo le sue guerricciole contro i Malaspina della Lunigiana. E accadde che, verso la fine di giugno, un gruppo di soldati di questo capitano, pare a sua insaputa, si diresse, sotto la guida di un certo capitano Todeschino, verso la Garfagnana invadendola. Il duca teneva i suoi castelli garfagnini pressoché sguarniti, per cui non ci furono difficoltà, per la soldataglia di Todeschino, nella conquista di Camporeggiano e del suo castello, che, pure, era, secondo l’Ariosto, “la rocca più forte”. Ma Todeschino mirava alla conquista di Castelnuovo ove, evidentemente, sperava di trovare più consistenti prede. E l’Ariosto, che, fra l’altro, in quei giorni era a Modena, coi suoi quindici balestrieri, non avrebbe certo potuto opporre una resistenza efficace. Ma ecco che i capi-fazione locali, soprattutto di parte italiana ma anche di parte francese, arruolarono 400 mercenari coi quali non solo sbarrarono la strada agli invasori che non poterono conquistare Castelnuovo, ma addirittura li ricacciarono fino a Camporgiano ove avvenne una piccola battaglia con alcuni caduti ( quattro o cinque) sia da una parte che dall’altra. Fra l’altro era accaduto che alcuni uomini del capitano Todeschino litigarono con lui rinfacciandogli la cattiva condotta delle operazioni e la mancata occupazione di Castelnuovo. E la lite si esasperò al punto che gli uomini misero mano alle armi e il Todeschino rimase ferito piuttosto gravemente. A quel punto gli invasori, constatato che i difensori erano in numero maggiore, chiesero aiuto ai compagni rimasti in Lunigiana. E, prontamente, il capitano Morgante Demino giunse con diversi armati. Ma anziché aiutare gli uomini di Todeschino, li rimproverò per questa azione avventata fatta all’insaputa di Giovanni, restituì il castello al notaro Constantino che era l’unica autorità presente, lo pregò di aver cura del Todeschino ferito (5) e riportò in Lunigiana tutta la masnada. Nell’azione di difesa si distinsero, come si è detto, tutti i capi-fazione, specie quel Pierino Magnano di Castelnuovo ma abitante a Trassilico, Acconcio e altri ma anche i delinquenti che facevano dannare l’Ariosto (anche se a lui rimase il dubbio che alcuni di loro fossero quelli che avevano chiamato il Todeschino per poter depredare a loro piacimento approfittando della confusione. Infatti nella lettera del 5 luglio 1524 al duca l’Ariosto dice che “Ulivo e Nicolao da Ponteccio, i figli del Madalena e Bosatello (Cornacchia) militano con loro”). E il Duca non lesinò riconoscimenti a Pierino Magnano, cosa che innervosiva l’Ariosto giacché constatava che tale Pierino approfittava dell’occasione per trarne vantaggio tiranneggiando i poveri diavoli. In effetti, come abbiamo detto, durante il governatorato dell’Ariosto, la Garfagnana non fu coinvolta nelle lotte che pure in quegli anni impegnavano Francesco I di Francia e Carlo V nelle sanguinose guerre di predominio. Però un passaggio di truppe di una certa imponenza si verificò verso la fine del 1524. Accadde che Francesco I, ritenendo di poter tentare la conquista del napoletano, inviò 8000 fanti, 200 lancieri e seicento cavalli al comando di Giovanni Stuart duca d’Albany che, attraverso il passo di Pradarena giunsero a Sillano la sera del 30 dicembre per poi scendere verso Lucca e la Toscana attraversando la Garfagnana. L’Ariosto (lettera agli Anziani della Repubblica di Lucca del "penultimo decembris 1524” dice che è molto meravigliato che nessuno gli abbia parlato di questo passaggio. Egli ha saputo dagli uomini di Sillano “come iarsera a ore dui di notte arrivò uno furiero del ditto Duca (lui lo chiama Duca d’Albania) che domandava vettovaglia per 14 m. persone tra piedi e cavallo e che questa sera alli 30 di decembre arriveranno a Sillano: Ora io mando dui altri omini per avere più chiara informazione”. E’ evidente che l’Ariosto non è tranquillo. Il passaggio di 14000 armati (tanti a lui risultavano) genera sempre un po’ di preoccupazione. Anche se l’Ariosto sa bene che i francesi sono alleati del Duca Alfonso e, quindi, si comporteranno da amici. E, in effetti, danni non ne fecero. Le lettere scritte dall’Ariosto nel successivo1525 sono soltanto dodici, di cui una scritta agli Otto di Pratica della Repubblica fiorentina per segnalare un furfante di Ponteccio, tale Bernardello, che si trova in quel di Fivizzano e che andrebbe arrestato. Ma le speranza che questo accada sono poche. Le altre sono tutte indirizzate agli Anziani della Repubblica di Lucca in genere per intercedere a favore di qualche suddito caduto in qualche guaio o per sanare contese e conservare la pace. Uno dei sudditi estensi inguaiato e quel Belgrado di Valico che abbiamo già incontrato in queste storie. Egli arrestato dai lucchesi fin dall’aprile del 1923 perché aveva messo una taglia a un tale suddito di Lucca e questo era considerato un grave reato. Lui si difendeva dicendo che quel tale era suo debitore, ma per risolvere la questione e liberarlo dovrebbe versare una somma ingente che non ha. E l’Ariosto intercede proponendo certe soluzioni. Ma quando scrive l’ultima lettera, che è del 30 maggio 1525, la cosa non è ancora risolta. Pochi giorni dopo, nel giugno 1525, l’Ariosto sarà richiamato a Ferrara e lascerà la Garfagnana con un gran sospiro di sollievo.

NOTE:

1) Nella lettera del 8.2.1524 l’Ariosto si mostra grato al Duca che, finalmente, ha ordinato a

quelli di Verugole (Verrucole) di consegnare il Genese (o Zenese) nelle sue mani. Egli

assicura che è già stato condannato e che non se lo lascerà sfuggire come è accaduto con

il Moro. Il fatto deplorevole era che quelli di Verugole, che avevano arrestato il Genese,

non volevano consegnarlo all’Ariosto perché pensavano che avesse preso soldi dai

Maddaleni e che, quindi, non avrebbe fatto condannare il Genese. Essi erano amici dei

conti di San Donnino e, quindi, nemici dei Maddaleni. L’Ariosto è indignato e, ancora una

volta, implora il Duca di togliergli l’incarico e di richiamarlo a Ferrara “e che mandi qui

uno in mio luogo che abbia miglior stomaco di me a patire queste ingiurie, che a me non

basta la pazienza a tolerarle”.

2) Nella lettera del 8 febbraio 1524, disperato per il fatto che questi preti (di Careggine, di

San Romano ed altri) continuano a dar asilo ai banditi, l’Ariosto arriva a dire che il

Capitano di Ragione, di fronte a questi episodi “ cacciasse subito il foco, e massime in le

canoniche delle chiese”

3) Il Guicciardini, governatore di Reggio, in una lettera al Papa Adriano VI, lamenta le

difficoltà a causa del fatto che la montagna è dominata da quel Domenico Amorotto che

“è un rustico lì nato”, tanto che “in effecto non nostro Signore ma loro sono padroni di

questa terra e quasi di Modena”

4) Ancora il Guicciardini in una lettera al cardinale Giulio de’ Medici afferma che se il Duca

di Ferrara volesse riprendersi queste terre potrebbe farlo facilmente perché il popolo,

anche se è contento del governo della Chiesa perché paga poco, tuttavia “in uno frangente

non piglierebbero le armi per noi perché per rispetto delle politiche passate pare loro a

ogni ora vedere che queste terre si restituischino al Duca di Ferrara.”

5) Il Todeschino fu portato a Castelnuovo e curato tanto che il 20 luglio l’Ariosto dice al

Duca che sta meglio (l’ha anche interrogato) e che pensa che risanerà. Ma il 2 agosto 1524

scive ancora al Duca che il Todeschino è morto. E, fino all’ultimo “è stato fermo nel

proposito che ‘l Signore Gianino (Giovanni delle Bande Nere) nulla ne sapea” della

scorreria in Garfagnana.

STORIE DELLA GARFAGNANA ESTENSE: L'ARIOSTO ET IL MORO DEL SILLICO ET LI ALTRI BANDITI.

Storia e tradizioni

Il Moro del Sillico

Il "Moro del Sillico" è indubbiamente il sillichino più famoso di tutti i tempi, sebbene la sua fama sia frutto di attività non sempre legittime e dalla fortuna/sfortuna di aver incontrato il poesta Ludovico Ariosto come governatore della Garfagnana Estense. Giuliano, così si chiamava "il Moro", fu infatti uno dei banditi più temuti della zona e la sua origine sillichina gli valse la libertà più volte dopo che l'Ariosto lo fece arrestare. Tutto ciò perchè Sillico e i suoi abitanti godevano di particolari attenzioni presso il Duca d'Este in quanto prima comunità della Garfagnana a chiedere di passare nel ducato. Ecco che la frustrazione dell'Ariosto compare in una serie di lettere in cui il governatore, non certo felice di tale incarico, lamenta il fatto che i suoi sforzi per arrestare il temibile bandito erano vanificati da una sorta di "indulto permanente" nei confronti dei sillichini. Nel tempo la figura del Moro è stata variamente romanzata nei racconti popolari ed oggi è visto come una sorta di Robin Hood, un bandito buono più vicino alla popolazione locale di quanto non lo fossero i governanti. Le lettere dell'Ariosto sono conservate in copia a Palazzo Carli.

http://www.archive.org/stream/letterea00ariouoft#page/ii/mode/2up

LUDOVICO ARIOSTO, COMMISSARIO ESTENSE IN GARFAGNANA

Il male vivere garfagnino, la lontananza dal "nido" ferrarese ed il falso mito del "Ludovico della tranquillità"

Nam si ratio et prudentia curas, non locus affusi late maris arbiter aufert, caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt. Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est, est Ulubris, animus si te non deficit aequus [Se la logica della saggezza, e non i luoghi che dominano la distesa del mare, allontana gli affanni, chi solca il mare muta cielo, non natura. Un'inquietudine impotente ci tormenta e andiamo per acque e terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui, a Ùlubre, se non ti manca la ragione] (da Orazio, Epistole 1, 11 vv. 25-30; trad. M. Ramous)

Il rapporto tra l’uomo ed il luogo in cui egli vive è da sempre strettamente legato alla questione della felicità. L’uomo è felice a prescindere dalla bellezza del luogo in cui vive? Come emerge dall’epigrafe, la risposta di Orazio a tale domanda è sì: la felicità, il bene vivere oraziano è dentro l’uomo. È inutile sognare gli splendori delle isole greche o le bellezze delle città dell’Asia Minore. Il bene vivere lo si può trovare anche ad Ulubre, piccolo quanto misero paese, situato nei pressi delle insalubri paludi pontine. L’insegnamento oraziano ci invita a perseguire una metanoia interiore piuttosto che logistica. L’equilibrio interiore, però, è una conquista difficile. È una meta che come un miraggio, spesso appare tangibile, se ne pregustano i benefici, ma poi la presa di coscienza della sua ineffabilità fa ripiombare l’uomo - viaggiatore nella accecante desolazione del deserto, del nulla che sembra circondarlo. Lo sa bene lo stesso poeta di Venosa, quando si vede costretto ad ammettere che la sua ricerca dell’equilibrio dipende ancora in buona parte da fattori esterni, dai luoghi appunto («Romae Tibur amem ventosus, Tibure Romam», affermerà in un altro passo famoso delle sue Epistole). Orazio sogna la dolcezza della campagna romana, ma quando vi si trova immerso rimpiange la caotica Roma. Un luogo non è mai in via definitiva oggettivamente ameno o inospitale, esteticamente bello o brutto, felice o triste. Orazio aveva compreso che non si doveva cambiare il luogo per vivere bene, ma bisognava lavorare su se stessi. Il grande dramma umano del poeta latino è condensato proprio nella consapevolezza che tale paradigma non potrà essere declinato nel concreto, che tale idea rimarrà confinata nell’iperuranio. Premesso, dunque, che è l’uomo a percepire i luoghi in relazione alla sua condizione interiore, possiamo affermare allora che uno stesso territorio può essere recepito in modi diametralmente opposti. Su la nebbia che fuma dal sonoro Serchio, leva la Pania alto la fronte nel sereno: un aguzzo blocco d'oro, su cui piovano petali di rose appassite. Io che l' amo il vecchio monte, gli parlo ogni alba, e molte dolci cose gli dico […]

I versi appena citati sono quelli di The hammerless gun, lirica composta da Giovanni Pascoli e contenuta in Canti di Castelvecchio. Il “vecchio monte” è la Pania della Croce, uno dei monti più alti delle Alpi Apuane. Lo scenario è quello della valle del Serchio. Lo stesso luogo, o quasi (da Castelvecchio di Barga ci spostiamo solo di qualche chilometro, giungendo a Castelnuovo di Garfagnana), qualche secolo prima rispetto a quelli di Pascoli, viene così dipinto dai versi di un altro illustre rappresentante della nostra poesia: La nuda Pania tra l'Aurora e il Noto, da l'altre parti il giogo mi circonda che fa d'un Pellegrin la gloria noto.

Questa è una fossa, ove abito, profonda, donde non muovo piè senza salire del silvoso Apennin la fiera sponda.
Come si può facilmente notare, la “topografia” (qui intesa nella sua etimologia greca, “scrivere un luogo”) della stessa terra cambia radicalmente; la tavolozza dei colori si scurisce. La Garfagnana descritta in questi versi è offerta al lettore in una colorazione ben diversa da quella che ne dà il poeta dei Canti di Castelvecchio. L’autore di queste due terzine è Ludovico Ariosto. Esse fanno parte della IV satira, composta dal poeta ferrarese nel febbraio del 1523, esattamente un anno dopo (20 febbraio 1522) l’insediamento a Castelnuovo di Garfagnana dove ricoprì fino al giugno del 1525 la carica di Commissario per conto del Duca Alfonso d’Este. Nei versi ariosteschi, la Pania della Croce non ha più l’aspetto benigno di una compagna fedele che accoglie l’edulcorata quanto consueta allocuzione mattutina del poeta di Myricae, ma diviene metafora soffocante di un “giogo” che tiene confinato in una regione feroce ed ostile il poeta estense. Risulta interessante vedere nel proseguo della IV satira come Ariosto continua la descrizione di quel luogo: O stiami in Ròcca o voglio all'aria uscire, accuse e liti sempre e gridi ascolto, furti, omicidii, odi, vendette et ire;

sì che or con chiaro or con turbato volto convien che alcuno prieghi, alcun minacci, altri condanni, altri ne mandi assolto;

ch'ogni dì scriva et empia fogli e spacci, al Duca or per consiglio or per aiuto, sì che i ladron, c'ho d'ogni intorno, scacci.

Déi saper la licenzia in che è venuto questo paese, poi che la Pantera, indi il Leon l'ha fra gli artigli avuto.

Qui vanno li assassini in sì gran schiera ch'un'altra, che per prenderli ci è posta, non osa trar del sacco la bandiera.

Saggio chi dal Castel poco si scosta! Ben scrivo a chi più tocca, ma non torna secondo ch'io vorrei mai la risposta.

Ogni terra in se stessa alza le corna, che sono ottantatre, tutte partite da la sedizïon che ci soggiorna.

La Garfagnana ai tempi dell’Ariosto doveva essere sicuramente un luogo diverso da quello in cui Pascoli qualche secolo più tardi deciderà di ricostruire il suo “nido”. La Garfagnana in cui Ariosto visse per tre anni era una terra dove folte, impenetrabili boscaglie si inerpicavano lungo le impervie pendici dei monti. Lo è ancora oggi, e lo era anche ai tempi dei Canti di Castelvecchio di Pascoli, si potrebbe facilmente obiettare. C’è, però, una differenza sostanziale. Agli inizi del XVI secolo quegli stessi “sassi”, come li definisce con tono non certo lusinghiero l'illustre ferrarese, quelle stesse selve, quegli stessi anfratti fornivano un prezioso riparo a temibilissimi gruppi di banditi. Una terra popolata da "gente inculta, simile al luogo ove ella è nata e avezza" dirà lo stesso poeta nella VII satira, infestata da ladri di ogni genere e da spietati assassini ed afflitta dalla più soffocante indigenza. La Garfagnana, inoltre, era una regione che, come la sua travagliata storia tra Quattrocento e Cinquecento dimostrava, mal tollerava l'assoggettamento politico. La regione era stata lucchese fino al 1426 (la “Pantera” di cui parla Ariosto è proprio Lucca), anno in cui passò sotto il dominio di Ferrara e degli Estensi con alcune brevi parentesi nelle quali la Garfagnana tornò ad essere lucchese (durante le guerre di Giulio II, e più precisamente nell'ottobre del 1512) e poi, nel settembre del 1521 quando, dietro consiglio del papa mediceo Leone X (il “Leone” di cui parla Ariosto nella sua satira), divenuto in quegli anni acerrimo nemico degli Estensi, venne conquistata dai fiorentini. La morte del pontefice, avvenuta il 1° dicembre di quello stesso anno, permise agli Estensi di rientrare in possesso del loro antico dominio, aiutati in questo dai notabili di Castelnuovo, i quali scacciarono il commissario pontificio (l'8 dicembre), richiedendo nel contempo la protezione di Ferrara, memori della larga autonomia che gli Estensi stessi avevano concesso alla provincia nel periodo precedente. Si narra che proprio in quella occasione, i garfagnini consegnarono alla memoria dei posteri l'evento, facendo scolpire sulla porta d'ingresso di Castelnuovo un leone simbolo del papato, che soccombeva all'aquila estense. L'ostilità dei garfagnini verso Firenze (sebbene risulti utile ricordare l'esistenza anche di una potente fazione filo-medicea e filo-papale in quelle terre) risultò palese quando nel novembre del 1523, dopo i due anni di pontificato del fiammingo Adriano VI, fu eletto papa un altro esponente della famigli de' Medici, Giulio, il quale si impose il nome di Clemente VII; la popolazione garfagnina avvertì in quel momento il pericolo di un possibile reintegro del proprio territorio tra i domini di Firenze. Ariosto, che in quel momento era ancora nel pieno della sua carica commissariale, descrisse la reazione degli abitanti di Castelnuovo nella lettera del 23 novembre inviata al duca Alfonso: [...] Appresso mi venne una lettera da Lucca che mi avisava come Medici era creato papa; la qual nuova come si udì da questi di Castelnuovo, parve che a tutti fosse tagliata la testa, e ne sono intrati in tanta paura che furo alcuni che mi volean persuadere che quella sera medesima io facessi far le guardie alla terra; e chi pensa di vendere,e chi di fuggir le sue robe. Io mi sforzo di confortarli, e dico lor ch'io so che stretta amicitia è tra vostra excellentia e Medici, e che non hanno da sperar se non bene [...]. I garfagnini imbracciarono addirittura le armi, allorquando nell'estate del 1524 si trattò, come vedremo più innanzi, di scacciare dalle proprie terre le truppe fiorentine. Un’istanza di sostanziale indipendenza politica fu ciò che permise agli Estensi, unici a garantirla, di entrarne in possesso definitivamente nel dicembre del 1521. Dunque, una terra difficile da governare per le forti spinte autonomistiche, che regolavano e muovevano, sebbene in direzioni opposte, l'operato di due diversi "partiti". I notabili garfagnini si dividevano, infatti, in due fazioni: una, detta “italiana” che, come già detto, era filo-ecclesiastica e filo-fiorentina, l’altra, definita “francese”, in quanto vicina al Duca d’Este, alleato della Francia. Come se non bastasse, il primo commissario della nuova stagione di dominio estense su quella provincia, avrebbe dovuto mettere in conto anche la riottosità di ciascuno degli ottantatre comuni posti sotto la sua giurisdizione ("Ogni terra in se stessa alza le corna /che sono ottantatre, tutte partite / da la sedizïon che ci soggiorna", dirà ancora nella IV satira), divisi in quattro vicarie: Castelnuovo, Camporgiano (o Camporeggiano), Trassilico e Terre Nuove. Ludovico Ariosto aveva fin da subito compreso che quella carica gli avrebbe fruttato ben pochi onori e tanti rischi; infatti, il poeta conosceva già la regione, dal momento che vi era andato in due occasioni. La prima escursione in terra garfagnina l'aveva compiuta nel marzo del 1509, quando il gaudente cugino Rinaldo, in quel tempo commissario estense a Castelnuovo, lo volle per il disbrigo di alcuni uffici relativi al suo terzo matrimonio con Contarina Farnese. Come si può ben vedere, il commissariato garfagnino fu un vero e proprio destino di famiglia[9]. Il secondo soggiorno, sicuramente più turbolento rispetto al primo, ebbe luogo nel 1512, quando Ariosto, che scappava insieme al duca Alfonso dalle grinfie degli scherani di Giulio II, venne ospitato dall'allora commissario estense, il medico Guido Postumo, che aveva sostituito in quell'incarico Rinaldo. Semmai vi fossero dei dubbi su quanto la Garfagnana fosse una regione ostica e complicata da gestire, possiamo citare la testimonianza fornita dallo stesso Guido Postumo, che sofferente ed esasperato, in una missiva inviata nel settembre del 1512 al cardinale Ippolito d'Este, scriveva: Quella Vostra Signoria mi mandò qua per le occurrentie de questa provincia, la quale ho gubernato cum sincera fede et non ho manchà in cosa alcuna, in modo che, o per la fatica o per altro, mi sono infirmato di una febra continua, trista, che non me movo da lecto, che invero non sono più bono per lo paese per la infermità mia, e più presto sono per nocere per la fama ch'io sia malato; et perché etiam io vado di male in pezo, et certo in pochi dì, per li gran fastidi ch'io ho da questi homini inobedienti, e per lo mal grande io ho, gie lasserò la vita, se Vostra Signoria non mi remove da qua. In virtù di quanto appena detto a proposito delle condizioni della Garfagnana negli anni venti del XVI secolo, può essere molto fondata l'impressione di Antonio Baldini, il quale evidenzia come «l’impetuosa e ridente giovenilità dell’Orlando furioso» scompaia nelle lettere garfagnine per lasciare spazio ad «un’impressione di grigio, di chiuso e di mortificato e ci rendono l’immagine di una persona freddolosa, preoccupata e guardinga». Non basta, però, attribuire all’inospitalità del luogo tutta l’insoddisfazione, quell’irrequietezza, quel male vivere per citare ancora Orazio, quell'afflizione così lontana dalle «divine emozioni che ispirano i Canti pascoliani», “…che trasudano dalle lettere inviate al Duca Alfonso dal poeta, relegato nella sua torre di Castelnuovo”. Insoddisfazione già colta nella IV satira e che riemergerà nella VII, anch'essa composta nella rocca di Castelnuovo. Possiamo giustificare questo grigiore garfagnino con il ricordo ancora vivo nel poeta degli incarichi diplomatici precedentemente ricoperti, ed in particolar modo quelli presso la corte papale, che lo videro impegnato a più riprese tra il 1509 ed il 1517. Incarichi sicuramente più prestigiosi di quello toscano, che inizialmente lo avrebbero indotto a rapportarsi con una certa superficialità alla realtà politica della Garfagnana, estremamente caotica come detto, e per questo necessitante di una guida decisa. Angelo Stella, riferendosi proprio a questo atteggiamento iniziale del Ariosto nel ricoprire il nuovo ruolo di commissario, parla di "presunzione politica"], che nasceva dall'aver svolto missioni diplomatiche di ben altra levatura. L'attività di diplomatico estense presso la corte papale fu prestigiosa certo, ma non per questo umanamente meno avvilente come quando, entrato in contatto con la corte del neo eletto papa Leone X, aveva sperimentato il nepotismo del pontefice mediceo, figlio del Magnifico. Uffici diplomatici che, più in generale, non erano stati meno rischiosi del commissariato garfagnino, se si pensa ai rapporti che intercorrevano in quegli anni tra Ferrara e lo Stato pontificio, specie in concomitanza con i pontificati medicei di Leone X e Clemente VII, su cui ritorneremo quando passeremo ad analizzare le relazioni turbolente che il commissario Ariosto ebbe con i rappresentanti fiorentini. A tal proposito citiamo il curioso primato detenuto dal duca Alfonso, che da massimo rappresentante politico di Ferrara, fu scomunicato ben tre volte e da tre papi diversi: Giulio II, Leone X e Clemente VII Rammentiamo in questa sede solo una vicenda che ha carattere esemplare per quanto abbiamo appena affermato circa i burrascosi rapporti diplomatici tra Ferrara e Roma e che, come già riportato in questo studio, portò il poeta a recarsi per la seconda volta in Garfagnana. L'episodio in questione, a cui lo stesso Ariosto si riferisce seppur indirettamente nella lettera datata primo ottobre 1512 ed inviata a Ludovico Gonzaga, principe di Gazzolo e Sabbioneta, ebbe inizio nel giugno di quello stesso anno, allorquando il duca Alfonso accompagnato proprio dal poeta fece visita al vigoroso pontefice Giulio II ("Papa Iulio II procedé in ogni sua cosa impetuosamente", scriveva Machiavelli nel suo Principe). Non fu certo una visita di cortesia, dal momento che il vicario di Cristo era ancora adirato (ci manteniamo per decenza nei limiti dell'eufemismo) per il tradimento del duca estense, il quale, dopo aver combattuto per la Lega di Cambrai nella guerra contro Venezia (guidando per di più le truppe pontificie con il titolo Gonfaloniere della Chiesa), aveva preferito allearsi con i francesi quando, tra il 1511 ed il 1512, Giulio II aveva promosso una nuova lega (la Lega Santa) proprio contro i transalpini. La vittoria franco-estense nella famigerata battaglia di Ravenna, combattuta nell'aprile del 1512, però, non fu foriera di un successo definitivo; dopo questa battaglia, infatti, i francesi si ritirarono ed il duca rimase solo. Fu allora che Alfonso, per convenienza pentitosi della sua infedeltà, si recò personalmente a Roma insieme all'Ariosto, con il chiaro obiettivo di riappacificarsi con il pontefice e di limitare i danni. Fabrizio Colonna, padre della poetessa Vittoria e capo di una delle più potenti famiglie romane, memore dell'amicizia con il duca Alfonso, nata durante la sua "prigionia" ferrarese dopo la già menzionata battaglia di Ravenna (11 aprile 1511), si attivò personalmente per preparare il terreno per quell'incontro con Giulio II che avrebbe dovuto sancire la riappacificazione. Sembrava oramai che la frattura tra il pontefice ed il duca si fosse ricomposta del tutto, dopo che Alfonso, genuflettendosi innanzi al papa, aveva chiesto solennemente il suo perdono. La questione, in realtà, non era stata affatto risolta del tutto, in quanto il pontefice, evidentemente fomentato dall'abile signore di Carpi, Alberto Pio, e sempre desideroso di esercitare un potere diretto sulla Romagna e sull'Emilia, aveva imposto ad Alfonso di rinunciare a Ferrara (ridicolizzandolo con il contentino di Asti, tolta ai francesi o in alternativa all'esiguo dominio piemontese, con quello di Urbino), e di liberare i suoi fratelli Giulio e Ferrante. Il duca non poteva certo assecondare le inique richieste del pontefice e, dal momento che il papa appariva sempre più perentorio sulle sue posizioni, arrivando fin anche a minacciare di imprigionarlo, non potette adottare altra soluzione se non quella di fuggire da Roma travestito da frate, iniziando così con lo stesso Ariosto un'avventurosa fuga tra l'Umbria e la Toscana, durata ben quattro mesi con il sempre incombente pericolo della cattura per mano delle milizie pontificie. Nei pressi di Firenze, non ancora fuori pericolo, il poeta tra il grottesco di un mascheramento "fuor de stagione" ed il terrore di essere braccati dai "levrieri", ovvero gli sbirri pontifici, ebbe tempo di narrare al Gonzaga il modo in cui aveva trascorso la notte accanto al duca, qui appellato come "nobile mascherato"]. Ill  et ex domino meo obs Ludovico Gonzagae Principi. Mantuae. Vostra Signoria excellentissima ha certamente de la fada e del negromante, o di che altro più mirando, nel venirmi a ritrovar qui con la sua lettera del XX augusti, hor hora che sono uscito de le latebre e de' lustri de le fiere e passato alla conversation de gli homini. De' nostri periculi non posso anchora parlare:animus meminisse horret, luctuque refugit, e d'altro lato Vostra Signoria ne havrà odito già: quis iam locus quae regio in terris nostri non plena laboris? Da parte mia non è quieta anchora la paura, trovandomi anchora in caccia, ormato da levrieri, da' quali Domine ne scampi. Ho passata la notte in una casetta da soccorso vicin di Firenze, col nobile mascherato, l'orecchio all'erta et il cuore in soprassalto. Quis talia fando etc. L'illustrissimo signor Duca, con il quale heri ha conferito longamente il C. Pianelli, parlerà de' duo affari al Cardinale, il quale fra giorni si aspetta da Bologna, et io medesimo per quanto sia bono a poterla servire adoperrò ogne pratica, essendo de l'honore de Vostra Signoria, qual affectionato servitore, bramosissimo. Quello sia da fare e da sperare saprà da m. Rainaldo e fido che ne serà satisfatta, quantunque io non sia troppo gagliardo oratore. Il cielo continua tuttavia molto obscuro, onde non metteremoci in via così sùbeto per non haver anchora ad andar in maschera fuori de stagione e col bordone. Voglia Vostra Signoria recarmi alla memoria de la Illustrissima S. Principessa Flisca quanto è permisso a observantissimo e deditissimo servitore, et a quelle in buona gratia mi raccomando. Florentiae, 1 octobris MDXII. Di V. S. ex Humilis et deditis servus Lud. Ariostus. Potremmo così escludere che l'avvilimento ariostesco nello stare confinato in Garfagnana fosse dovuto ad una questione legata al prestigio dell'incarico. A suffragare la nostra idea, inoltre, ci rifacciamo alla già ricordata VII satira, composta nei primi mesi del 1524 in Garfagnana ed indirizzata all'amico e segretario ducale Bonaventura Pistofilo. In questa satira Ariosto rifiutava l'invito del duca Alfonso di recarsi proprio a Roma. Il duca, infatti, al fine di assecondare le sempre più pressanti richieste di Ariosto di essere sollevato dall'incarico a Castelnuovo aveva chiesto al suo suddito di andare a ricoprire l'incarico di ambasciatore estense presso il nuovo papa mediceo Clemente VII. Il poeta, però, sebbene fosse consapevole che recarsi a Roma avrebbe significato allontanarsi dalla "fossa" garfagnina e vivere in modo meno "duro et acro", clamorosamente non accettò l'ambasciata romana. Da me stesso mi tol chi mi rimove da la mia terra, e fuor non ne potrei viver contento, ancor che in grembo a Iove. E s’io non fossi d’ogni cinque o sei mesi stato uno a passeggiar fra il Domo e le due statue de’Marchesi miei, da sì noiosa lontananza domo già sarei morto, o più di quelli macro che stan bramando in purgatorio il pomo. Se pur ho da star fuor, mi fia nel sacro campo di Marte senza dubbio meno che in questa fossa abitar duro et acro. Ma se 'l signor vuol farmi grazia a pieno, a sé mi chiami, e mai più non mi mandi più là d'Argenta, o più qua del Bondeno. Il tormento ariostesco non sembra trovare giustificazioni valide nemmeno sul terreno del prestigio dell'incarico. È chiaro che non possiamo del tutto trascurare il fatto che le cause di questa insoddisfazione nascessero anche dalla morfologia del luogo e dei suoi abitanti, così come non possiamo trascurare che la carica di commissario estense, sebbene in linea generale dovesse considerarsi comunque di prestigio, poteva anche non essere annoverata dal poeta come una delle più insigni da egli ricoperte. Ma queste sono concause minori che si legano a nostro avviso ad una motivazione più intima, più profonda, meno contingente verrebbe da dire. Proprio l'ultima terzina del passo appena riportato della VII satira può illuminare il nostro cammino che dovrà portarci a fornire finalmente una risposta ancor più decisiva all'insofferenza garfagnina del cantore di Orlando. Come abbiamo avuto modo di leggere, pur avendo declinato l'invito del duca, Ariosto non disperava di poter ricevere una "grazia" dal suo signore: la grazia in questione consisteva nel non essere impiegato in compiti che non lo allontanassero più di qualche chilometro da Ferrara. Siamo giunti al passaggio decisivo. Il poeta è lontano dalla sua amata Alessandra ("da chi tien del mio cor solo la briglia", verrà definita dal poeta nella IV satira), dai suoi affetti familiari, dalla sua piccola abitazione in contrada Mirasole; in altre parole, Ariosto è lontano da Ferrara, il suo vero “nido”, e non solo nelle implicazioni affettive del termine nell'accezione "pascoliana", sebbene esse non vadano affatto trascurate, specie per quanto concerne l'amore per Alessandra Benucci. Nella VII satira, infatti, Ariosto riferisce con vergogna, con la "faccia più vermiglia" di una dama ferrarese truccata o di un padre canonico ubriaco, che è proprio il forte sentimento d'amore, evidentemente ritenuto poco adatto ad un uomo che si approssima ai cinquant'anni, la ragione principale del suo intensissimo legame con Ferrara. Da notare che in questo passo della satira Ariosto parla proprio di "nido", riferendosi alla sua città: Se perché amo sì il nido mi dimandi, io non te lo dirò più volentieri ch'io soglia al frate i falli miei nefandi; che so ben che diresti: «Ecco pensieri d'uom che quarantanove anni alle spalle grossi e maturi si lasciò l'altro ieri». Buon per me ch'io me ascondo in questa valle, né l'occhio tuo può correr cento miglia a scorger se le guancie ho rosse o gialle; che vedermi la faccia più vermiglia, ben che io scriva da lunge, ti parrebbe, che non ha madonna Ambra né la figlia, o che 'l padre canonico non ebbe quando il fiasco del vin gli cadde, in piazza, che rubò al frate, oltre li dui che bebbe. S'io ti fossi vicin, forse la mazza per bastonarmi piglieresti, tosto che m'udissi allegar che ragion pazza non mi lasci da voi viver discosto. Per il Ludovico che va in Garfagnana, Ferrara non però ha solo il volto della sua Alessandra; Ferrara è anche il luogo dove Ludovico era divenuto fin dai primi anni del Cinquecento il poeta di corte più prestigioso, oltre che insigne diplomatico. Ariosto era il poeta a cui il duca Alfonso aveva affidato la realizzazione di una commedia per il carnevale del 1508 (la Cassaria); un carnevale molto importante, in quanto rappresentava la prima festa pubblica ferrarese dopo la morte di Ercole I (1505) e dopo la congiura dei "bastardi" don Giulio e don Ferrante che avevano minacciato la successione di Alfonso (1506). Inoltre, a partire dal 1517, dopo aver rifiutato di partire per l'Ungheria al seguito del cardinale Ippolito (l'episodio è molto noto in quanto è l'occasione della prima satira, sulla quale ritorneremo a breve) e passando alla corte del duca Alfonso, aveva potuto finalmente risiedere stabilmente a Ferrara almeno fino alla sua designazione commissariale in terra toscana. Tra il 1517 ed il 1521, Ariosto era divenuto, anche grazie al successo della prima edizione dell'Orlando furioso, l'indiscusso protagonista della scena culturale cittadina. Volendo riassumere quanto detto, alla vigilia della sua partenza per la Garfagnana descritta sopra, Ludovico Ariosto vive nel suo "nido" ferrarese dove può godere stabilmente della vicinanza dei familiari, dove può sperimentare quotidianamente l'ammirazione dei suoi concittadini, dove è uno dei protagonista assoluti della vita cittadina, dove può inorgoglirsi per essere divenuto il poeta ufficiale di corte. Si avviava ad essere il nuovo "Virgilio" estense che aveva celebrato la dinastia estense con la riproposizione nell'Orlando furioso delle vicende di Ruggiero e Bradamante che, come aveva narrato per primo Tito Vespasiano Strozzi nella sua Borsas, erano considerati i mitici progenitori degli Estensi. Fu anche per tal motivo che lo stesso duca Alfonso provvide ad acquistare tra il 1521 ed il 1525 circa sei esemplari della seconda edizione del poema che esaltava la sua nobile stirpe.  Ferrara è tutto questo per Ariosto; però, essa è soprattutto il luogo dove può dedicarsi in totale tranquillità e libertà agli studi. Ferrara è il contesto ideale per godere dell'otium letterario. L'insofferenza ariostesca alle tenebre garfagnine nasce, allora, dall'aver perso la possibilità di vedere attuato, realizzato concretamente quel desiderio sempre pressante di "riveder le Muse" e con queste "ir poetando ancora". Solo in questo modo Ariosto può avere un "cor sereno" capace di far fiorire una "iocunda rima o metro", come afferma nella IV satira. Ritornando da dove siamo partiti possiamo ora sottolineare come a differenza di Orazio il poeta ferrarese conosca bene quale può essere il suo habitat naturale, ma più in generale, sa cosa gli assicurerebbe un bene vivere, una serenità ed un equilibrio interiori sempre rincorsi, ma mai raggiunti dal poeta latino. Ferrara rappresenta quel luogo ideale che Orazio vanamente cercò tra Roma e Tivoli. Forse perché, come sosteneva a suo tempo Walter Binni, «Orazio è troppo esplicitamente e programmaticamente maestro di saggezza poetica», mentre Ariosto risulta essere più spontaneo nel legare arte e vita, «mai troppo moralistico». Ma ci permettiamo di dissentire, in quanto la ricerca oraziana non è programmatica per raggiungere un bene vivere, ma consequenziale ad un male vivere: essa è un drammatico, umano tentativo di curare la propria angoscia. Ci sembra giusto chiudere la nostra riflessione sul rapporto tra luogo ed anima con una curiosità: sembra proprio che il destino si sia divertito a fare della Garfagnana la sede deputata da una parte a divenire il luogo dove tentare di ricostruire un "nido", quello pascoliano, e dall'altra il luogo che allontana un altro poeta, Ariosto appunto, dal suo "nido". Abbiamo così una prova inconfutabile che un luogo da solo non può determinare la felicità umana. In passato, questa volontà sempre dichiarata di voler rimanere nella suo "nido" ferrarese, che nasceva, come si è detto, dal sapere che solo lì Ludovico avrebbe potuto vedere materializzati la sua serenità, il suo equilibrio interiore, la sua autarkeia, sollevato da ogni incarico diplomatico e da ogni affanno della vita pratica, concentrato nell'assecondare le sue Muse e preoccupato unicamente ad evitare che "inondar lasci il mio studio a Lete" (I satira), è stata interpretata come pigrizia, sedentarietà, indolenza. Walter Binni sostiene che questa immagine bonaria, quasi "bonacciona" dell'Ariosto sia sorta già durante Rinascimento. La genesi di questa particolare identità ariostesca che, percorrendo i secoli quasi come un simulacro nel castello di Altante, è stata afferrata in ambito critico da più parti, andrebbe ricercata secondo Binni in quello che egli stesso definisce «un isolamento eccessivo del Furioso rispetto alle sottovalutate opere minori». Gli angoli anche più reconditi della complessa e persino complicata personalità ariostesca, dunque, andrebbero ricercati non solo e non tanto nel monumentale poema, ma soprattutto nelle opere in cui si avverte con maggiore evidenza il respiro autobiografico. Non v'è dubbio che le sette Satire rientrino in questo ambito di scrittura personale che può contribuire ad illuminare alcuni lati dell'interiorità del grande poeta; si ricordi, però, che le Satire sono pur sempre componimenti letterari, che rispondono a precise esigenze formali ed ideologiche, che seguono una «direzione artistico - poetica organicamente calcolata e ispirata»; in esse si passa dalle "occasioni" concrete che permettono la scrittura satirica alle generalizzazioni e, riprendendo Segre, si percepisce con chiarezza come «l'essenza autobiografica è una sola cosa con l'essenza moralistica». Nelle Lettere, ed in particolare in quelle del periodo garfagnino che nella corpus complessivo occupano lo spazio più rilevante, dal momento che Ariosto «non si impone un alto proposito artistico», il poeta tradisce senza filtro letterario le sue sofferenze interiori, le sue frustrazioni, i suoi umori più autentici; nelle Lettere accade che, come scrive ancora Segre, il risentimento morale, che nelle Satire è diluito necessariamente nell'«espressione più armoniosa e artisticamente valida», sfoci nelle Lettere in «ferita, grido». Lo stesso Croce sottovalutò l'impatto che il corpus delle Lettere avrebbe potuto avere nel giudizio complessivo dell'opera e della personalità ariostesca quando affermava che queste: «sono tutte d'affari, secche, sommarie e tirate in fretta, e solo qua e là, scoprono l'intimo dello scrivente»; anche Fatini, nel suo saggio Ludovico Ariosto prosatore , derubricava le stesse epistole ariostesche come costruite su «una prosa monotona e pesante», dove invano si potevano cercare squarci di «poesia». Il giudizio dei due critici era evidentemente di natura estetica, e poco interessato a scorgere Ludovico nelle epistole di Ariosto. Questa sostanziale indifferenza verso il corpus delle epistole (e più in generale verso le altre opere ariostesche "minori") aveva così portato ad un impoverimento del profilo umano di Ariosto, facendogli assumere unicamente, secondo la definizione del Binni, le sembianze dell'albatros di Baudelaire «goffo, impacciato, indifeso sulla tolda della nave», capace di essere possente e maestoso soltanto in volo sulle ali della poesia. Risulta decisivo ai fini di una rivalutazione della silloge epistolare ariostesca con la conseguente possibilità di arricchire di nuove sfumature il carattere del poeta, il ruolo svolto dalla nuova critica ariostesca, all'interno della quale ampi meriti vanno riconosciuti in primis al già citato Angelo Stella, curatore della nuova edizione delle Lettere, agli stessi Binni e Segre , senza dimenticare gli studi di Lanfranco Caretti. Solo attraverso questo rinnovato interesse verso le lettere ariostesche, si può definitivamente far crollare lo stereotipo dell'Ariosto «sedentario e contemplativo», di un personaggio che il De Sanctis inquadra come «colto, spensierato, pigro, tranquillo, legato alla sua quiete ed al suo "fuge rumores"», da collocare «nella scala de' Sancio Panza e de' Don Abbondio», e che ha attraversato senza soluzione di continuità secoli di esegesi ariostesca, arrivando fino alla famigerata etichetta di “Ludovico della tranquillità”, coniata da Antonio Baldini, il quale a sua volta l'aveva ricalcata su quella più nota, imposta a Giovanni Boccaccio da un suo contemporaneo (Johannes tranquillitatum).