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BORGO A MOZZANO - Piano di Gioviano, SP2 Lodovica.

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giovedì 26 novembre 2015

LA STORIA DI COREGLIA ANTELMINELLI dai fasti di un tempo, al periodo attuale.


DOV'E' E COME CI SI ARRIVA:
Coreglia Antelminelli si trova in MediaValle del Serchio. Da Lucca, usciti dalla città si segue l'indicazione per Castelnuovo Garfagnana (sp2) o Bagni di Lucca (ss12 del Brennero). Percorsi circa 20 km in quella direzione si giunge a Borgo a Mozzano. Una volta a Borgo a Mozzano si deve continuare (se non lo siete già) alla sinistra del fiume Serchio sulla SP Lodovica e continuare in direzione nord. Dopo circa 6 chilometri si passa un ponte sulla destra (indicazioni Barga, Coreglia) e si svolta a sinistra sulla SR445. Si prosegue dritto per circa 4 chilometri fino a Piano di Coreglia, qua troviamo sulla destra un bivio con l'indicazione per Coreglia Antelminelli.

LA STORIA:
Non si sa poco o nulla del periodo dell'impero Romano, anche se di certo vi era un insediamento, di certo un abitato romano si trovava dove adesso sorge Ghivizzano, pare con il nome di Clavidianum da cui puo' essere traslitterato l'attuale nome.

I primi documenti sull'origine di Coreglia appartengono alla storia della chiesa e risalgono al sec. X°. Coreglia era allora una Villa della Pieve di Loppia quando il vescovo Gherardo cedette in enfiteusi le rendite dei suoi abitanti ad un progenitore dei Rolandinghi di nome Rodilando. Fin dall'inizio la storia di questa Comunità è legata alle sorti di Lucca e risente, in modo diretto, delle alterne vicende di quest'ultima dalla quale è attratta, per la sua soggezione alla Vicaria di S. Martino, non solo politicamente ed economicamente, ma anche spiritualmente.

Considerata, in epoca medievale, punto strategico, fu soggetta ad un lungo assedio, ad una feroce lotta tra Guelfi e l'esercito di Castruccio Castracani che evidenziò il genio e le doti militari di quest'ultimo. Unendo le sue qualità di condottiero a quelle di stratega, Castruccio costrinse i Guelfi alla resa, circondando il Castello con un esercito di mille fanti e quattrocento cavalieri, fatti venire appositamente da Lucca. Mostrò poi comprensione ed umanità nei confronti dei vinti non infierendo su di loro e permettendo al capitano di ritornare illeso nel suo territorio.

Dopo la morte di Castruccio Castracani (vicario imperiale) il re Giovanni di Bosnia, Signore di Lucca, affidò la Vicaria di Coreglia a Ciomacco Mugia ed a Sante Castracani, poi sostituito da Francesco Castracani degli Antelminelli che godette il Vicariato di Coreglia, facendosi anticipatamente chiamare Conte, durante le Signorie del re Giovanni dei Rossi e degli Scaligeri con i quali fu, in principio, molto amico.
Questo non si accontentò di un solo rapporto di vassallaggio e cospirò per diventare Signore a tutti gli effetti. A questo punto il Consiglio Generale stabilì di punire le sue esagerate ambizioni facendo espugnare i suoi castelli, e quelli dei suoi alleati, con una spedizione armata nel 1341.

Coreglia cadde allora in mano ai Fiorentini , a cui la ritolse Francesco Castracani nel 1352. L'8 maggio 1355, Francesco ottenne dall'imperatore Carlo IV° la desiderata trasformazione della Vicaria in Contea con diritto di trasmissione ai successori del titolo e del feudo, ma l'anno seguente fu ucciso da Valeriano ed Arrigo, figli di Castruccio Castracani. Gli succedette il figlio Niccolao che fu Signore fino al 1369, anno in cui Lucca restaurò le antiche Vicarie, e che se ne andò poi ad abitare nella città di Cagli.

Nella prima metà del XV° secolo il Castello di Coreglia passò in potere ai Fiorentini ed ancora alla Repubblica di Lucca dopo il trattato di pace del 28 aprile 1438. Col trascorrere del tempo Coreglia acquistava sempre maggiore importanza: già Vicaria dal 1272 diviene Contea fino al 1369 ed infine capoluogo di giurisdizione e di Comune nella Diocesi e Ducato di Lucca. Nel 1862 aggiunge il suo nome a quello degli Antelminelli, essendo stata per lungo tempo sede residenziale e di governo di questa importante famiglia.

Negli ultimi secoli non è più centro di lotte politiche o di armate scorribande fra contrastanti fazioni, ma luogo di pace, di meditazione e di lavoro. Inizia l'attività artigianale e l'emigrazione del figurinaio che diffonderà, in tutto il mondo, l'arte del gesso.
La Rocca di Coreglia Antelminelli è posta sulla porzione più elevata del contrafforte appenninico delimitato dalle ripide sponde dei torrenti Ania e Segone; ai piedi della fortificazione si sviluppa, secondo un andamento che segue la morfologia del terreno, il paese, cinto da mura delle quali si conservano le antiche porte. La posizione della rocca è altamente strategica, da qui si può facilmente controllare un´ampia porzione della valle, e, mediante segnali luminosi, collegarsi con la fortezza di Brancoli e quella di Motrone per inviare messaggi direttamente a Lucca.
Il circuito delle mura, grande a sufficienza per poter ospitare un considerevole numero di uomini e mezzi, appare integro ed in discreto stato di conservazione per tutto il perimetro, ma le trasformazioni del complesso avvenute nel passato con la conversione degli spazi ad uso civile, i terreni ad uso agricolo e in particolare l´abbassamento dell ´altezza delle mura, con l´eliminazione di parte dei parapetti e del camminamento di ronda, non ne hanno mutato l´immagine complessiva che conserva sempre i caratteri imponenti dell´antica fortificazione. Si rileva invece l´assenza della torre del mastio demolita nell´800 allo scopo di riutilizzare le pietre per lastricare le strade del paese. Il complesso, diventato proprietà privata, è oggi utilizzato come residenza e come terreno agricolo a servizio di questa.

Altre testimonianze storiche di rilievo sono la chiesa proto-romanica di S. Martino e quella romanica di S. Michele, dalla torre campanaria dell'XI° secolo. Per questi suoi significati storici, per la sua situazione geografica e climatica e soprattutto per la sua vocazione turistica Coreglia, diventa, nel XX° secolo apprezzata stazione di vacanza e di soggiorno estivo.
Coreglia fu anche, in epoca moderna, teatro della seconda guerra mondiale, in quanto la valle si trovava sulla famosa ''linea gotica'' ultimo baluardo dei tedeschi in Italia, il territorio vide dunque parecchi scontri tra Nazisti ed Alleati finche' la divisione ''buffalo'' non usci vittoriosa permettendo lo sfondamento e l'avanzata in pianura padana.

Coreglia vide un grande sviluppo manifatturiero negli anni '70 - '80 con le molte attivita' legate alle figurine di gesso , che ne fecero insieme a Bagni di Lucca un polo mondiale.

Attualmente il Comune vive una forte crisi economica, sia dovuta alle politiche nazionali , sia perche' gli ultimi amministratori che di sono succeduti dalla meta degli anni '90 non hanno fatto altro che peggiorare la gia' triste situazione economica, portando un fiorente comune con un alto tenore di vita ad essere un esempio di malagestione in tutta la provincia di Lucca.
Sotto questa malaugurata e ventennale gestione si e' visto solo un graduale impoverimento del territorio, senza che si proponessero politiche di sviluppo, ma solo traccheggiamenti atti a favorire una ristretta lobby locale.
Speriamo solamente in un futuro migliore.

CAPITOLO SU COREGLIA ANTELMINELLI CHE SARA' INSERITO NEL NUOVO BLOG SULLA STORIA DELLA VALLE:

venerdì 9 ottobre 2015

GIANCARLO MAROVELLI ARCHITETTO, LA STORIA DI BARGA E GLI ALQUERQUE



GIANCARLO MAROVELLI ARCHITETTO


Barga e il suo Alquerque

Posted: 06 Oct 2015 11:22 AM PDT

Un po' di storia.......




Urne cinerarie scoperte in localita' diverse, nei monti che circondano l'antico Castello di Barga, adagiato sul colle Romeccio, indicano le origini dei primitivi abitanti, liguri-apuani. L'etimologia del nome e' incerta. Secondo alcuni paleografi, deriverebbe da Lucio Barcolio, lucumone di Luni. Altri affermano che il nome di Barga provenga da Bargena, citta' della Tunisia, le cui genti, venute in Italia al seguito di Annibale, 200 anni prima di Cristo, qui si sarebbero fermate. Antichi documenti attestano, come nel IX secolo, Barga fosse un feudo della famiglia longobarda dei Rolandinghi, passato in seguito sotto la giurisdizione dei Marchesi di Toscana. I Barghigiani ottennero dalla Margravia, Contessa Matilde di Canossa, esenzioni fiscali, autonomie amministrative, proprieta' demaniali. Questi privilegi vennero riconfermati dall'Imperatore Federico I il Barbarossa. Nonostante le franchigie concesse dall'imperatore, i Barghigiani, di fatto, continuarono ad essere sottoposti ai lucchesi, i quali, dal momento in cui attorno al Mille si costituirono in libero Comune, allargarono il loro dominio territoriale spingendosi in tre direzioni diverse: Val di Nievole, Valle della Freddana, Valle del Serchio.
Morendo, la Contessa Matilde lascio' alla Chiesa tutti i suoi territori, fra i quali quelli della Garfagnana, contestati pero' dai Lucchesi, i quali spinti dal proprio vescovo Opizone, invasero con molte truppe la Media Valle del Serchio, distruggendo e saccheggiando chiese, oratori, ospedali, dormitori. Abbatterono il Castello di Loppia, distruggendone la chiesa ed imprigionando il Pievano Ottonello; non ebbero ardire di assalire il Castello di Barga perche' vi risiedeva, in quel momento, il Nunzio Apostolico Cencio, inviato in Garfagnana dal Pontefice Gregorio IX.
La relazione di quanto i Lucchesi avevano compiuto nella "Diletta Garfagnana", inviata a Roma dal Nunzio, provoco' l'ira del Papa, il quale, come immediata punizione, soppresse la Diocesi di Lucca, dividendola fra quella di Luni, Pistoia, Pisa e Volterra, promulgando l'interdetto e la scomunica.
Appena i Barghigiani capirono in quali cattive acque nuotassero i Lucchesi, ne approfittarono e, nuovamente aiutati dai Pisani si ribellarono al dominio di Lucca. Due anni dopo avere assaltato il Castello di Loppia, nel 1234, i Lucchesi ritornarono ad assediare Barga, capitale religiosa della Garfagnana, conducendo l'assedio senza molto impegno, temendo, con una facile vittoria, di provocare ancor più le ire del Santo Padre, nel momento in cui, a Roma, autorevoli intermediari stavano contrattando il perdono papale.
Ottenutolo nel 1236, con la forza del denaro e la potenza delle armi, i Lucchesi fecero presto ad estendere il dominio sui castelli vicini. La Garfagnana venne divisa in tre vicarie: Castiglione, Barga, Coreglia. Da quel momento, Garfagnana e Barga trascorsero un lungo periodo di pace, durante il quale, le guerre si svolsero altrove.
Nel corso di circa 60 anni, per la sua particolare posizione, Barga divenne un rinomato centro per lo scambio delle merci provenienti dal coreglino, dal modenese, dalla Garfagnana e dalla Versilia attraverso il passo di Petrosciana-Fornovolasco-Gallicano.
A Barga giungevano i mercanti ad incettare lana, seta, formaggio di pecora, abbacchi, miele, trote. La competitivita' negli acquisti si fece talmente concorrenziale che i Lucchesi, per proteggere il proprio commercio, imposero un forte dazio su tutti i prodotti che uscivano dalle loro Vicarie e che venivano acquistati dai mercanti fiorentini.
Questi allora ricorsero al contrabbando. Impossibilitati i Lucchesi a sopprimerlo, prendendo a pretesto lo sconfinamento di alcuni pastori barghigiani nei territori confinanti della Vicaria di Castiglione, vennero a Barga e distruggendo le mura (1298), misero il Castello a ferro e fuoco, uccidendo ed imprigionando molti barghigiani, mentre altri si salvarono fuggendo a Firenze, dove rimasero fuoriusciti per oltre trent'anni.
Barga rimase terra bruciata per diversi anni, fino a quando Castruccio Castracani, sostituendosi al Signore di Pisa, Uguccione della Faggiola, nel 1316 divenne signore di Lucca. Con il Castracani Barga ritornò una importante Vicaria. Castruccio riedifico' le mura; i commerci, per lunghi anni languenti, ripresero forza, sotto il controllo dei Lucchesi. I Barghigiani, terrorizzati dalla spietatezza del Castracani e ricordando quanto avevano sofferto, si guardarono bene dal riprendere i traffici commerciali con i Fiorentini.
La misteriosa morte di Castruccio Castracani, avvenuta il 3 settembre 1328 all'indomani della vittoriosa battaglia di Pistoia, diede forza e coraggio ai Barghigiani che si dichiararono, volontariamente, sudditi di Firenze. Cio' avvenne il 31 gennaio 1331, nel momento in cui la potenza di Lucca andava precipitosamente sgretolandosi. Dalla scomparsa del Castracani, Lucca venne piu' volte venduta e comprata e, nel 1341, i Fiorentini l'acquistarono per 100 mila fiorini d'oro.
Non appena i Pisani appresero che i Fiorentini avevano comperato Lucca, certi di essere danneggiati da quell'ingrandimento, occuparono quella citta' ancora prima che i Fiorentini ne prendessero possesso. Cio' avvenne il 1 agosto 1341. Mentre per i Pisani fu facile incorporare le Vicarie di Coreglia e Castiglione, non riuscirono mai a sottomettere Barga.
Trascorsi quegli avvenimenti, Barga ebbe un lungo periodo di pace, durante il quale i Barghigiani, migliorando le proprie condizioni economiche, intensificarono il commercio. La popolazione crebbe di numero, si costruirono nuove case e la vita del castello, svoltasi fino allora intorno alla Rocca (Duomo) si ando' a poco a poco spostando verso il basso, attorno a quella piazza che, in onore di Firenze, fu chiamata  di Santa Maria Novella. Sarebbe divenuta in seguito Piazza Pietro Angeli, e dai Barghigiani chiamata in tutti i tempi "Aiaccia".
Un'altra guerra fra il 1436-37 sconvolse la tranquilla vita dei Barghigiani. Il celebre condottiero Niccolo' Piccinino, al soldo dei Visconti di Milano, in guerra contro Firenze, venne a porre l'assedio a Barga. Egli era sicuro che sconfiggendo i Barghigiani, da tutti ritenuti i piu' fedeli sudditi di Firenze, tutti gli altri castelli sarebbero caduti uno dietro l'altro senza combattere.
In soccorso dei Barghigiani, Firenze invio' un condottiero pari al Piccinino, Francesco Sforza, con molta cavalleria e numerosi fanti.
Falliti i tentativi di convincere i Barghigiani alla resa, il Piccinino dette ordine dell'attacco generale, impiegando per la prima volta le bombarde che servirono a fare breccia sulle mura di Porta Macchiaia. Ma la mattina dell'8 febbraio 1347 le truppe dello Sforza dettero battaglia al Piccinino e lo vinsero.
Dopo l'unione con Firenze, nel corso dei secoli i Barghigiani ebbero numerosi privilegi, tra i quali l'esenzione della gabella sui contratti (imposta di registro), esenzione della tassa di Macina (tassa di famiglia), esenzione del prezzo generale dei sali, esenzione dell'appalto del tabacco (fino al 1807, nel Comune di Barga ne rimasero libere la coltivazione e  la fabbricazione), esenzione dell'appalto delle carte da gioco (fabbricazione di carte da gioco), esenzione dalle gabelle di Livorno per cui i Barghigiani potevano portare a Livorno i loro prodotti senza pagare dazio e ritirare da quel porto i vari generi senza pagare la dogana, esenzione della regalia della polvere da caccia, per cui sorsero nel Comune diverse fabbriche di polvere da sparo che, esportata e contrabbandata, dava un lucro non indifferente. Nel 1860 erano ancora presenti lungo il torrente Ania sei fabbriche di tale polvere.
Cessate le guerre, protetta da una grande potenza militare e finanziaria, quale era divenuta Firenze, fin dall'inizio del secolo XV la vita politica ed amministrativa di Barga si ando' sempre piu' accentrando nelle mani di pochissime famiglie, le quali si alternavano nel governo di Barga. Le piu' note di queste erano: Bonanni, Salvi, Pancrazi, Turignoli, Angeli, Menchi, Ciarpi, Tallinucci, Orlandi.
L'inizio del passaggio di Barga guelfa ad un governo aristocratico mercantile, si ebbe allorquando il Comune, nei primi anni del del XVI secolo, avendo bisogno di denaro, in luogo di affittare gli appezzamenti del Monte Gragno, di sua proprieta', li mise all'asta cedendoli ai migliori offerenti, ossia ai nuovi ricchi.
In virtu' dei nuovi statuti stipulati con Firenze, i barghigiani ottennero la liberazione di onerose imposte che fecero della loro comunita' una specie di piccola San Marino.
Con lo sviluppo del porto franco di Livorno e la costruzione della nuova strada carrabile che attraverso il piano di Gragno-Giuvicchia, metteva in comunicazione diretta il Castello con il fondo valle, i commercianti, con pesanti carri trainati da buoi, andavano a Livorno ad approvvigionarsi di generi coloniali, sale e tessuti. Questi prodotti, trasportati a Barga, venivano venduti agli Estensi ed ai Lucchesi, che ne facevano contrabbando.
La Comunita' di Barga comprendeva le parrocchie di San Cristofano, di Santa Maria di Loppia, di San Giusto di Tiglio, di San Michele di Albiano, di San Nicolao di Castelvecchio ed era governata da trenta Ufficiali, cioe' sei Consoli, sei Capitani di parte guelfa, in seguito aboliti, di tre Difensori, uno per ogni porta e da quindici Consiglieri. Il primo Statuto della Comunita' venne redatto in latino nel 1360, quindi in volgare nel 1414. La involuzione della classe conservatrice dominante si esprime dal bisogno che aveva di difendere i propri privilegi, impedendo l'accesso alle cariche pubbliche delle classi meno abbienti. Con le riforme leopoldine del 1700 e con la decennale presenza dei francesi ai primi dell'800, si inizio' a Barga un lungo periodo di incubazione democratica, che poi esplodera' ai primi del 900 con il ritorno degli emigranti.  (Liberamente tratto da  "Barga"  - Testi A. Verzani - Ed. Gasperetti - Barga)

ALQUERQUE

A metà di Vicolo del Duomo troviamo un piccolo Alquerque, parzialmente usurato, delle dimensioni di cm.25x23, con i quadrati interni nella prima serie di cm.10x14, nella seconda serie cm.13x14. Questo simbolo è inserito all'interno della pavimentazione stradale di lato al Teatro dei Differenti, sicuramente è una pietra recuperata da altri luoghi, inserita durante i lavori di pavimentazione del centro storico. Si ringrazia la Sig.ra Alba Fini per la segnalazione.














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mercoledì 1 luglio 2015

Vergogne pratesi: la Rocca di Cerbaia è abbandonata a sé stessa” di Francesco Fedi

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"Vergogne pratesi: la Rocca di Cerbaia è abbandonata a sé stessa" di Francesco Fedi
 
Un articolo di Nicola Picconi su La Nazione di Prato di oggi (01/07/2015), ci rimanda all'annosa questione delle condizioni della Rocca di Cerbaia, in ValBisenzio. Si tratta, diciamo subito pre chi non lo sapesse, dell'antico Castello che fu dei Conti Alberti, menzionati anche da Dante Alighieri nella sua "Divina Commedia"..  Già il Poeta la rese famosa, menzionando una delle figlie discendenti della famiglia proprietaria della rocca, Cunizza Alberti, (Paradiso IX, 13-36).
Bellissima, con la sua posizione dominate tutta la valle, spicca su di uno sperone di roccia con quasi quattrocento metri di sulla più prossimo fondovalle. Dalla sua caduta, da secoli combatte con le forze della natura che ne causano la rovina.
La sua origine, pare risalire agli inizi del XII°secolo, benché la struttura che oggi vediamo, potrebbe sorgere anche su preesistenze ben più antiche. Sono di quel periodo infatti le notizia per cui gli Alberti, iniziarono la costruzione di un fortilizio per il controllo dell'antica strada detta "di Lombardia", e ciò con funzioni sia militari, che di residenza.
E' per quest'ultimo motivo che all'interno vi si scorgono ancora finiture e tocchi di ottima qualità.
Venduta ai Fiorentini nel 1361, questi vi insediarono una guarnigione militare permanente, rafforzandone le difese, mediante la costruzione di una seconda cinta muraria e altri manufatti e costruzioni.
Così La Rocca di Cerbaia ha assunto l'aspetto classico aspetto dei castelli-recinto medievali, dotati di un possente mastio al centro, contornato da ben due cerchie murarie circostanti. Tutto eseguito in pietra arenaria, tipica ed abbondante nella zona è ricca.
La porta d'ingresso inserita nella cortina sud, permette di accedere ai resti di un edificio chiamato 'Palazzo Nuovo', non distante dai resti di una cisterna, con copertura a botte, mentre esternamente alla seconda sono presenti anche  i ruderi della Chiesa detta "di S.Martino".
Il Mastio o Palazzo, è dotato di una torre centrale, del quale si possono ancora apprezzare le le brecce delle finestre e dell'ingresso delle parti adibite a residenza.
Tutto il complesso fu acquistato nel 1999 dal Comune di Cantagallo, anche con un contributo importante della Provincia di Prato. In questo modo, fu possibile dare corso a campagne di scavo  i cui risultati sono, ad esempio, l'avanzamento di ipotesi per cui che la collina sarebbe stata oggetto di un insediamento di capanne ben prima della costruzione della Rocca, come pure il rinvenimento dei resti di  un piccolo cimitero nel quale sono stati seppelliti solo bambini morti fra il 1000 ed il 1100. Dunque anche in quest'ultimo caso, antecedente all'avvento sul posto da parte degli Alberti…
Tutte notizie molto interessanti e che fanno della Rocca e di qual luogo un qualcosa di davvero affascinate e anche misterioso.. . In proposito, si pensi anche che le indagini archeologiche hanno permesso di ipotizzare l'uso di un gigantesco argano sollevatore in legno, che sarebbe stato usato per la costruzione del Palazzo, e che potrebbe trattarsi di un esempio davvero unico in Europa.
Sempre le stesse indagini hanno permesso rinvenire anche altri oggetti di fattezza più recenti, come dei piatti utilizzati da soldati che presidiarono il Castello intorno al XVI° secolo.
Tuttvia, tanto per cambiare, tutto questo splendore, terminati studi ed indagini, è abbandonato a sé stesso. Non c'è alcuna valorizzazione del sito. Tantomeno si ha notizia di progetti per esporre e rendere fruibili i risultati delle indagini. Tutte cose che , dopo che si è speso per acquistare il complesso ed eseguire il tutto, servirebbero per rendere la Rocca un luogo davvero avvincente ed attrattivo di turismo.
Così è accaduto che il Sig. Andrea Benvenuti, semplice lettore del quotidiano La Nazione, ha pensato di  riportare le impressioni di una sua recente visita: la percorrenza del sentiero che conduce alla Rocca è ostacolata dalla caduta di due porzioni delle mura del castello, rovi che minacciano di coprire  buona parte del fabbricato, il portale dell'ingresso parzialmente distrutto, interni in uno stato pietoso, pancali di legno messi da qualcuno per raggiungere il tratto coperto all'interno,  la mancanza di cartelli con indicazioni turistiche
 
Dunque non solo manca la valorizzazione, ma siamo anche ben lontani  non è riuscito neppure a metterlo in sicurezza.
Risibili le giustificazioni del Sindaco Guglielmo Bongiorno, uno che evidentemente pensa che i cittadini siano dei deficienti ai quali si può raccontare quello che si vuole: "…fino al 2013 abbiamo realizzato concerti e visite guidate che hanno garantito accessibilità e pulizia dei sentieri … ..All'inizio del 2014 poi, a causa di una frana causata dagli eventi atmosferici violenti, è ceduto un muro di contenimento delle cisterne, per il quale abbiamo in progetto interventi di sistemazione appena avremo risorse disponibili. In ogni caso anche la scorsa estate abbiamo provveduto alla pulizia del sentiero, cosa che ripeteremo quest'anno appena il personale del Comune avrà terminato il taglio dell'erba nei giardini pubblici: una priorità per i cittadini…. … quanto prima sarà ripristinata l'illuminazione della Rocca e a fine agosto realizzeremo un'iniziativa artistica: tutto ciò con l'obiettivo di valorizzare il sito nell'ambito del progetto più ampio di promozione turistica di Cantagallo. Infine, i parcheggi per raggiungere la Rocca sono quelli di Carmignanello. Le disponibilità economiche non ci permettono ulteriori impegni, anche perché riteniamo opportuno distribuire le (poche) risorse per proporre iniziative culturali in tutte le frazioni e non solo in una…."
Ora è chiaro che dal Sig. Bongiorno, ancora abbastanza fresco di insediamento non si può chiedere la Luna, tuttavia dovremo lui ricordare il atto di essere stato preceduto nel suo incarico da tale Ilaria Bugetti, oggi Consigliera Regionale PD ed ex-Segretaria Provinciale del suo partito.
Ilaria Bugetti, quanto a pratesi impegnati nelle istituzioni regionali, non sarà sola, bensì in compagnia di tale Stefano Ciuoffo da Montepiano, al quale il Presidente Rossi, nel nominarlo Assessore ha lui affidato la delega al turismo…
Dunque staremo a vedere se sapranno ricordarsi delle esigenze della terra da dove sono partiti, così da non abbandonare il Sindaco Bongiorno ai suoi erbacei grattacapi…
Mi sovvengono poi alcune reinescanza delal campagna elettorale, quando la Dott.ssa Bugetti, dovendo far colpo sull'elettorato, deliziava le plateee con futuristici progetti di treni monorotaia… ..forse a giudicare dalla lettera del Sig. Benvenuti, da queste parti ci sarebbe bisogno di cose più semplici ed utili e di una politica che sappia spendere e valorizzare meglio le risorse a disposizione.
 
 

venerdì 25 luglio 2014

IL CIBO NEL MEDIOEVO , I CIBI NEI VARI CETI E L'ACCOGLIENZA PER I PELLEGRINI

Nel Medioevo (periodo storico di passaggio tra l'età antica e quella moderna compreso convenzionalmente tra il 476, anno della caduta dell'Impero romano d'Occidente, e il 1492, anno della scoperta dell'America) non si può più parlare di unità culturale, economica e politica del Mediterraneo, caratteristica dell’epoca antica, formandosi nel continente europeo organizzazioni politiche ed economiche profondamente diverse da quelle presenti nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. Iniziando dall’Alto Medioevo (periodo temporale collocato rispettivamente prima dell'anno 1000) fino a giungere all’età moderna, pian piano nacque e si sviluppò una base comune di cibi in Europa che, benché proponga piccole diversità fra le zone geografiche del continente, mostra parecchi fattori di uniformità.

I raggruppamenti sociali autonomi germanici e celtici che, con proprio ordinamento e proprio capo e formati da più famiglie unite da identità di lingua e costumi, in gran numero si insediarono permanentemente nell’Impero Romano d’Occidente, si occupavano in special modo dell'allevamento di animali oltre che della caccia a bestie selvatiche. Da queste attività si ricavava l'alimento ritenuto piú importante e la caccia era considerata appropriata ai combattenti (il ceto sociale più importante). La carne infatti possiede un notevole valore, fornendo all’organismo umano le sostanze necessarie alla sua crescita e al suo normale funzionamento come proteine, vitamine, fosforo, calcio e ferro. I Germani con il passare del tempo fecero uso del vino piuttosto che della birra nelle aree in cui si poteva coltivare la vite. Il pane, alimento che si ottiene cuocendo al forno un impasto di acqua, farina di frumento, sale e lievito, ebbe una grande diffusione in tutto il continente europeo, sebbene non fosse preparato con il grano, così come lo era quello ai tempi degli antichi Romani, ma con cereali più miseri come l’orzo, la segale e l’avena. Nell’Europa meridionale vi fu un incremento della quantità consumata di carne, ma pure si iniziarono ad usare il burro e il lardo che in diverse circostanze presero il posto dell’olio. Gli alimenti mangiati, costituiti dalla parte commestibile degli animali macellati, erano abitualmente maiali nell’Europa centro-settentrionale e pecore e capre nella zona meridionale. Asportazioni di terreno, per riportare alla luce monumenti ed oggetti, effettuate in località alto-medioevali europee hanno dimostrato un consumo anche di considerevoli quantità di carne di bue. È opportuno rammentare che i Romani non prediligevano consumare carne di bue e questa bestia era perlopiù adoperata in attività agricole. Nell’alto medioevo erano apprezzate anche le carni di polli, oche, anatre e delle bestie non addomesticate (cervo, cinghiale ed orso). Pure gli animali acquatici (pesci, crostacei, molluschi) erano apprezzati, però l’attività economica diretta alla loro cattura era fortemente limitata dal momento che a cominciare dal VII secolo il mare Mediterraneo era, purtroppo, quasi del tutto sotto il dominio degli Arabi. Anche il cacio, conosciuto e tenuto in grande considerazione dagli antichi Greci e Romani, ebbe una notevole rilevanza nelle comunità alto-medievali, poiché consentiva di conservare il latte per lunghi periodi. Questa sostanza ha un grande valore nutritivo per la notevole presenza di grassi, fosforo, calcio e proteine.

Per quanto riguarda l’approntamento degli alimenti non si hanno notizie esaustive. Si ritiene che vi fosse una cucina povera, a base di cibi poco costosi e a basso contenuto calorico. Non scarseggiava il pane ottenuto cuocendo al forno un impasto di acqua, farina di frumento (o di altri cereali), sale e lievito, ma quello bianco gonfiatosi per effetto della fermentazione del lievito non era molto conosciuto. Le erbe ed ortaggi, perlopiù coltivati e costituiti da piante intere o da loro parti, come foglie, radici o frutti, erano consumati come primo piatto di un pasto o posti nelle minestre in brodo che potevano avere le più diverse composizioni. La carne fresca era solita essere cotta a fuoco vivo mentre si preferiva la bollitura nel caso fosse stata conservata con l'impiego del sale.

Sembra doveroso rammentare che nel Medioevo le persone istruite erano solite suddividere la comunità organizzata degli individui in «bellatores» (guerrieri, cioè la aristocrazia), «oratores» (coloro che si rivolgevano a Dio con la mente e con parole al fine di implorarne l'aiuto, cioè i sacerdoti) e «laboratores» (coloro che esercitavano un mestiere, soprattutto agricoltori). Ciascun ceto sociale usava mangiare cibi diversi. L’aristocrazia, specialmente se originaria della Germania, prediligeva le carni arrostite, come viene chiaramente detto in molte occasioni nella forma storiografica, tipica del Medioevo, in cui gli avvenimenti vengono descritti in ordine cronologico senza valutazione critica. Gli alimenti del clero erano differenti. In modo particolare coloro che si consacravano a Dio abbracciando la vita in comunità in monastero, come si deduce dalla Regola di Benedetto da Norcia, creatore del monachesimo occidentale, mangiavano pani di cereali e minestre in brodo con erbe ed ortaggi. Non consumavano carne, tanto come dimostrazione di modestia, quanto come disponibilità a privarsi di un cibo che in quel momento era l’emblema dell’autorità. Per i «laboratores» invece la penuria di alimenti o la loro totale assenza non erano una precisa volontà ma sovente una condizione di impossibilità di fare diversamente. L’agricoltore dell’Alto Medioevo aveva sicuramente un regime alimentare più variegato di quello del lavoratore della terra dell’Età moderna. Utilizzava cereali, erbe ed ortaggi, legumi e alimenti costituiti dalla parte commestibile degli animali macellati in minuscole porzioni. È opportuno rammentare che la carne usata dall’agricoltore era quella conservata mediante salamoia o fumigazione, mentre quella consumata dagli aristocratici era fresca. Nell’Alto Medioevo il lavoratore della terra aveva la facoltà di usare il bosco, potendosi così procurare cacciagione e i frutti del castagno, in molte zone assai diffuso. Quindi l’agricoltore, sebbene fosse in una condizione priva di garanzie, mangiava a sufficienza e poteva disporre di una molteplicità di cibi. Nell’Europa alto-medievale il numero di abitanti per unità di superficie non era elevato (dai 40-45 milioni del II secolo d.C. si era finiti ai 20 del VII secolo d.C.) e perciò il consumo di carne (seppure non quotidiano) non era ritenuto dal lavoratore della terra un eccesso rispetto alle sue possibilità economiche.

Il transito dall’Alto al Basso Medioevo produsse nell’alimentazione un mutamento decisivo. Accadde un significativo aumento della popolazione a cui coincise un accrescimento di beni prodotti dall’agricoltura. Perciò si modificò il regime alimentare degli agricoltori, degli aristocratici e dei borghesi (ovvero coloro che esercitavano un'attività lavorativa a livello familiare o con un numero limitato di operai e commercianti), i quali risiedevano in centri abitati che divenivano sempre più affollati ed erano in continua espansione. I lavoratori della terra cominciarono a nutrirsi solamente di cereali, erbe ed ortaggi. Le opere continue di deforestazione consentirono di coltivare zone dove prima vi erano boschi, ma tutto questo comportò la diminuzione delle foreste utilizzabili per la cacciagione ed il lavoro indirizzato al mantenimento e alla riproduzione di animali. Nel Basso Medioevo l’impasto del pane assunse un ruolo fondamentale nella nutrizione della gente ed in special modo degli agricoltori. Si riteneva che esso, insieme alla bevanda alcolica ottenuta dal mosto d'uva fatto fermentare, facesse da accompagnamento a qualsiasi cibo. Per il lavoratore della terra il solo «companatico» indispensabile era la carne, anche se essa si otteneva con molta più fatica che nell’Alto Medioevo. Generalmente l’agricoltore nel suo piccolo appezzamento preparava il terreno affinché vi crescessero legumi, erbe e ortaggi. Quindi fra l’XI e il XIV secolo il cibo dei lavoratori della terra diminuì notevolmente, specialmente per la riduzione della quantità consumata di carne. Questa però non era reputata un cibo non comprabile a motivo del suo prezzo, come al contrario sarebbe successo dal XVII fino al XIX secolo.

I nobili ed i borghesi più ricchi stimarono che fattore caratteristico del proprio ceto non fosse solamente il gran numero di alimenti collocati sulle loro tavole, ma pure le virtù e l’attività di approntamento dei cibi. L’aristocratico, allo scopo di manifestare a chiunque le sue qualità, aveva l’obbligo di presentare ai suoi convitati vivande ricercate, sistemate su recipienti e stoviglie da tavola di pregio. Non scarseggiavano sicuramente momenti in cui si faceva passare il tempo in modo piacevole attraverso rappresentazioni teatrali o musicali per allietare gli ospiti nel corso dei pasti. Nel Basso Medioevo ebbero grande diffusione le droghe per insaporire i cibi, che offrivano sapori insoliti agli alimenti, e vi fu un forte incremento di testi di cucina e sull’educazione da tenere durante i pasti. Analizzando le raccolte di ricette presenti sui libri, risulta manifesta la rilevanza progressiva della carne, da cui si deduce l’incidenza durevole della tradizione germanica. Erbe ed ortaggi divengono sempre meno importanti. La cosa che più stupisce è il valore conferito alle droghe per insaporire i cibi, trovandosi nella maggior parte delle ricette ed in quantità molto più considerevoli in confronto ad oggi. La differenza tra pietanze dolci e salate è una peculiarità della cucina europea così come si è sviluppata negli ultimi tre secoli, ma nella cucina medievale era trascurabile. Ogni vivanda era dolcificata con il miele, o insaporita mediante l'uso di droghe o di diversi prodotti commestibili di alcune piante.

Nelle abbazie di che cosa si nutrivano? Esaminando gli scritti di quel periodo storico si ricava che il consumo di carne avveniva solamente in certi giorni dell’anno. Rilevanti erano i precetti ecclesiastici medievali che costringevano tutta la gente a non consumare carne in certi giorni di contrizione. Per esempio il mercoledì ed il venerdì erano giornate in cui le uova, il cacio, i legumi e soprattutto il pesce prendevano il posto della carne. Pure nel tempo quaresimale (ovvero i quaranta giorni antecedenti alla Pasqua) questa era proibita.

Nei centri abitati le famiglie aristocratiche e quelle borghesi più ricche assumevano personale apposito per la preparazione dei cibi, mentre la maggior parte del popolo affibbiava alle donne questo compito. Nelle città più grandi si potevano trovare «esercizi pubblici» che cucinavano vivande. La più remota figura in questo settore è sicuramente quella del proprietario di osteria in cui si serviva ai frequentatori vino e alimenti modesti come cacio e pane. In certe situazioni era a disposizione ache una stanzetta dove poter pernottare. Con il passare del tempo il proprietario di una osteria cittadina divenne solamente un addetto alla vendita di vino, che poteva essere consumato sul posto o portato nella propria abitazione. Altre professioni fortemente collegate alla somministrazione di alimenti sono quella del panificatore e del macellaio. I panettieri avevano in proprietà gli unici forni esistenti nei centri urbani, costruzioni a volta in muratura e scaldati a legna per cuocervi il pane, con la sola deroga di quelli edificati nelle abitazioni nobiliari. Perciò ai panettieri ricorrevano tutti coloro che volevano sottoporre a cottura un cibo. I fornai di dedicavano alla cottura dell'impasto di farina di semola di grano duro (o altri cereali) e acqua, tagliato in varie forme. La loro associazione professionale era talmente influente e facoltosa da elargire ingenti somme di denaro per la costruzione di chiese nei centri abitati. Anche i macellai godevano di una considerazione e una disponibilità di denaro non indifferente, dal momento che nel Medioevo l’alimento costituito dalla parte commestibile degli animali macellati era ritenuto il cibo più importante. In origine le macellerie non facevano commercio solamente di carne ma pure di pesce. Con il passare del tempo si ebbe una sempre maggiore specializzazione che portò alla comparsa della professione di chi vende pesce al minuto.

Indagando sulla nutrizione europea medievale, non è possibile non ricordare gli Arabi che diffusero nella zona mediterranea alcuni frutti quali le albicocche e gli agrumi). Gli agrumi più famosi sono il cedro, il pompelmo, il limone, l’arancio e il mandarino la cui provenienza è quasi certamente dell’Asia sud-orientale. La caratteristica più importante degli agrumi consiste nella notevole concentrazione di vitamina C. Gli Arabi fecero inoltre conoscere ortaggi come le melanzane, gli spinaci, i carciofi e due cereali (sorgo e riso). Il riso risulterà nei periodi successivi un componente di grande importanza nella preparazione e cottura degli alimenti europei.

La cucina araba influenzò l'alimentazione nel medioevo europeo? Gli studiosi rispondono in maniera differente. Gli Arabi erano in rapporti commerciali con l’Asia centrale ed orientale, perciò consentirono a parecchie spezie di arrivare in Europa anche se molte erano già famose presso gli antichi Romani. Un caso significativo è il pepe. In certe ricette medievali si menziona la «salsa alla saracena o il riso alla turca». Tutto questo dimostra la consapevolezza del periodo di come alcune tradizioni culinarie arabe avessero condizionato la cucina europea.

Nell’Alto Medioevo si viaggiava raramente: pochi commercianti compivano corti percorsi; coloro che facevano un pellegrinaggio per visitare i luoghi santi si potevano contare sulle dita di una mano; gli spostamenti marittimi erano praticamente inesistenti a motivo degli Arabi, che spadroneggiavano su quasi tutto il Mediterraneo. Le sole persone obbligate a muoversi da un luogo a un altro erano i «missi dominici» del sovrano. I centri urbani si trovavano in una fase di declino per cui anche i locali pubblici, dove si servivano vino e spesso pasti alla buona, si erano notevolmente ridotti. È universalmente noto che nell’Impero Romano chi compiva viaggi poteva pernottare in pensioni dietro corresponsione di una somma di denaro e consumare un pasto nelle bettole. Nell’Alto Medioevo pensioni e bettole cessarono praticamente di esistere. Per contro si sviluppò l’opitalità senza ricompensa. Ma in che cosa si caratterizzava? Il viaggiatore veniva ospitato gratis per alcuni giorni dal proprietario dell’abitazione che gli metteva a disposizione un vestito pulito e un posto a mensa. Chi compiva viaggi, arrivando da paesi remoti, era davvero una persona fuori dal comune. Dava informazioni su ciò che accadeva nel mondo allora conosciuto, anche se le notizie erano frequentemente alterate o non esatte. L’uso dell'accoglienza senza ricompensa si protrasse sino all’XI-XII secolo, soprattutto da parte dei nobili nei confronti di coloro che erano pure aristocratici o di ceto sociale più elevato.

Gli individui che compivano un pellegrinaggio per visitare i luoghi santi diventarono un numero rilevante a cominciare dall’XI secolo. Nell’Impero Romano la tolleranza nei confronti della religione cristiana divenne tutela giuridica dello Stato quando questa fu riconosciuta come religione ufficiale. Crebbe quindi il numero di pellegrini che ambivano a giungere nelle località venerate dai fedeli cristiani. La chiesa cattolica volle pertanto realizzare edifici in cui coloro che compivano questi viaggi potessero mangiare, bere e dormire. Le pensioni "comuni", dove abitualmente andavano i pellegrini, erano infatti ritenute posti frequentati da prostitute. La Chiesa e lo Stato ritennero opportuno edificare abitazioni destinate ai pellegrini, denominate in greco «xenodochia» (case d’ospiti), sovente situate nei pressi delle abbazie e amministrate dai monaci. Gli «hospitia o hospitalia», strutture abitative che ospitavano persone per un determinato periodo, ebbero Occidente una grande diffusione a cominciare dall’undicesimo secolo. Queste case, è giusto rammentarlo, non erano messe a disposizione solamente dei pellegrini, ma pure degli indigenti e degli infermi che non avevano una loro dimora e di coloro che si mettevano in viaggio spinti dal desiderio di rendere migliore la propria situazione economica e lavorativa.

Nell’Alto Medioevo si cominciò a discettare e imporsi un diverso modello di accoglienza, la cosiddetta «accoglienza doverosa». L’ospitante non stabiliva in maniera libera di offrire un alloggio, ma vi era costretto. In queste occasioni coloro che venivano ospitati erano i re o chi esercitava il proprio dominio su un territorio, mentre gli ospitanti erano i titolari di un feudo, le abbazie, i piccoli centri abitati degli agricoltori e le «urbes». Chi ospitava era obbligato a spendere denaro in quantità, visto che i re o coloro che esercitavano il proprio dominio su un territorio portavano con se moltissimi individui che svolgevano le più svariate mansioni. Non stupisce che i centri urbani progressivamente, soprattutto dal XII-XIII secolo, si rifiutassero di offrire accoglienza senza ricompensa e domandassero ai governanti la dispensa dal dovere di accoglienza.

A cominciare dall’anno Mille, in seguito ai considerevoli mutamenti nel settore economico e sociale, crebbero notevolmente gli spostamente dei commercianti da un luogo all’ altro. Pertanto i mercanti decisero di dare ospitalità (sotto forma di cibo, casa e tutela) ai colleghi provenienti da altri paesi, insieme alla possibilità di rapportarsi con i commercianti del posto. Le dimore dei mercanti divennero così i luoghi sovente deputati agli scambi commerciali.

Moltiplicandosi le attività di commercio, gli organi che si occupavano del governo delle città desiderarono aumentare la sorveglianza sui traffici e sui commercianti provenienti dai diversi paesi. Furono edificate abitazioni comuni per ciascuna categoria di mercanti, disposte come i ricoveri per carovane presenti nei paesi del Medio Oriente. Erano enormi edifici che accoglievano i convogli dei commercianti in transito fungendo sia da magazzino delle mercanzie che da abitazione comune. A cominciare dall’XI secolo costruzioni simili a quelle orinetali furono edificate anche in Europa. In Italia vennero chiamati «fondaci», dal vocabolo arabo che significa «zona di commercio». Nel XII-XIII secolo località come Venezia, Genova, Pisa possedevano parecchi «fondaci», riservati a determinate comunità di commercianti: il fondaco dei tedeschi, dei francesi, dei greci, ecc. Con il passare del tempo i «fondaci» non vennero più adibiti a punti di accoglienza ma diventarono soltanto punti di custodia delle mercanzie. A cominciare dal XIII secolo le pensioni in Europa crebbero di numero ancora una volta, diventando i più importanti luoghi di sosta non gratuiti per chi compiva viaggi. Inizialmente furono frequentate soprattutto da mercanti, ma in seguito sostituirono pressoché tutti i diversi tipi di accoglienza presenti. Difatti gli «hospitia» e gli «hospitalia», amministrati dalla chiesa, decisero di accogliere solo infermi e indigenti (da cui il significato odierno della parola «ospedale») e coloro che erano in viaggio per pellegrinaggio furono costretti a ricorrere alle pensioni per trovare accoglienza.