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BORGO A MOZZANO - Piano di Gioviano, SP2 Lodovica.

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domenica 5 aprile 2015

POLITICA E FUMETTI:QUANDO L'UOMO RAGNO PICCHIO' AL GORE DAVANTI A MONTI E ALLA MERKEL di Marco Poli



Forse non tutti sanno che uno dei più famosi super eroi l'Uomo Ragno (Spiderman)nella saga Emd of the Earth,in italia fino alla fine del mondo, picchiò l'ex-vicepresidente americano Al Gore,davanti a degli stupiti Barack Obama,Angela Merkel e Mario Monti,in un G8 d'emergenza a Roma.E' accaduto in Amazing Spiderman 683,in Italia pubblicato su Amazing Spiderman 588(L'Uomo Ragno 588)edizioni panini comics del novembre 2012,illustrato dal disegnatore italiano Stefano Caselli.

Nelle pagine successive viene rivelato che non è il vero Gore,ma uno dei nemici dell'Uomo Ragno,il Camaleonte;sono contro la violenza, ma almeno nei fumetti qualche sfogo mi garba togliermelo e avrei avuto piacere che assestasse un bel pugno anche al(in quel tempo) primo ministro italiano e alla cancelliera tedesca,e non penso che sarei stato il solo a volerlo.....


Distinti saluti
Marco Poli

marcopoli76@gmail.com cell.334/9069101


 

venerdì 16 maggio 2014

CRISI UCRAINA , FACCIAMO CHIAREZZA CERCANDO DI ANALIZZARE LA SITUAZIONE

DIVISIONI ETNICHE , LINGUISTICHE E DELLA RICCHEZZA:

La lettura corrente della situazione ucraina prescinde spesso dal dato demografico e geografico, che è invece fondamentale.
La storia si ripete sempre finché la geografia non cambia.
Si dimentica quello che i sociologi sanno: che la nozione stessa di «Ucraina» è stata socialmente costruita e spesso politicamente contestata. La Crimea per quasi quattro secoli è stata governata da un Khanato erede diretto di Gengis Khan (1162-1227), finché come risultato del «colonialismo via terra» russo fu conquistata a trasformata nel Governatorato della Tauride, prima di essere incorporata dai comunisti nella Repubblica Russa e poi in quella ucraina. Una buona parte di quella che oggi è chiamata Ucraina Occidentale è stata parte della Polonia fino alla Seconda guerra mondiale. La Bessarabia del Sud è stata storicamente parte della Moldavia e della Romania, fino a essere annessa alla repubblica sovietica dell’Ucraina nel 1940.

Questa «invenzione dell’Ucraina» risponde alla logica leninista e stalinista di costruire repubbliche tagliando e cucendo sulla carta geografica, ma anche al tentativo di isolare la resistenza armata anticomunista – che in Ucraina è durata fino agli anni 1950 – facendo diminuire nella Repubblica la percentuale di ucrainofoni rispetto a quella dei russofoni, e la percentuale dei cattolici (quasi tutti anticomunisti) rispetto agli ortodossi. Il risultato è uno dei tanti Paesi con frontiere ampiamente artificiali. Molti russofoni sono emigrati in Russia o altrove – il Paese dove sono emigrati più ucraini (200.000) oggi è l’Italia, e molti sono russofoni – così che oggi sono meno di un tempo: si dice 18% ma i censimenti sono a loro volta un atto politico, l’ultimo è stato fatto nel 2001 e il prossimo sarà nel 2016. Quella che è certa è la contrapposizione fra le regioni orientali, in maggioranza russofone e ortodosse, e le regioni occidentali, in maggioranza ucrainofone, e con una robusta presenza cattolica accanto agli ortodossi, che peraltro sono spaccati in due patriarcati rivali, uno leale a quello di Mosca e uno nazionalista, oggi maggioritario, che incentra la sua esistenza sull’indipendenza dalla Russia. L’Ucraina ha in assoluto uno dei più bassi tassi di fertilità del mondo (1,53), ma questo è la media di un tasso più alto nelle regioni occidentali e di uno da record del mondo negativo nelle regioni orientali russofone (una è addirittura a 1,24 – ricordo che il tasso minimo per assicurare il ricambio generazionale è 2,1). In compenso, tutta l’Ucraina non è particolarmente ricca, ma il tasso di povertà è significativamente più alto nell’Ucraina occidentale (49% nelle campagne e 45% nelle città) rispetto a quella orientale (35%). Questo si deve anche a maggiori investimenti nell’epoca comunista nella zona orientale e russofona. Ci sono molte Ucraine: si dovrebbe ancora parlare dei musulmani tatari di Crimea e bulgari, dei rom – che hanno gravi problemi di diritti umani – e del fatto che i quattro quinti degli ebrei ucraini, che erano ancora 500.000 nel 1989, sono emigrati dopo l’indipendenza, ma il quinto che rimane (100.000 persone) costituisce ancora una minoranza ebraica tripla rispetto a quella italiana in un Paese meno popolato (45 milioni). Tuttavia le Ucraine principali sono sostanzialmente due: quella occidentale, con città principale Leopoli (Lviv, 760.000 abitanti), e quella orientale, dove il centro più grande è Kharkov (1.400.000 abitanti), culla del comunismo ucraino e prima capitale della Repubblica sovietica dell’Ucraina. Kiev (2.800.000 abitanti), con moltissimi immigrati inurbati dal resto del Paese, sta nel mezzo.
Non a caso abbiamo ascoltato nei giorni scorsi dichiarazioni separatiste sia a Leopoli sia a Kharkov.
Uno dei problemi, che ho personalmente constatato nella visita OSCE, è che i russofoni dell’Ucraina orientale, teoricamente in minoranza (ma più ricchi), occupano un numero sproporzionato di posizioni politiche, amministrative e di governo. Il presidente Yanukovytch viene dall’Est del Paese e parla un ucraino stentato, così come il primo ministro Arbuzov.
Perché mai gli ucraini in maggioranza ucrainofoni eleggono dei russofoni dell’Est? La risposta della maggior parte degli osservatori delle elezioni, OSCE compresa, è che non li eleggono e le elezioni sono truccate. Indire nuove elezioni sposta dunque i problemi ma non li risolve, a meno di garantire agli ucraini che il prossimo voto sarà senza brogli. Già Samuel Huntington (1927-2008) aveva individuato la «linea di faglia» ucraina nel suo libro sugli scontri di civiltà, e per lui in questi casi una soluzione ragionevole è il taglio: gli ucraini che si sentono occidentali ed europei in uno Stato e quelli che si sentono orientali e russi in un altro. Tuttavia il regime sovietico ha spostato popolazioni come pedine su una scacchiera per evitare che si consolidassero nazionalismi insurrezionali, e oggi questa soluzione, che pure emerge in diversi articoli di studiosi internazionali, è molto difficile da mettere in pratica. Il rischio è di una «super-Jugoslavia», con una guerra civile seguita dall’emergere da più di due Stati (la Crimea è un mondo a parte, con la flotta russa che staziona nel porto di Sebastopoli). Quanto allo scenario geopolitico, la Russia ha le idee chiare: ricostruire uno spazio euro-asiatico di Paesi satelliti, versione moderna degli imperi zarista primo e sovietico poi – ed è disponibile a mobilitare grandi risorse per mettere queste idee in pratica (15 miliardi di dollari al governo ucraino, un esborso non indolore neppure per il ricco Tesoro russo).
Gli Stati Uniti di Obama sono sempre più disimpegnati dallo scacchiere europeo, e forse da tutti gli scacchieri.
L’Unione Europea avrebbe un interesse teorico ad acquisire il mercato ucraino, che è strategico, per non parlare dei gasdotti (quarantamila chilometri di tubi, fra gasdotti e oleodotti, anche se Putin e la Germania, che diffidano dell’Ucraina, privilegiano percorsi alternativi) e dei cereali, di cui l’Ucraina, granaio dell’Europa e non più della Russia, è un fornitore sempre più importante anche per l’Italia. Tuttavia l’Unione Europea non ha una politica estera comune – la diplomatica americana Victoria Nuland intercettata mentre mandava l’Unione Europea a quel Paese non a caso è la moglie del teorico neoconservatore (oggi però avvicinatosi a Obama) Robert Kagan, quello per cui gli Europei vengono da Venere, la dea delle mollezze e dei piaceri, e gli americani da Marte, il dio del lavoro e della guerra –, ognuno persegue il suo interesse particolare, e soprattutto la Germania non vuole farsi carico di quel cinquanta per cento o quasi della popolazione ucraina che vive sotto la soglia di povertà. È vero, gran parte degli attacchi a Putin sono ideologici: danno fastidio le sue posizioni non «politicamente corrette» sull’omosessualità e non solo.
Ma è anche vero che l’Ucraina com’è stata disegnata dai drammi della storia, con pezzi di Polonia cattolica strappati alla Polonia e distretti prevalentemente cattolici, e con un tenace sentimento anti-russo alimentato da decenni di resistenza anti-sovietica che contagia anche una parte degli ortodossi (con frange che identificano il potere russo con il potere di oligarchi in buona parte di origine ebraica, e usano toni effettivamente antisemiti e inaccettabili), non può essere trattata semplicemente come un satellite russo se non dispiegando una feroce repressione militare, i cui costi sarebbero altissimi anche per la stessa Russia.

Per evitare la Jugoslavia occorre sedersi a un tavolo, dove gli occidentali – ammesso che ve ne siano capaci di visioni strategiche, e non interessati solo allo spread o ai gasdotti, che peraltro non sono irrilevanti – depongano i loro pregiudizi contro Putin, e Putin accetti dal canto suo di rinunciare a qualcosa.

mappa analisi PIL pro capite e suddivisione della ricchezza nei territori.
rep. indipendente di Lugansk
  rep. indipendente di Donestk

mercoledì 9 aprile 2014

STOP WAR IN SIRYA !!!! LE BUGIE DELL'OCCIDENTE E DI OBAMA.

Le bugie di Obama sulla Siria :

Tra il silenzio quasi assoluto dei principali media in Occidente, qualche giorno fa l’autorevole giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha pubblicato una nuova esplosiva rivelazione basata su fonti di intelligence statunitensi che contribuisce ulteriormente a smontare le tesi ufficiali sul conflitto in Siria sostenute dai governi che sponsorizzano l’opposizione al regime di Bashar al-Assad.

Uscita sul sito web della London Review of Books, l’indagine di Hersh si apre con una sorta di seguito di quanto egli stesso aveva già portato all’attenzione del pubblico lo scorso dicembre, mettendo nuovamente in evidenza come l’amministrazione Obama avesse mentito deliberatamente nell’agosto del 2013 in relazione alle presunte prove sull’attacco con armi chimiche condotto nella località di Ghouta, nei pressi di Damasco. Hersh, in particolare, rivela in questa occasione le incertezze e le divisioni all’interno del governo americano in merito alla possibilità di aggredire militarmente la Siria, giustificando l’operazione bellica proprio con il superamento della cosiddetta “linea rossa” imposta da Obama da parte del regime, accusato senza fondamento di avere fatto ricorso al sarin contro i “ribelli”. I campioni prelevati a Ghouta dopo l’attacco del 21 agosto erano stati analizzati da un laboratorio delle forze armate britanniche a Porton Down, nel Wiltshire, e i risultati avevano dimostrato che la sostanza utilizzata non corrispondeva a quelle facenti parte dell’arsenale di Assad. Questa conclusione, spiega Hersh, fu riferita allo Stato Maggiore USA e accentuò ulteriormente i dubbi del Pentagono sull’opportunità di una nuova azione militare in Medio Oriente dalle conseguenze imprevedibili. Le perplessità dei militari vennero così riferite al presidente Obama che, poco dopo, fu costretto ad una clamorosa marcia indietro. D’altra parte, il Pentagono e l’intelligence a stelle e strisce sapevano da mesi che, al contrario di quanto sostenuto pubblicamente dall’amministrazione Obama, il regime di Damasco non era l’unico attore in Siria a disporre del Sarin. Alcuni gruppi armati dell’opposizione erano infatti riusciti ad ottenere una certa quantità di questa sostanza letale, verosimilmente con l’assistenza di paesi come Arabia Saudita o Turchia, ed erano intenzionati a mettere in atto un’azione spettacolare per poi assegnarne la responsabilità ad Assad e provocare la reazione della comunità internazionale. Già a partire dalla primavera del 2013 vi erano stati attacchi con armi chimiche in varie località siriane e, secondo Hersh, almeno un episodio registrato nei pressi di Aleppo il 19 marzo era da attribuire ai “ribelli”, come avrebbero poi confermato le indagini sul campo condotte dalle Nazioni Unite. I risultati, tuttavia, “non sono stati resi pubblici, perché nessuno [tra i governi occidentali e i media ufficiali impegnati nell’attività di propaganda a favore dell’opposzione] voleva che si sapesse” la verità. Basandosi quindi su rapporti di intelligence manipolati, sull’occultamento dei fatti e sull’esempio dell’invasione dell’Iraq un decennio prima, l’amministrazione Obama all’indomani dell’attacco di Ghouta a fine agosto ordinò al Pentagono di preparare un piano di guerra. I vertici militari presentarono una lista di 35 obiettivi da colpire in Siria ma venne respinta dalla Casa Bianca perché insufficiente, visto che includeva soltanto installazioni militari e nessuna infrastruttura civile. Al contrario delle dichiarazioni pubbliche, nelle quali veniva prospettata un’operazione mirata, quello che il governo USA aveva in previsione era in realtà “un attacco gigantesco” che, su basi totalmente illegali, sarebbe risultato in una nuova criminale strage di civili per abbattere il regime di Assad. Quando l’operazione sembrava sul punto di scattare, però, la versione sostenuta pubblicamente dalla Casa Bianca era ormai finita nel completo discredito e ciò, assieme alla profonda contrarietà alla guerra dell’opinione pubblica occidentale, contribuì in maniera decisiva a far sospendere i preparativi di guerra. Ufficialmente, tuttavia, il presidente fu costretto a fornire un’altra spiegazione, così che alla fine venne deciso di chiedere al Congresso l’autorizzazione all’uso della forza. Le divisioni nei due rami del Parlamento americano e, soprattutto, l’ostilità della popolazione a una nuova avventura bellica, fecero opportunamente arenare i progetti di guerra di Obama, il quale avrebbe inoltre trovato soccorso nella proposta russa di negoziare la consegna dell’arsenale chimico di Assad. Un ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa USA ha rivelato che la Casa Bianca diede una diversa spiegazione al Pentagono per l’improvvisa marcia indietro sulla Siria, poiché se i bombardamenti americani fossero stati lanciati, “l’intero Medio Oriente sarebbe andato in fiamme”. Le armi Del tutto inediti sono invece altri due aspetti evidenziati dal lungo articolo di Seymour Hersh, il primo dei quali riguarda l’impegno statunitense per fornire armi ai “ribelli” anti-Assad. L’amministrazione democratica aveva cioè creato fin dall’inizio del 2012 una cosiddetta “rat line”, gestita dalla CIA, per trasferire armi dalla Libia all’opposizione siriana tramite la Turchia. Al contrario di quanto affermato pubblicamente circa gli scrupoli nell’assistere solo i gruppi più moderati dell’opposizione, questo materiale è spesso finito nelle mani di formazioni integraliste, comprese quelle affiliate ad Al-Qaeda. Questa operazione segreta era descritta in un allegato classificato del rapporto prodotto dalla commissione del Senato sui Servizi Segreti per fare chiarezza sui fatti che portarono all’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore USA in Libia, Christopher Stevens, e di altri tre cittadini americani l’11 settembre del 2012. Nell’allegato viene descritta l’attività della CIA in una struttura apposita che sorgeva non lontana dal consolato di Bengasi, da dove l’agenzia di intelligence conduceva le operazioni necessarie a rifornire i “ribelli” siriani con le armi appartenute a Gheddafi. Le forniture erano scaturite da un accordo tra gli Stati Uniti e la Turchia, in base al quale il governo di Ankara, assieme alle monarchie assolute di Arabia Saudita e Qatar, si occupava dei finanziamenti e la CIA, in collaborazione con l’MI6 britannico, della logistica. Per evitare di mettere al corrente il Congresso dell’operazione, come avrebbe dovuto fare secondo la legge americana, la CIA si appellò a un cavillo, facendo passare la missione come un’iniziativa dei britannici a cui gli agenti americani fornivano la loro cooperazione. Dopo l’assalto al consolato di Bengasi, in ogni caso, Washington terminò il coinvolgimento della CIA nel trasferimento di armi in Siria, anche se i rifornimenti non vennero interrotti. Poco più tardi, così, alcune decine di sistemi missilistici anti-aerei portabili (“manpads”) sarebbero stati identificati tra le dotazioni dei gruppi “ribelli”. A livello ufficiale però, gli Stati Uniti continuano tuttora a mostrarsi contrari, o quanto meno esitanti, a fornire queste armi, vista la concreta possibilità che esse possano finire in mano a formazioni jihadiste ed essere usate per abbattere velivoli commerciali. La collaborazione tra Washington e Ankara conduce infine alla rivelazione più eclatante dell’indagine di Hersh in relazione al comportamento di un governo turco già profondamente scosso e infastidito dai rovesci patiti dai “ribelli” per mano delle forze del regime di Assad. Dalla primavera del 2013, così, l’intelligence americana ha iniziato a raccogliere informazioni sulla collaborazione della polizia militare (“Jandarma”) e del servizio segreto turco (MIT) con il Fronte al-Nusra – l’organizzazione integralista sunnita attiva in Siria apertamente riconosciuta da Al-Qaeda – per sviluppare le capacità necessarie ad ottenere armi chimiche. La Turchia, d’altra parte, ha investito tutto sul successo dell’opposizione anti-Assad in Siria e un eventuale successo del regime getterebbe ancor più nel panico il governo islamista di Ankara. Erdogan, perciò, prese la decisione di provocare un intervento militare americano per ribaltare gli equilibri del conflitto. I vertici turchi provarono verosilimente a convincere Obama già nella primavera del 2013 che Assad aveva superato la “linea rossa” fissata dallo stesso presidente americano con alcuni attacchi condotti invece dai “ribelli” utilizzando armi chimiche. Washington, però, continuò a mostrare cautela, anche dopo l’incontro tra i due leader alla Casa Bianca nel mese di maggio. Il resoconto di una cena tra Obama e Erdogan in occasione della trasferta americana di quest’ultimo fornisce un quadro sufficientemente dettagliato dell’impazienza e del nervosismo del leader turco per le sorti del conflitto in Siria. In quell’occasione, Erdogan era affiancato dal suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, e dal numero uno dell’MIT, Hakan Fidan, primo responsabile dei rapporti con l’opposizione siriana. La cena era stata dominata dai tentativi quasi disperati del primo ministro turco di dimostrare che la “linea rossa” circa l’uso di armi chimiche in Siria era stata oltrepassata. Secondo quanto riferito successivamente dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, Tom Donilon, Erdogan esprimeva in maniera molto accesa le sue tesi, puntando ripetutamente il dito contro il presidente americano. Obama, da parte sua, impedì più volte al capo dei servizi segreti turchi di prendere la parola, per poi affrontare direttamente quest’ultimo, dicendogli che la sua amministrazione era a conoscenza di “ciò che state facendo con gli integralisti in Siria”. Il governo americano, dunque, non si lasciò convincere dai leader della Turchia, anche se Erdogan non uscì a mani vuote dal vertice di Washington, visto che ottenne il permesso di continuare a intrattenere relazioni commerciali con l’Iran sotto sanzioni, pagando le importazioni provenienti da Teheran in oro. Il rifiuto americano scosse comunque seriamente il governo di Ankara, visto che “senza il supporto militare degli Stati Uniti ai ribelli, il sogno di Erdogan di instaurare un regime amico in Siria stava svanendo”. Inoltre, come racconta un anonimo ex agente dell’intelligence USA, “se la Siria vince la guerra, [Erdogan] sa che i ribelli gli si rivolteranno contro”, così che si ritroverà con “migliaia di fondamentalisti nel suo giardino”. In questo scenario si inserisce la descrizione di un briefing segreto preparato dall’intelligence americana per il capo di Stato Maggiore americano, generale Martin Dempsey, e il Segretario alla Difesa, Chuck Hagel, circolato qualche settimana prima dell’attacco del 21 agosto 2013 a Ghouta. Il documento parlava della “forte ansia” del governo Erdogan viste le prospettive di un conflitto in Siria sempre più favorevole al regime. L’analisi metteva anche in guardia dal fatto che la leadership turca aveva espresso “la necessità di fare qualcosa per provocare una risposta militare degli Stati Uniti”. Così, nell’autunno successivo, quando i servizi segreti USA ebbero tutti i pezzi del mosaico per confermare che il regime di Assad non era responsabile dell’attacco con il sarin, i sospetti si spostarono inevitabilmente sui turchi. In maniera inequivocabile, la fonte di intelligence di Hersh afferma che intercettazioni e altre informazioni raccolte sui fatti del 21 agosto hanno confermato i sospetti su Ankara, così che gli USA hanno potuto confermare che l’attacco “fu un’azione sotto copertura, pianificata dalla cerchia di Erdogan per convincere Obama che la linea rossa era stata oltrepassata”. I turchi, prosegue l’ex agente segreto americano, “dovevano provocare un’escalation con un attacco con gas chimici a Damasco o nelle vicinanze quando gli ispettori delle Nazioni Unite erano in territorio siriano”. Infatti, questi ultimi erano giunti nel paese mediorientale il 18 agosto per indagare su precedenti episodi nei quali erano state usate armi chimiche. Ancora, l’intelligence militare degli Stati Uniti e altre agenzie “confermarono che il sarin era giunto [ai ribelli] grazie alla Turchia”. I servizi segreti e i militari turchi, inoltre, si erano occupati anche “dell’addestramento per produrre il sarin e delle modalità per maneggiarlo”. A queste conclusioni, gli USA sarebbero giunti principalmente tramite intercettazioni di conversazioni telefoniche dopo il 21 agosto. Se andato a buon fine, il piano di Erdogan avrebbe potuto risolvere i problemi della Turchia in Siria: “una volta usato il gas, Obama avrebbe affermato che la linea rossa era stata superata e gli Stati Uniti avrebbero attaccato la Siria”. La mancanza di scrupoli del governo turco nel provocare una guerra rovinosa su premesse simili è stata confermata anche dalla recente apparizione su YouTube di un filmato nel quale Erdogan e i suoi uomini discutono di un’operazione creata ad arte sempre per provocare un intervento militare contro la Siria. In questo caso, allo studio c’era un attacco condotto dalla stessa Turchia contro la tomba in Siria di Suleyman Shah, il nonno del fondatore dell’impero Ottomano, Osman I, il cui controllo era stato assegnato ad Ankara nel 1921 durante il periodo coloniale francese. La provocazione, come descritto nel filmato dal capo dei servizi segreti turchi, prevedeva l’invio di alcuni propri soldati oltre il confine meridionale, i quali avrebbero dovuto lanciare “otto missili” nei pressi della tomba e il pretesto per una guerra sarebbe stato facilmente creato. L’indagine di Seymour Hersh mette a nudo ancora una volta le vere ragioni del coinvolgimento degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in Siria, nonché le manovre segrete che vengono condotte da governi che hanno ben poco interesse per la sorte e le aspirazioni democratiche della popolazione di questo paese. Stati Uniti e Turchia continuano infatti ad operare senza alcun rispetto per il diritto internazionale e sono pronti ad appoggiare organizzazioni terroristiche per rovesciare un regime che rappresenta un intralcio ai loro interessi strategici in Asia sud-occidentale. L’ennesima rivelazione del veterano giornalista americano evidenzia anche come i media “mainstream” occidentali siano poco più che organi di propaganda dei rispettivi governi, dal momento che essi sono stati praticamente unanimi nel condannare Bashar al-Assad per gli attacchi con armi chimiche registrati nel 2013 nonostante le perplessità da subito emerse e riportate spesso in maniera convincente dalla stampa alternativa. Non a caso, d’altra parte, come l’indagine dello scorso dicembre, anche il più recente lavoro di Hersh non solo non è stato pubblicato da nessuno dei principali giornali americani, ma questi ultimi, così come quelli europei, hanno ritenuto in gran parte di ignorare il nuovo atto d’accusa contro la condotta criminale del governo americano e dei suoi più stretti alleati.

giovedì 3 aprile 2014

ZUNZUNEO IL TWITTER CUBANO, FINANZIATO DA OBAMA, PER ROVESCIARE CASTRO

I social network hanno svolto un ruolo di primo piano in seno alla primavera araba.
E altrettanto avrebbe potuto fare a Cuba una versione primitiva di Twitter, ZunZuneo, che secondo quanto rivelato dall'agenzia Associated Press sarebbe stato allestito dagli Stati Uniti proprio al fine di fomentare una rivolta contro Castro.
In un documento citato da AP dell'Usaid, l'Agenzia per lo sviluppo internazionale della Casa Bianca a cui era stato affidato il compito di dare alla luce il sito di microblogging, si parla appunto di “primavera cubana”. Zunzuneo, che poteva essere aggiornato via Sms, ha chiuso i battenti nel 2012 (era stato concepito nel 2010) ma la verità su di lui è emersa soltanto ora.

Non è la prima volta che viene acceso un faro sull'attività dell'Usaid a Cuba (e non solo).
L'agenzia è stata accusata a più riprese di tentare di destabilizzare il governo cubano. Nell'isola il social network impostato dagli Stati Uniti era arrivato a contare circa 40mila utenti, perlopiù giovani, afferma AP.

Lo scopo dell'operazione, sottolinea l'agenzia di stampa, era duplice: da un lato vi era la volontà di raccogliere informazioni dettagliate sugli utenti e dall'altro l'esigenza di costituire un network in grado di raccogliere e alimentare un'eventuale protesta futura, per aumentarne l'impatto.
Qualcosa però non deve aver funzionato secondo i piani: gli iscritti, che avevano la possibilità di unirsi a gruppi di discussione, sul social network parlavano prevalentemente di sport e musica, argomenti innocui.

Così alla fine ZunZuneo ha abbassato da un giorno all'altro la saracinesca.
Anche perché i fondi che lo avevano tenuto in vita nella prima fase si sarebbero assottigliati mano a mano.
Al punto che rappresentanti del governo Usa avrebbero incontrato persino Jack Dorsey, nella speranza d'instaurare con il co-fondatore di Twitter una partnership profittevole.
L'uscita di scena di ZunZuneo fa pensare che il creatore del social network quotato al Nyse abbia preferito tirarsi indietro.

La scomparsa del sito di microblogging ha lasciato nell'isola un vuoto.
A Cuba, dove Internet rimane un lusso e il livello di censura a cui è sottoposto il web è tutt'ora notevole, basti pensare che gli abitanti hanno accesso alla casella di posta elettronica e a una rosa limitata di siti selezionati dalle autorità, il gemello povero di Twitter (malgrado non abbia raggiunto il reale scopo per cui era stato concepito) aveva rappresentato una novità importante.

LE COSE SONO DUE:
O AI CUBANI NON INTERESSA ROVESCIARE I CASTRO, PERCHE' STANNO BENE COSI'.....
OPPURE SIGNIFICA CHE LE RIVOLUZIONI SI FANNO IN PIAZZA, E NON SUI SOCIAL NETWORK !!!!