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venerdì 28 novembre 2014

CRISI UCRAINA, UN ARTICOLO DI Dario Rivolta: A CHI TOCCA IL PESO DELLE SANZIONI ???

Gli Usa fanno la voce grossa e all’Europa tocca il peso delle sanzioni. Per l’Ucraina…
di Dario Rivolta *

Gli storici del futuro potranno ricordare il 21 novembre del 2014 tra le date che corrono il rischio di marcare la differenza tra la guerra e la pace. E’, infatti, il giorno in cui cinque partiti del Parlamento di Kiev, considerati filooccidentali, hanno raggiunto un accordo per dare vita a un nuovo governo, il cui principale obiettivo sarà l’adesione dell’Ucraina alla Nato. La seconda tappa sarà di aderire all’Unione Europea. Anche il meno smaliziato tra gli osservatori sa che già il fare un annuncio di questo genere suona come una vera e propria provocazione per la confinante Russia, Paese che già si sente sotto attacco da parte dell’Alleanza occidentale e che di conseguenza mai accetterà una realtà siffatta. La geopolitica si è sempre basata sull’equilibrio e, talvolta, lo scontro d’interessi nazionali contrapposti. E’ quindi comprensibile che un qualunque Paese che veda minacciati i propri fondamentali interessi reagisca in un modo o nell’altro per “legittima difesa”. Può perfino accadere, anche se meno accettabile, che, approfittando della debolezza altrui, qualche Stato voglia allargare i propri interessi a spese di un altro. In questo caso però, quel che non riusciamo purtroppo a capire è quali siano gli interessi dell’Europa nella questione ucraina. E’ evidente che, conoscendone le possibili conseguenze, suonerebbe assurdo che i politici di Kiev possano fare affermazioni come quella sopra menzionata se non incoraggiati da altri con la promessa di garantirli davanti a ciò che ne potrebbe derivare. E che questo “qualcun altro” siano gli Stati Uniti è fuor di dubbio: nulla da stupirsi, quindi davanti a chi si considera il padrone del mondo. Che però a fianco della potenza d’Oltreoceano, tra l’altro geograficamente lontanissima dall’area coinvolta, si aggiunga l’Unione Europea fa riflettere in merito alla lungimiranza e al senso di responsabilità dei nostri attuali (pseudo) leader. Che cosa guadagna l’Europa dalla possibile adesione dell’Ucraina? E cosa dai cattivi rapporti con la Russia che è, tra l’altro, la più grande riserva di materie prime al mondo? Ciò che resta evidente è solo quanto si perderebbe: un mercato di enormi dimensioni per prodotti e know-how che va da Brest-Litovsk a Vladivostok, aziende europee, già sofferenti per la crisi interna che perdono clienti acquisiti con fatica nel corso dei decenni, il rischio di uno scontro sempre più duro che non arriva a escludere nemmeno una guerra. In compenso, l’Ucraina è un Paese disastrato, dall’economia fatiscente, pieno di debiti (soprattutto proprio con la Russia) ove oligarchi arricchitisi in maniera dubbia fanno il bello e il cattivo tempo manipolando sentimenti e comportamenti di disperati di cui una buona parte costretta a cercare la sopravvivenza nell’emigrazione. Come se quanto sopra non bastasse, i politici di Kiev hanno anche annunciato di voler stanziare almeno il 3% del budget statale per l’acquisto di armamenti (la maggior parte dei Paesi europei vi stanzia tra l’1 e 1,5%). Con i soldi di chi? Ma, qualcuno obietterà, i diritti umani e la volontà democratica di un popolo hanno un valore superiore alle decine di miliardi di euro che noi daremo ai fratelli ucraini per cominciare a cercare di risollevarsi. Benissimo! Forse bisognerebbe spiegarlo anche a tutti i disoccupati greci, portoghesi, francesi, spagnoli, ungheresi, italiani ecc., cui il loro governo dice che lo Stato, a causa della crisi economica, deve spendere di meno e che è l’Europa (sì, proprio la stessa che è così generosa con Kiev) che ce lo impone. Ma si spieghi anche che il colpo di stato di un anno a Kiev, quello che distrusse palazzi pubblici, che massacrò poliziotti, che costrinse un Parlamento a legiferare sotto la minaccia di qualche migliaio di facinorosi sia stato una manifestazione di democrazia e che gli ucraini abbiano fatto tutto da soli e senza alcun intervento di Paesi stranieri. E lo si dica, in particolare ai lavoratori dei cantieri navali francesi che potrebbero, molto probabilmente, essere chiamati a pagare, con la perdita del loro posto di lavoro, le sagge decisioni assunte dai vertici di Bruxelles e da qualcuno più lontano. La Francia, infatti, cui la Russia aveva ordinato due grosse navi anfibie della classe Mistral, ha ricevuto l’ordine dalla Nato di non consegnare più le due navi. E questo nonostante una di esse sia già in mare e teoricamente pronta a partire con i suoi 400 marinai russi dal porto di Saint Nazaire. Se la consegna non avverrà come pattuito, così come farebbe il contraente di qualunque contratto commerciale, il danneggiato chiederà gli vengano pagati i danni che, nel caso della prima nave corrispondono a 3,8 miliardi di dollari. A questa seguirà poi la richiesta di indennizzo per la seconda e le somme che qualunque tribunale internazionale non potrà che imporre di pagare, andranno ad aggiungersi a quelle che tutti i contribuenti europei hanno già pagato per sistemare, parzialmente, gli arretrati che gli ucraini dovevano a Mosca per l’acquisto di gas russo. E si aggiungeranno a quelle che dovremo pagare anche quest’inverno affinché gli ucraini non muoiano di freddo. C’è da domandarsi se questi calcoli, economici e politici ma evidenti per tutti, furono fatti in precedenza da coloro che finanziarono e organizzarono le manifestazioni di piazza Maidan e che incoraggiano ora i partiti di maggioranza del parlamento di Kiev ad assumere irresponsabili atteggiamenti. La cosa peggiore di tutte, comunque, è che anche chi è stato atlantista ed europeista da sempre, ora comincia a chiedersi se c’e’ ancora un qualche senso in queste istituzioni o se non si deve cominciare a pensare diversamente.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

mercoledì 13 agosto 2014

SBAGLIARE IN IRAQ FU UMANO, PERSEVERARE IN UCRAINA E' DIABOLICO - DARIO RIVOLTA.

RICEVO E VOLENTIERI RIPUBBLICO UN ARTICOLO TRATTO DA:
LA VOCE DELLA RUSSIA.

Sbagliare in Iraq fu umano, perseverare in Ucraina è diabolico

Ho sempre pensato, e credo ancora, che gli Stati Uniti siano una grande democrazia liberale e che alcune cose dello stile di vita americano e dei suoi valori possano essere, per noi europei, un esempio da seguire. Sono altresì convinto che la politica internazionale degli USA, come quella di ogni altro stato del mondo, non sia finalizzata a un generoso e irrazionale altruismo, bensì dalla comprensibile volontà di perseguire il mantenimento e magari l’accrescimento del benessere dei propri cittadini. Sono stato Deputato al Parlamento Italiano per tre legislature e mi sono sempre occupato, non solo durante quel periodo, di politica internazionale. Come la maggior parte di noi ho reagito con dolore e indignazione al vile attacco terroristico dell’11 settembre ed ho condiviso la guerra dichiarata da Washington contro i talebani dell’Afghanistan. Purtroppo, ho dovuto anche costatare gli innumerevoli errori commessi da nostri alleati e amici almeno da quel momento in poi. E’ stato un errore strategico gravissimo aver dichiarato la guerra all’Iraq, liberando così il fronte ovest dell’Iran dal loro acerrimo nemico che ne impediva la continuità della loro estensione strategica fino al Mediterraneo. Ovviamente, non provavo nessuna simpatia per Saddam Hussein ma, ancora prima che la guerra scoppiasse, avevo scritto su di una testata americana internazionale che far cadere Saddam avrebbe creato un pericoloso vuoto di potere, a meno di una numericamente enorme e di lunghissima durata presenza di militari americani su quel territorio. Tralascio, per pietà di causa, gli errori operativi e la scarsa capacità di empatia sia del governo USA sia degli uomini inviati a Baghdad per gestire la ricostruzione del Paese. La loro serie di errori non è però finita in Iraq. Come i fatti stanno a dimostrare, è continuata in Siria, in Egitto, in Libia (con la complicità del megalomane Sarkozy) e sta ora manifestandosi con tutta la sua pericolosità in Ucraina. So benissimo che, in parte per ignoranza in parte per nostalgia, un po’ per fanatismo, sono ancora molti gli americani, politici e semplici cittadini, che ritengono sia loro interesse “contenere” la Russia. Così come conosco le ataviche paure nei confronti di un potenziale espansionismo russo da parte di polacchi e Paesi Baltici. Voglio tacere, sempre per pietà, sugli ipocriti sentimenti “umanitari” a fasi alterne degli svedesi. Tuttavia, ritengo che identificare nella Russia un suo presunto, ma inverosimile, desiderio di ricostruire l’Unione Sovietica sia un tragico errore di valutazione. Naturalmente, anche i russi hanno i loro propri obiettivi nazionali ed è più che comprensibile che, dopo che l’occidente ha tradito gli impegni assunti con Gorbaciov per una non estensione della Nato fino ai suoi confini, si nutrano, anche a Mosca, forti dubbi sulle reali intenzioni occidentali e si desideri garantire i propri confini con Stati non nemici o almeno non militarmente avversi. L’interesse di tutto il mondo occidentale non può e non deve esser quello di isolare Mosca. Al contrario, questa grande riserva di materie prime, culturalmente vicinissima all’Europa, dovrebbe essere vista come un nostro grande alleato politico ed economico per tutto il secolo che abbiamo di fronte. Il suo sviluppo ha davanti spazi enormi ed è proprio a ovest che il Cremlino ha sempre guardato per favorirlo. Inoltre, chi nel futuro potrebbe insidiare la nostra posizione nel mondo sta molto più a est e, debito pubblico permettendolo, è verso laggiù che gli Usa dovrebbero concentrare la loro attenzione. Sbagliano, dunque gli americani ma quello di cui non riesco per nulla a farmi una ragione e, anzi, sento in me montare una sempre maggiore indignazione è per l’atteggiamento europeo che si accoda a un comportamento totalmente masochistico andando in modo più che evidente contro i propri stessi interessi immediati e di medio temine. Si sostiene sempre che il vero amico sia quello che sa dire le verità anche le più spiacevoli al proprio sodale e che faccia di tutto per correggerlo quando sbaglia. Germania, Italia e Francia sembrano averci provato per un po’, ma oggi anche loro sembrano essersi accodate agli altri. Non si venga a raccontare della volontà democratica manifestata dal popolo ucraino a Maidan. E’ oramai noto a tutti quanto su un comprensibile malcontento locale si siano innestati aiuti finanziari e organizzativi di alcuni Paesi occidentali. Né si venga a colpevolizzare la Russia per gli aiuti militari e di uomini che sta offrendo ai ribelli dell’est ucraino: forse che gli americani e alcuni dei loro alleati non stanno facendo la stessa cosa con l’esercito di Kiev? La cosa più grave è che quei Governi europei che hanno spinto per la firma dell’accordo tra UE e Ucraina sembrano del tutto indifferenti ai costi politici, ma soprattutto economici diretti, che ciò significherebbe per tutti i contribuenti europei. Stiamo prendendo per la gola greci e portoghesi, per non parlare di altri, costringendoli a vita da stenti e disoccupazione alle stelle e vorremmo invece riversare decine e decine di miliardi di euro per finanziare un Paese di cinquanta milioni di abitanti la cui economia, per più del 50% è legata proprio a quella russa. Mi rendo conto profondamente della necessità di non creare fratture all’interno dell’Unione Europea, così come ritengo che l’alleanza occidentale debba continuare a costituire una nostra scelta strategica fondamentale. Ma a tutto c’è un limite! E se gli USA passano da errore in errore mettendo a rischio il loro stesso ruolo egemone nel mondo, se proprio non riusciamo a farli ragionare, evitiamo almeno di cadere nell’abisso con loro. Non ci guadagneremmo ne’noi ne’loro. Da cittadino, politico ed ex Parlamentare italiano pretendo che il nostro Governo, possibilmente assieme a quelli che ancora in Europa mantengono il buon senso, si dissoci dalla rottura dei nostri virtuosi rapporti con il vicino russo. Il ministro Mogherini sta facendo sicuramente molto e non si può che apprezzare la sua prudenza e i suoi tentativi di mediazione. Sembra però, purtroppo, che, anche a causa di una masnada di giornalisti italiani ed europei, ignoranti e ipocritamente buonisti, l’opinione pubblica sia fuorviata dalla realtà degli avvenimenti. Anche se, ciò considerato, la sua azione diventa sempre più difficile, mi auguro fortemente che continui e che, se non esistessero alternative, abbia il coraggio, con tutto il Governo, di dissociarsi dai comportamenti fortemente nocivi per noi tutti e per le nostre imprese.

Dario Rivolta*

*Già Vice Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati